mercoledì, luglio 19, 2023

Jean Grosjean

L'Ironie Christique



L’universo è ordito, costantemente, dal movimento del linguaggio, cioè da una forma di audacia. Siccome non si può sapere come finirà una frase, non si può nemmeno sapere dove va la storia del mondo. Giovanni solo ci dice che è viva, perché è nel linguaggio che si trova la vita. Se Dio fosse silenzioso sarebbe soltanto sacro. Noi dimoreremmo nella notte dell’adorazione proprio come i pagani. Il nostro Dio non si concepisce senza linguaggio, il linguaggio è vitale nel nostro Dio. E siccome il linguaggio che fa esistere l’universo è vivo e vitale, possiamo dire che il divenire dell’universo è qualche cosa di quanto il Dio vivente osa dire a se stesso.

Una vita muta è soltanto un’ombra di vita mentre la vita è luce. Il gesto vitale che è presso Dio lo slancio del linguaggio è quindi come la lampada con la quale Dio illumina la propria trasparenza. E se questa luce pura che l’anima del linguaggio illumina Dio, essa brilla per cosí dire nel mezzo di tutto ciò che non pe Dio. Irradia la luce di Dio e nulla le impedisce di irradiare le tenebre, ma le tenebre non la afferrano. Può forse l’oscurità del vuoto conservare qualche scintilla di un raggio che la attraversa?

Non è forse necessario che la luce inventi nella notte le polveri erratiche disseminate dal suo passaggio? Le tenebre, infatti, sembrano tanto incapaci di comprenderla quanto a conservarla o a combatterla. Giovanni però non si imbuca in una teoria, La sua contemplazione diffida di ciò che è fisso. Quello che dice è storico, Immediatamente dopo l’aneddoto eterno della vita interiore di Dio, egli racconta la missione del suo primo maestro chiamato Giovanni, come lui.

L’infanzia di questo Giovanni non ha interesse per lui come non ne ha la sua o di quella del Messia. … I millenni sono soltanto una sera. Vi è una sola notte, più o meno lunare, tra la luce di Dio e la luce di Dio nel mondo. Vi è uno chiamato Giovanni che è venuto per dare testimonianza della luce, in modo tale che, grazie a lui, ogni essere umano possa confidare in essa. Essere umano, infatti, segnica essere più linguaggio che il resto del mando, più ayttenti a qualche altrui, come il linguaggio di Dio rischia davanti a Dio perché ha fiducia in Dio. lABC del linguaggio come anche quello della vita che è la sua natura pe la fiducia. Noi, però no siamo il nostro linguaggio, è il linguaggio che viene dall’alto che inventa la nostra esistenza.


Trad Pietro

lunedì, luglio 17, 2023

Itinerario della mente in Dio

Giovanni Bonaventura Fidanza

Trad Pietro


Intendi, dunque e considera che quel bene (Dio) è ottimo in tutto e non si può concepire nulla che sia migliore di esso. E questo bene è tale c¡he non può essere pensato come non esistente, dato che è  assolutamente meglio e l’esistere che il non esistere, Inoltre è un bene tale che non può esser concepito che come Uno e Trino.

Il bene, in effetti è diffusivo per virtù propria; il sommo bene  è sommamente diffusivo per virtù propria. Ma la diffusione non potrebbe  essere somma, se non fosse contemporaneamente attuale e intrinseca, sostanziale e ipostatica, naturale e volontaria, liberale e necessaria, senza mancanza e perfetta. Pertanto, se non esistesse una produzione attua e consustanziale, di durata eterna, nel sommo Bene, e se non sorgesse una persona tanto nobile come quella che la produce in quanto ispirazione e generazione… in modo tale che vi sia un amato e un colmato, un generati e un ispirato, ovvero: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, allora non potrebbe esistere il Sommo bene perché non potrebbe diffondersi sommamente… Il Sommo Bene non sarebbe il Sommo se mancasse la diffusione somma. Per tanto, se con occhio della mente puoi cointuire la purezza di quella Bontà, che è l’atto puro del Principio che caritativamente ama con amore gratuito, con amore dovuto e con amore composto da ambedue; che è la diffusione pienissima come natura e come volontà; che è la diffusione secondo il verbo in cui tutte le cose son dette, e secondo il dono in cui si donano tutti gli altri doni.


