Monday, February 28, 2011

 
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Le rose dei tuoi petali

Per primi furono i colori a deformarsi
Ritirandosi nelle loro forme geometriche
Poi la neve che con lo sguardo obliquo
Fissava la fuga del branco sull' eisberg
Pericolosamente inclinato della speranza
La lingua penzoloni, tra le nuvole di vapore degli aliti
Cercava la soglia il branco
La soglia tra parola e voce
La tua voce fu la prima a scomparire
A ritirarsi come un cucciolo nella tana della memoria
Raggomitolata nel suo tiepido pudore
Nella sua speranza rassegnata
Anche la corsa del branco era soffice
Le zampe frusciavano sul velluto del ghiaccio
Anche le rose dei tuoi petali erano gelate
E le labbra che non mi baciarono mai
Poi fu lo sguardo ad occultarsi
Tra le pieghe della notte stellata
Restò allora il tuo passo
Il tuo passo che chiedeva tenerezza
I tuoi gesti che la rifiutavano
E le tue parole che divoravano i baci
E la corsa arruffata di tutto il branco
Nell'ansia della luna
Nell'attesa del serpente
La corsa verso il limite ove tutto stinge
per primi i colori poi le dita
E le forme con tutte le loro unghie
E i sorrisi riposti nel carillon
Con la collana di perle false
Con la collana di denti di latte
Nel velluto rosso che il tempo
Va trasformando in farina.

Poi spalancasti gli occhi senza voce
Non avevano più voce i tuoi occhi
La voce gli aveva abbandonati
Nello stupore di uno spasimo di luce

Come dire che amavo l'mpossibilità del tuo amore?
Più profonda di qualsiasi amore
Amavo l'impossibilità di amarti e di essere amato
E in questa negazione ho posto la mia fedeltà
e l'ho tradita teneramente di non poterla smarrire.

È una notte di luna e di ghiaccio
Questa notte di stupore di occhi spalancati
Di oceani come stelle fredde
La cerimonia della fiducia, quella del sogno
Non forniscono protezione in questi casi
Comunque non avresti potuto sopportarne lo sforzo
Dentro l'occhio sbarrato si smarrì la tua voce
Un bosco, una foresta di voli, la separava ormai
Dagli altri rintocchi
Avevi appena finito di ordinare le tue cose nell'armadio
Avevi predisposto tutto con limpida speranza
La morte non osavi sperarla
Non osavi chiedere il suo abbraccio.

*

Una tempesta di campane pesava sulle nostre tempie
Come una corona
Ma fu dei tuoi occhi l'ultimo rintocco

Smarrita la tua voce si guardava intorno
Tra il brusio di tutte quelle foglie
Mentre il dentro diventava il fuori
E tutte le fotografie si accartocciavano
Al fuoco al sangue

Ma questa volta era la parola a udire
La parola ad ascoltare le tue pupille.

Non furono le tue dita a sfiorarmi le tempie
Altrove scostandomi dalla fronte i rami del sicomoro

genseki

Juan Larrea

Dente per dente

Nel paese del riso la cenere precede il fuoco
La neve precede gli uccelli
Le lacrime i loro troni

Quello che all'inizio è speranza camminando si fa orma
Quello che accade lascia separati i colori
Ma soggetti a un qualche oscuro inganno

Per perdere la vita non vi èe che un motivo il cielo
Le bocche hanno l'odore del desiderio di scoprire un bel delitto
Un caffé non è mai lontano

Uniti da una medesima tendenza
Quando l'alba paga le sue nubi con la vita
Uniti come monete nel prezzo di una donna nuda
Le membra di un uomo non vi lasciano niente da desiderare
Come eclissi parziali
Assoli d'arpa
Come spari nel vento
Come fiammifferi

III

Tanto progresso introdotto nella
Nostra pallida nevralgia miseria di stufa
Senza dolore senza domatore senza
Nulla di simile al ventre materno
A occulti tesori

Vecchi lupi di speranza fumando
All'origine delle lacrime lontano dalle
Montagne che sanguinano dal naso dei fiori
Amarezza rimpiazza le ulcere di ceralacca
I granchi nelle notti di pioggia
Le donne perdute in ogni
Imboscata di freddo che
Si sporge ancora dai rami mascherati di statura
Merci luminose delle sue ginocchia
Disposte a cadere al bordo del'ombra in fiamme
Come gru di impulsi sinceri
Catena degli incompresi sempre

Da “Oscuro Dominio”
trad. genseki
 
Posted by Picasa

Per Il volo possibile

Il solo volo possibile fu quello delle tue iridi
Ma non vi arrise il sorriso
No, sfuggente alla piena libertà del dolore,
Si stancava per tutti noi
Per le foglie caduche
Per i gattici novelli
Per le piume smarrite – solo per sé non aveva rimpianti -
Ora il tuo sguardo è rame e fragore
La tua voce stridula richiama
Il germano che vola sul greto tra la nebbia
All'altro capo di nessun telefono
Ti distendo le mie parole
Come tante mancanze vuoti intermittenze
Sei pioggia di campane ora
Nubifragio di rintocchi misericordiosa
A tutti i viventi alle loro lacrime grata
Tu che amarezza piegasti a tenerezza
Ora consoli
L'arida disperazione che si screpola in lamenti
Sei pioggia e mormorio e carezza – ora -
E riva di un mare dolcemente violetto
Come la luna che fu
A te non culla
Ma falce