Capirai che per la somma comunicabilità del bene è necessario che esista la Trinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, persone che per essere sommamente buone, sono necessariamente sommamente comunicabili: per essere sommamente comunicabili, sono sommamente consustanziali, per essere sommamente consustanziali, sono sommamente configurabili nella somiglianza; per essere comunicabili, consustanziali e configurabili in sommo grado, sono sommamente coagulai, e quindi, sommamente coeterne; proprietà dalle quali risulta la somma cointimità grazie alla quale non solo una persona è necessariamente in un’altra…ma anche perché l’una opera con l’atra per l’identità della sostanza, della virtù e dell’operazione della stessa beatissima Trinità

Jean Grosjean 

L’ironie christique



Giovanni comincia dall’inizio e, come Mosè. Risale all’origine. Che  progresso, tuttavia, nell’interiorità. Mosè parte dalla creazione del mondo: Dapprima Dio ha fatto il cielo e la terra. Egli non immagina nessun avvenimento prima di questa opera di Dio. 

Ora, l’esistenza del mondo è davvero fondamentale* Il mondo è impastato di apparenze meravigliose, ma in parte ingannevoli, di una terribile crudeltà di cui ci si attende che siano anche un po’ illusorie.


Mosè quando vuole descrivere la nascita del mondo è obbligato a dire: Dio disse, perché, a rigore, dio può impastare una materia, ma come ha fatto esistere tale materia? Dio può mettere ordine nel caos, illuminarlo, ma la luce, l’ordine e persino il caos in che modo esistono Dunque Dio avrebbe parlato.

Il pensiero di Mosè raggiunge il limite. Si scontra con la parete di un atto creatore come inizio assoluto, come qualche cosa di opaco.

Con Giovanni il velo del tempio si rompe, lo sguardo affonda nel santuario.

Se Dio ha parlato è perché per prima cosa Dio parla: al principio vi era il linguaggio.

Il linguaggio, allora è la sorgente di Dio? Dio non sarebbe, insomma, altro che parola? Giovanni precisa subito che il linguaggio era presso Dio. Se il linguaggio stava presso Dio, allora non preesiste a Dio, soltanto preesiste al mondo. Dio non è l’effetto del linguaggio sebbene il linguaggio abiti da sempre presso di Lui. Era dapprima presso Dio.Allora il linguaggio non è anteriore a Do e, tuttavia, Dio non è mai esistito senza il linguaggio. 


Considera Dio come creatore è una visione bellissima, certo, ma un po’ grossolana. Ê una visione stimolante e allo stesso tempo pericolosa, quanto si agitano gli uomini per fabbricare, agire,, o al meno darsi da fare. Perché? Perché credono oscuramente di divinizzarsi. Dimenticano che Dio non è Dio perché ha fatto il mondo, perché ha inventato qualche cosa, no. Dio è Dio perché è in conversazione, perche in Lui vi è il linguaggio.

Si potrebbe dire che prima di avere la minima intenzione di creare qualche cosa, d’immaginare il benché minimo dispiegarsi del tempo e dello spazio, Dio abbia passato il suo tempo, se mi posso permettere di dirlo a significarsi la sua stessa esistenza perché il linguaggio di Dio non aveva da dire che Dio. In effetti, se Giovanni aggiunge che questo linguaggio era Dio lo fa per dire che il linguaggio è l’atto unico di Dio e che mostra interamente Dio, Conteneva l’eccellenza e l’intensità da la stessa sorgente. Era lo stesso Dio che Dio, ma Dio in quando detto, in quanto mostrato

Dio,a llora è chi parla, ma la sua parola è chi lo ascolta. La sua parola è docile a Lui perché lui è interamente tutto ció che dice. Riflettiamo un po’ sul fatto che colui che parla e colui che ascolta sono differenti. Il linguaggio non sopprime la distanza tra di loro. Al contrario la rende sensibile, visibile, cosciente, santa. Se il Dio che parla è lo stesso Dio che ascolta, il suo linguaggio stabilisce in Lui, a causa della differenza dei ruoli, una santa distanza. Esiste, allora, in Dio, una sorta di differenza abissale, scavata e allo stesso tempo varcata dal suo stesso linguaggio. (È proprio di questa specie di abisso interno che la parola che creerá il mondo será l’eco). Un linguaggio congenito a Dio stabilisce in Dio una rottura, perché diversifica Dio in ruoli opposti che mantiene uniti proprio quella medesima opposizione che esso stabilisce, 

Immenso rischio di un linguaggio che va  dall’uno all’altro e che solo può essere altro nell’altro.

Stupefacente precarietà di un linguaggio che è soltanto un passaggio. Non un tragitto da chinarla a chi ascolta, ma trasformazione di sé. Quale parola, infatti è la stessa nella bocca di chi la proferisce e nell’orecchio di chi la raccoglie? La natura della parola è di perdersi per strada e di raggiungere il suo obiettivo solo una volta divenuta estranea alla sua fonte malgrado la fedeltà forsennata alla quale si consacra.

Si malgrado l’esattezza o la forza di chi  parla e malgrado l’attenzione o l’intelligenza di chi ascolta il linguaggio appartiene prima all’uno e poi all’altro.

Inoltre il linguaggio che parla si sforza di essere fedele all’orecchia a cui si dirige e il linguaggio ascoltato si sforza di essere fedele alla bocca che lo ha pronunciato, senza contare che chi parla è modificata da ció che dice  come chi ascolta da ciò che ode

Sebbene in Dio l’uno e l’altro coincidano, non sono una stessa cosa, cosí che il linguaggio conserva la totalità del suo rischio. Ebbene questo rischio è l’intimità di Dio perché il linguaggio era in principio presso Dio.


Pp 8-13

Trad Pietro

mercoledì, maggio 24, 2023

Materia trasparente


Un’altra volta in sogno si impregna il cuore
Di aver vissuto… oh fresca materia trasparente!
Di nuovo come allora sento Iddio nelle viscere.
Ma nel mio petto ora è sete quello che fu sorgente.
Nella mattina pura luce dal monte
Freme il cannetto azzurro di rugiada…
Ancora come in sogno un angolo di Spagna
L’odore della neve che l’anima mia sente!
Oh pura e trasparente materia dove stretti
Come fiori nel gelo, ci trovammo
All’ombra un giorno dei boschi profondi
Dove nascono steli che vivendo strappiamo!
Oh dolce primavera che mi corre nell’ossa
Ancora come in sogno… e di nuovo mi desto.
Leopoldo Panero
Trad. Pietro

martedì, maggio 23, 2023

Nascita

Come ricordare la propria nascita? Come fare l’esperienza del nulla anteriore a questo istante? Il nulla anteriore all’esperienza? Posso sperimentare nell’agonica angoscia il nulla della morte ma non quello della nascita, lo stesso nulla infinito prima e dopo, nel passato e nel futuro, un nulla che sboccia, un nulla che spegne. Sorgo da un nulla infinito, eterno, mi risveglio alla presenza, mi apro allo spazio e al tempo come il riflesso di un lampo, La coscienza sboccia dall’interno della mia presenza ed espande il mondo che mi accoglie, che si apre e si dilata dentro e fuori di me, che mi disperdo dentro e fuori del mondo. Un istante, quello della nascita, un abbraccio di carne, luce profumo concentrati in una sensazione puntuale che esplode nello spazio e che lo crea apprendendo a sperimentarlo. Sgorgare in un getto di presenza, sgorgare dal nulla come una corrente d’acqua limpida che la stessa forza del suo erompere modella in un fluire di sensazioni, percezioni che si diramano fino all’essere qui ed ora.

Nascere è spaventoso come morire


Apro gli occhi dopo un lungo sonno. Devo dare un’altra volta un ordine al caos, dare forma a un mondo, porre argini alla notte eterna, vincere la minaccia che tutto inghiotte: l’ombra. Tutte le mattine questo immenso sforzo, questo rinnovato scatenarsi della magia. Devo raccogliermi in me stesso, ordinare sensazioni e percezioni con un movimento centripeto, dare origine a un vortice che mi delimiti come un centro di irradiazione. Ogni istante di questa magia necessita un rito minuzioso, preciso. L’onda di un monotono scroscio, quasi ancora un pulsare ritmico mi travolge, si fa lentamente fruscio, mormorio, un sillabare un balbettare che va articolandosi lentamente in una cascata di parole magiche che nominando delimitano luce ed oscurità. Colori, suoni, profili, direzioni, gravità.

Ogni mattina questo sforzo immenso. Ogni mattina le fauci del drago, il suo alito ipnotico, la paura fino a che la litania dolcemente mormorata distenda il bianco lenzuolo dell’esserci, il velo di tepore che sarà carne pulsante del cuore.

giovedì, maggio 18, 2023

Intimità



L’intimità con il nostro morire ci apre la dimensione dell’infinito. Quando viviamo il nostro morire come il centro del nostro essere, quando sperimentiamo la dimensione finita del nostro essere, sperimentiamo anche la dimensione infinita del nulla che ci attende. Ê uno spasimo davvero terribile. Questa esperienza però illumina tutti i nostri gesti, le nostre percezioni, le emozioni. Le illumina in un senso concreto, tutto diventa più vivido, più nitido, ogni dettaglio sembra risplendere di malinconia e gratitudine. Ê un dono, non ne dubito, un dono che duole e che strazia ma che trasforma.

L’infinito, l’eterno si da nella forma del nulla, è un nulla però che vivifica, un nulla che svuota e illumina. Un nulla che cela una speranza.

Corpus


Nel mio paesello appenninico, per la festa del Corpus Domini, le stradine strette strette intorno alla chiesa si riempivano di frasche appena tagliate, appoggiate ai muri delle case antiche, legate agli stipiti dei portoni, uomini scuri erano saliti sui monti per tagliarle e trarle giù e ora il bosco invadeva per una domenica il borgo intero, con la sua fragranza, con il suo colore. Poi il selciato si copriva di petali di fiori, rose, dalie, tanti fiorellini bianchi di una piantina di cui non ricordo il nome, dal lieve profumo di miele che cresceva abbondante sulle rive dei torrentelli. Il baldacchino avanzava solenne in questo trionfo di semplicità. Aspiravo con forza l'odore delle frasche, immaginavo il profumo dei petali e tutto si fondeva con l’odore dell’incenso che evocava alla mia mente bambina nubi altissime di cieli scoscesi, aperte a inquadrare un infinito che mi toglieva il respiro, come quando guardavo i voli e i giochi delle rondini, al tramonto del sole nel cortile. Lo scoppio dei mortaretti mi faceva sobbalzare il cuore. Temevo questi scoppi crudeli e minacciosi e nelle stesso tempo desideravo il successivo. L’odore acre della polvere da sparo si fondeva con tutti gli altri profumi. Avanzava l’ostensorio, che il parroco reggeva ben alto per le strette viuzze, per i vicoli frondosi, oggi fetidi e abbandonati in un modo che ha rinnegato fedi e magie.

domenica, maggio 07, 2023

Jacaranda

Jacarandá


Dopo il breve nubifragio che nonostante la sua violenza non ha alleviato la morsa dell’arsura, improvvisamente, sono fioriti gli alberi di Jacarandá. Baldacchini di campanule viola, un viola che sfuma nel celeste, che risalta sul verde dei prati o dei boschi, ove ancora si trovino prati verdi, con la stessa forza elettrizzante con cui risalta sullo sfondo del cielo più terso.

Nuvole grate alla vista, grate all’anima che beve il loro sfolgorante colore e si disseta dall’aspra aridità dell’ansia. Dondolano a mezz’aria le loro squisite campanule, si cullano nella brezza con movimenti impudichi. Chiome di fiori, fioriture febbrili che annullando le foglie, sembrano nutrirsi direttamente della luce e del colore del cielo. Miracolosi sciami vegetali che trasformano la luce in colore, un colore dove la vista riposa, s’annida, si raccoglie in una forma di frescura propria di altre contrade. I viali sembrano percorsi dagli strascichi di vergini giganti in processioni quesi immobili. Che ebrezza vertiginosa ci inonda allora e ci lascia con un gusto dolciastro che sfibra i sensi. La brezza che le scuole fa cadere, infine i loro fiori le chiome sembrano allora specchiarsi sul selciato, come sull’acqua limpida di un canale grigio . I fiori caduti si incollano alla suola delle scarpe con un rumore che produce la sensazione di schiacciare un tappeto di insetti: scarabei o scarafaggi.

Intimitá

La nostra morte è quanto di più intimo possediamo, la nostra morte e il nostro morire. Morire è, in certo modo, diventare intimi con la nostra morte, scoprire la sua forma, ovvero discernere quale tipo di morte ci sia destinata. Solo la nostra morte, la morte che ci è data, è morte per noi. La morte degli altri, dal nostro punto di vista non è morte, è separazione, forse abbandono, a volte persino tradimento. La morte degli altri è il loro uscire definitivo dalla spazio della nostra esperienza sensoriale, il loro confinamento nel ricordo o nel sogno o anche nel sogno del ricordo. Non possiamo morire la morte altrui. Possiamo morire solo della nostra morte. Forse possiamo considerare questa povera analogia: morire è il processo di maturazione del frutto che è la morte. Povera davvero, ma utile, in qualche misura all’immaginazione.

Poter morire, della nostra morte, diventare intimi con la morte è, credo una grazia, un dono. Un dono del quale non saremo mai abbastanza grati. Eppure è un dono che accantoniamo con estrema facilità. Lo dimentichiamo anche quando abbiamo sperimentato che la bellezza del mondo, tutta la radiante meraviglia della creazione si svela ai nostri occhi solo quando la viviamo nella coscienza piena del nostro incessante morire, quando la contempliamo con gli occhi di qualcuno, noi stessi , che va morendo. Credo che solo da questa prospettiva si possa comprendere l’indicibile speranza della resurrezione cristiana.

Fiamma



Ê una fiamma forse di candela, forse un tizzone, una fiamma che va spegnendosi lentamente, lentamente e nel suo spegnersi impercettibile impercettibilmente risplende sempre più pura, trasparente, cristallina.

Una fiammo che muore e nel suo morire irradia luce su luce, luce tenue, luce velata, scorta come riflesso di una lacrima, al limite del visibile, eppure viva, fremente quasi d’un brivido sottile. Una fiamma che espande la sua luce, come luce riflessa sulle lacrime alle ciglia, luce consunta luce sfinita dal suo riflesso, dai suoi arpeggi. Luce che consola e che duole sulla soglia di un’altra luce.

mercoledì, maggio 03, 2023

La prigione


È così vasto qui il paesaggio, spazia la vista senza incontrare ostacoli per un’estensione inabituale: la terra si svela in una sua   bianca nudità, senza la protezione di prati e boschi a preservare il suo pudore, è una terra che riverbera il bagliore di questo sole crudele, senza permettere riposo alcuno a chi la osserva e che si ritrova di colpo essere il centro di una distesa di campi solcati con geometrica precisione per estirpare con minuzia qualsiasi traccia di vegetazione. Le zolle hanno perso tutta l’umidità sono come frammenti di ossa, fossili di ere innumerevoli. Gli occhi non trovano quiete, non hanno dove celarsi, dove dimorare. Allora anche l’anima si spoglia, si fa bianca come la terra, di un bianco appena un po’ ingrigito, si adatta a decifrare il ritmo dei solchi, si lascia attraversa dalla luce diffusa, abbandona ogni speranza di quiete, di raccoglimento, diviene tersa e tesa fino alla dissoluzione. Solo il verde novello dei mandorli disposti in curvi filari regolari 

esprime un linguaggio che consola, ma è una consolazione sottile, che si mantiene solo grazie a uno sforzo costante a una concentrazione dolorosa. Non è una terra ostile è una terra pura, che non genera illusione, che forza l’anima a dissiparsi, a rinunciare al punto di vista, a farsi specchio di una realtà che la rispecchia, a farsi vortice in un vortice di luce implacabile.

Poi, a una svolta della strada, ecco apparire all’improvviso l’edificio oscuro della prigione, le siepi di filo spinato, gli alti cancelli, i viali rettilinei tra grandi cunette di cemento, le finestrelle oscure, accecate dalle grate metalliche e un improvviso dolore, un dolore sordo e vorace, oscura senza ombra alcuna la vista assetata di pace.


giovedì, aprile 27, 2023

L'urlo


L’invasione del nulla, la sua manifestazione come angoscia assoluta, sta oltre il linguaggio. Il linguaggio è un rito di protezione contro questa irruzione, una rete fragile e illusoria a cui aggrapparsi nella vertigine. È l’indicibile, l’inconoscibile che si manifesta scuotendo il corpo fino nelle fibre più intime. Il linguaggio, la parola esiste come forma del senso, del significato, l’angoscia assoluta consuma fino in fondo il significato. È terribile la sua forza e l’anima è ricondotta all’urlo, forse la sua essenza primordiale. L’anima è all’origine l’urlo che scaturisce dal nulla.

Eppure da questo naufragio, da questa devastante periodica scossa che irrompe nella coscienza può sgorgare una luce flebile e abbagliante allo steso tempo: l’anima sperimenta questo annientamento e quindi è posta contro il nulla, non soccombe ad esso ma lo assume, lo trasforma in vertigine e paura e infine in urlo: Eli Eli… Da questo punto si può ricominciare  laboriosamente a sperare.

martedì, aprile 25, 2023

Claudia




Qual è il segreto di Claudia, quale il suo destino? Qual è la ragione del nostro incontro così assolutamente improbabile come padre e figlia? Lei romena abbandonata, io italiano smarrito in queste terre dove l’Europa si confonde con l’Africa, tra ciuffi di palme e agrumeti sterminati.

Ê stata la sua malattia ciò che mi ha spinto ad adottarla? Non so. Era una bambina magica che sapeva giocare con la paglia e nella paglia vedeva cascate di luce. Quando la conobbi giocava a gettare manciate di paglia in aria e guardava i frammenti di steli ricadere come un nevicata d’oro. Fu in una delle grandi foreste attorno a Blois. Ci nascondevamo nei cespugli per spiare i cervi che scendevano verso un piccolo lago tra i carpini. Poi costruimmo una capanna di frasche Aveva fame di vita Claudia, ed una condanna a morte. Pochi mesi di vita, dicevano gli oncologi. Ora ha ventisei anni. Tanti anni di lotta accanita per vivere, per godere della vita in tutta la sua pienezza nonostante il dolore, la paura, il rifiuto dei suoi coetanei che non possono sopportare il suo sguardo così intenso i suoi gesti lenti di una tenerezza infantile, la sua ingenuità e la sua fiducia.

La bellezza di Claudia è qualche cosa che non merito, che non ho meritato. È una bellezza che fiorisce dalla fragilità ed è fatta di Fede e di tenacia. Di preghiera e di lotta.

Claudia vuole vivere e lotta quotidianamente per vivere, per amare, per essere lieta e compartire con gli altri la letizia conquistata a caro prezzo.

Una lotta la sua che non tradisce sforzo né fatica; una lotta che è una celebrazione. È così bello starle accanto. Ê un dono e uno strazio.

lunedì, aprile 24, 2023

Ibn Mardanis



Il Cristo gigantesco, bianco, apre le braccia sul castello di Ibn Mardanis e abbraccia la città e i suoi orti. Ai suo piedi si stendono come un tappeto gli agrumeti di un verde ancora fresco, fino alle montagne, ai pineti dal manto oscuro che presto si copriranno del triste saio della polvere. Il cielo è una cupola di un azzurro intenso tra cascate di luce che si rilette sulle miriadi di foglioline di aranci e limoni trasformandole in limpide scintille, in chiarissime fiammelle, qua e là ciuffi di palme come guerrieri dalla chioma barbara e ostile sorvegliano questa distesa fragrante di primavera.

La mia anima allora, per pochi istanti, si libera dalla mia stretta e gode di se stessa facendosi trasparente al mondo, puro riflesso della gloria della terra, si svincola dal punto di vista che permanendo in me la inchioda alla limitazione del mio essere io. Allora sono e non sono me stesso, giubilo sentendo che sguscio dalla mia interiorità,  come una mano da un guanto e che la ritrovo fuori di me, fuori del tempo, completamente altra e intima, ancora a me più intima del mio stesso cuore, del mio respiro faticoso ora per l’erta che salgo.

Mi sembra di udire i cavalli di Ibn Mardanis scalpitare fiutando il sangue della conquista.

venerdì, aprile 21, 2023

Pedalare



Pedalo lungo il fiume, tra gli agrumi, sotto un cielo luminoso, pedalo in questo mare di verde, soto i gelsi. Una pedalata dopo l’altra, quesi senza pensare. A cosa posso pensare? Tutto, tutto è passato e questo presente vale se lo colgo nel suo dissolversi. Scompaio e con me scompare questo mondo, questa luce, questo fremito di foglie questo splendore di frutta. Solo in questa istantanea percezione della mia intima impermanenza colgo l’armonia che mi circonda che ne è l’immediato riflesso. Vive con me il mondo in cui vado pedalando, da me proviene questo splendido cielo azzurro, sono mie le chiome appena un po’ più scure dei gelsi, le nubi di moscerini che mi accarezzano il volto quando attraverso una zona ombrosa, e desidero ancora più ombra, desidero lo scrosciare delle acque alpine, l’odore del muschio e dei prati in fiore. Sono dentro e fuori di me il dono a me del mondo, il dono di me al mondo: un intreccio di doni che apre squarci di luce e venti. Cosí accetto la mia dissipazione, nella dissipazione delle vite che in me convivono e alle quali mi apro e che mi danno forma ed alle quali do forma e il nulla che mi rivela a me stesso già non è più timore, non è più minaccia. 

giovedì, aprile 13, 2023

Passeggiata


Passeggio per la città. Il mondo si svolge come uno spazio indefinito aperto nel tempo, entra ed esce dalla mia intimità, entro ed esco dal mio centro che si sviluppa a sua volta nello spazio e nel tempo. La fatica di costruire il senso di ciò che i sensi percepiscono, di definire un percorso tra il fruscio dei passanti, il mormorio dei motori lo stridore delle frenate, le linee di fuga degli edifici, la processione degli occhi e dei fiati, L’opacità delle finestre pesa in modo intermittente sull’anima che vuole cedere, abbandonarsi ad una qualche forma di incoscienza.

Dove dimorare? Dove trovare rifugio? Nell’alternanza di luce e ombra, di nubi e azzurro? Come uscire da questa lotta impari, da questo esercizio che sfianca? Restare desto nella brezza di primavera, nell’eccitazione sottile delle membra, ritirare gli occhi dallo spazio, volgerli al sogno, dirigerli verso il centro dell’intimità che si diluisce ad ogni passo e mi diffonde nell’apparire del mondo, nello sfarinarsi di me stesso, nel fioccare della mia anima come neve su un mondo innevato di luce.

martedì, aprile 11, 2023

Aledo


La torre antica si alza sul limite dell’altipiano a dominare le colline grigie spazzate dal vento, i pineti ancora verdissimi i pioppeti spogli. L’austerità è propria di questa terra, del paesaggio e degli edifici. Eppure un tempo non lontano i fianchi di questi monti spogli e feriti dalle frane erano coperti da querceti secolari, da alberi poderosi e sempreverdi. Lungo il corso del torrente svettano le palme e una striscia di vegetazione opulenta e brillante accompagna la vista fino a una profonda gola di rocce grigie e candide. Triste a valorosa anima della vecchia Castiglia giunge fino a queste terre del sud con obbedienza, semplicità, devozione, silenzio. Il vortice del tempo risucchia l’anima, la trae a un mondo di fermezza nella fede, di fedeltà alla parola, quella di Dio e quella dell’uomo, alle feste, ai fiumi di sangue dei maiali sgozzati, degli agnelli, dei torri fumiganti verso un cielo implacabilmente azzurro. Perduta nella nebbia della menzogna e dell’informazione, l’anima riposa per poche ore in una stasi temporale, assapora alleviata il gusto cinerino del silenzio e della noia, nel lento trascorrere di un tempo cosí prossimo a Dio

Le ali cieche

Luis Rosales

Trad Pietro
….

Chi non soffre brucia,
E voglio dirti, che vi sono occasioni in cui la certezza di vivere diventa tanto
Decisiva
Che ormai non può sostenerti e tu non puoi sostenerla.
Non lo dimenticare,
Amica mia,
Ci sono persone che non sanno che soffrono e persone che non
Sanno soffrire
Proprio come nel mondo vi sono luoghi dove mai ha volato una
Colomba
E tu sai bene che quando sto al tuo fianco non
Smetto mai di guardarti perché ho paura di perderti.
Come, non lo so, non lo so,
Ma ho paura di perderti specialmente adesso che unisci
Il cielo con la terra,
Proprio ora che unisci tutto: la sera, l’insonnia, gli addii,
La neve quando cade,
Non ricordi la sua pena mentre cade?
Non ricordi nemmeno
Che l’amore trema quando è versato per unire due corpi,
Ed è proprio come un gas che concentrandosi diventa liquido?

Morire è come amare,
È un apprendistato progressivo
E assiduo
Ed io ricordo altri tuoi momenti
Ancora più difficili
Quando mi guardavi con occhi ingabbiati,
E il sorriso in villeggiatura sulla bocca,
Ma quando stai sulle tue
L'indecisione finisce per stropicciarti lentamente
Come la carne lebbrosa si stacca dal corpo.

Le ali rimettono all’infanzia,
Questo è chiaro, almeno per ora,
Perché non torni a soffrire
Inventerò per te un’allegria,
Estrarrò
Dovunque sia
Qualche tuo ricordo che possa sostenerti,
E ti vedo bambina,
E ti vedo destarti ogni mattina in un borgo distinto
Tu sola, passeggiando rapidissima
Con le trecce che ti seguono e corrono
Sempre più soccorrevoli
Per non separarsi dal tuo collo e da te,
Ho sentito crescere i tuoi occhi, le tue scarpe,
I tuoi capelli che cercano il mare per navigarlo,
E ho visto il tuo corpo che ti sollevava,
E non potevi gridare
Perché già allora portavi sulle spalle il tuo segreto
Mentre tutti gli abitanti del cielo ti guardavano
Con grande scandalo
Ripetere giaculatorie e contumelie

Diavolo di bambina!
E poi arrivata a casa, come un fiocco di neve che si scioglie
Ti addormentavi con il corpo ben desto
Con il corpo che non la smetteva piè di correre,
E la notte era un ponte spezzato
Nient’altro
Niente di più
Finché prestissimo ti lavavi tuffandoti nell’acqua,
E salivi alla stanza dei tuoi genitori per baciarli, senza scherzi,
E come allora non avevi altra amica che l’aia
Che ti accompagnava a scuola
E quando uscivate in strada,
Era di colpo domenica perche avevate bisogno l’una dell’altra
Ed ella univa il suo smarrimento al tuo,
E ti guardava per vivere
E ti parlava lentamente con parole che rabbrividivano
Con la voce in reverenza mentre camminavate strette strette
Perché ti piaceva avanzare rapida, senza uscire fuori dai limiti del marciapiede,
E non non so come potevate camminare con lo stesso passo
Perché tu sembravi saltellare e lei camminava come se pregasse;
E questa strada l'ho vista molti anni dopo
E l’ho guardata con i tuoi occhi di allora,
E quella strada era un albero con suore tra i rami,
Non dirmi di no,
Non mi interrompere,
Lo so bene che vicino alla scuola la strada era un’altra
E parlava con te un’altra lingua tutta vostra
Ma una volta giunte al corridoio dove vi separavate,
Ti sentivi sfrattata,
E cominciavi a tremare piano piano ma senza sosta
Perché una volta sola vivevi l’intera tua vita
Come se vivessi una premonizione.

E questo è quello che ricordo
Ciò che posso ricordare
Quando torno a guardare i tuoi occhi di bambina per cercare di restituirti qualche cosa,
Una briciola di allegria,
Seguendo il volo di quelle ali cieche.

lunedì, aprile 10, 2023

Vuoto



Dove posso rifugiarmi ormai che ho consumato le illusioni più dolci, le tentazioni? Ho consumato persino l’ansia, la tristezza per la caducità, per l’impermanenza, ho consumato la speranza. Dove posso rifugiarmi adesso.?Vedo la terra rossa, secca screpolata, l’inutile slancio dei rami e delle foglie novelle verso un cielo che non risponde alla loro ingenua offerta con il dono della pioggia. Sono secco, arido anch’io. Nella consumazione dell’attesa del raccolto. Vivo silenziosamente in me l’accettazione di questo mistero doloroso che è lo sfinimento, ê una fragilità luminosa, una nebbia lieve che allevia la vista: tutto è possibile perché tutto è dato ed è sottratto nello stesso istante. La debolezza è uno splendore nuovo, è abbandono necessario. Da questa necessità, che è caduta, vedo, percepisco il mondo, odo lo scorrere del tempo come un sussurro. I ricordi diventano luminosi, i ricordi di quello che ho goduto e di quello che ho sofferto sfumano e allo stesso tempo son tanto vividi. Chiudo gli occhi e vedo gli occhi di Claudia, mi vedo dentro i suoi occhi, il suo sguardo mi svuota di me. Mi rende leggero.

Dove posso rifugiarmi ora? Dove posso accoccolarmi? In quale sogno? In quale mito? In quale arcano?

Forse il rifugio è restare su questa soglia appena definita, in questa fragilità che mi diluisce in un tempo di ricordi.

mercoledì, aprile 05, 2023

Procesiones



I primi confratelli vestiti di rosso appaiono sul ponte del Rio Segura resi più vividi dai bagliori del sole che tramonta alle loro spalle. Avanzano lentamente al ritmo solenne dei tamburi, obbedendo agli squilli di tromba, poco a poco si intravedono le croci, gli stendardi, i baldacchini circondati da una truppa rossa dal volto coperto, le centinaia di candele brillano pallide nell’ultima luce del crepuscolo. Tutto invita il cuore alla contrizione, lo spettacolo è solenne e terribile.

Nessuno però pare percepirlo, nemmeno coloro che ne sono parte attiva. Nessuno pare in grado di concentrarsi su quello che succede, sui simboli, sui gruppi lignei che avanzano ballonzolando: Getsemani, la coronazione di spine, il Monte Calvario, la Madre Dolorosa con il cuore trafitto dalle spade.

Gli spettatori parlano al telefono, prendono foto, ridono, scherzano, sorseggiano birre, si abbracciano inebriati dall’intenso profumo dei fiori d’arancio che pervade tutta la città. Le dame scalze che accompagnano i gruppi statuari cercano con gli occhi amici e parenti tra la folla e salutano con la mano, si separano dal corteo e corrono a ciarlare con i conoscenti al margine della sfilata,

Ê uno spettacolo incomprensibile quello che sfila, nessuno sa più decifrarne i simboli, il pathos, il senso profondo: la penitenza.

Ê come se un frammento di tempo passato fluisca come un fiume alluvionale nel mezzo di una folla ignara e ciarliera. Non vi è comunicazione possibile, non vi è una lingua comune. Sono due mondi: quello che sfila e quello che assiste. Ma anche coloro che sfilano sono ignari, distratti, ciarlieri, non intendono i simboli che reggono sulle spalle o tra le mani, lo fano con indifferenza.

La processione è il fantasma di una devozione estinta nel chiasso, nell’infantilismo. Nessuno, ma proprio nessuno prega.

Immagino la terribile solennità che solo cinquant’anni fa questa processione doveva imprimere nel cuore dei partecipanti e degli spettatori. Allora tutti erano credenti che partecipavano a un rito terribile e dolente, un rito di penitenza nel profumo degli agrumeti, nella sensualità della brevissima primavera di queste terre.

Di tutto questo non resta neppure il ricordo. Un paese smemorato, un paese smarrito. La processione segue stancamente il suo lungo itinerario aprendosi il passo in una chiassosa indifferenza.