genseki

Thursday, February 24, 2011

Berg Violin Concerto pt 1 - Frederieke Saeijs

Alla mamma

Novellamente foglie d'olivo

Altro vento si disfa anche più chiaro

Ancora appena appena più chiaro

In questo sospiro dorato, di tromba o zampogna

E tutte quelle pelli che pendono dai pali

Con macchie di sangue rappreso,

Pelli di coniglio, pelli di lepre, di fauno, di leprecauno

Pelli di lucciola e di bisonte, e pelli conciate

Con il minio, con la cenere

Con succo di felci, con calce, con caolino

Aspettando un vento che apra la porta

La porta del monte, quella dell'arcobaleno

In una pioggia fitta di aghi, in un mulinello di conifere

L'osteria dove ci eravamo fermati a bere

Sporgeva pericolosamente inclinata

Sul burrone accanto al cedro, sul lago

E non vi era maniera di fermare il tempo

Lanciato giù per i foschi tornanti

Anche se era evidente che ogni gesto

Era infinito immobile nel sempre;


Ora sei tu nella libertà cava della foresta

Nello spazio incalcolabile del nulla

Noi qui i prigionieri delle posate,

Della teiera, delle briciole sul capodimonte

Noi qui strettamente contenuti nei limiti opachi

Dell'essere

Della vita

Non possiamo più conoscerti

Non possiamo udire il graffiare delle tue unghi sottili

Sulla pellicola sferica dell'esistenza come cinque lune d'argento

Affilate

Come dieci lune pallide sottili svelate alla fine in un sibilo solo


Avresti voluto tu abbandonarti nel grembo fresco di Kannon

Udire con le sue mille e mille orecchie

La solitudine e il dolore del mondo

E mutarti, rivelata a te stessa compassione universale che non godesti


Il vento risveglia lo splendore dell'erba

mescola rosmarino e mimosa in un solo abbaglio

A una svolta si sciolgono i capelli

Come grandine battono sull'eternit le perle di Proserpina


Da un angolo hai visto il mondo

Dal tuo angolo senza pretendere più di uno sguardo

Dal mondo e sul mondo

Scontrosamente certa di non poter pretendere altro che quella insicurezza

Di bambina amara per sempre

In un bosco di mandorli su prati di prezzemolo, sfogliando la fredda

acidità

Del croco

Grano a grano, magra, tu ferita dalla nebbia


Lui averbbe dovuto essere li lei con il suo cappotto blu

Lui biondo e con la febbre, lei con le bende virginali

Ritta sulla luna, sul serpente con la tua valigia nella mano

Piena di foto, adesso, di cioccolato e di speranza.


Dove si erano smarriti?


Le dita delicate delle fave escono dalla terra

A liberare le anime dei morti recenti

de è tutta una festa di nebbia che tintinna, che trilla

Sbronza d'api come fibbie sul broccato delle crucifere


Avresti dovuto essere per un momento la mia bambina

Cercare la mia mano con gli occhi spalancati

Avrei asciugato le tue lacrime se cadendo ti ferivi le ginocchia.


Avrei asciugato le tue lacrime, sai?

Morendo mi sveli alla morte mi spalanchi la sua porta

C'è vento

I tuoi occhi non li riconosco

Sono di rame i tuoi occhi adesso


Il vecchio barbuto getta i remi sul fondo del suo palustre barcone

I fiori qui sono acidi come il gelo della primavera

La tua moneta la stringi contro il petto

Nelle manine la serri per non dargliela

Cerchi le tue lacrime che fuggono su su per le funi di pioggia come insetti opachi

Gli occhi del vento hanno pupille come ali di bronzo

Che si aprono e si serrano con fragore.


Adesso posso percorrere tutti i sentieri

Nella febbre incipiente del disgelo

Sono un seme, lo sai? piantato dalla tua morte.


Trilce XVIII

César Vallejo




Da Trilce


XXVIII




Ho fatto colazione da solo, senza


Madre, senza supplica, senza serviti, senz'acqua,


Senza padre che, nel facondo offertorio


Delle pannocchie chieda del suo ritardo


Di immagine, per le maggiori fibbie del suono.




Ma come avrei potuto far colazione. Come servirmi


Da piatti tanto lontani tali cose,


Ora che si è spezzato il focolare stesso


Quando madre neppur s'affaccia alle labbra


Come avrei mai potuto mangiare nonniente.




A casa di un buon amico ho fatto colazione,


Con suo padre appena tornanto dal mondo,


Con le sue zie canute che parlano


Con piccoli rintocchi di porcellana,


Bisbigliando da tutti i loro vedovi alveoli;


E con franche posate d'allegro tirritero


Che sono a casa loro. E allora grazie!


Che male mi dolsero i coltelli


Di questa mensa fin su nel palato.




Abbuffarsi è così a queste mense ove si gusta


Amor alieno e non il prorip amore


Ecco che si fa di nuovo terra la brocca che MADRE non porge


Colpo sferra la dura deglutizione; il dolce,


Fiele; olio o funebre caffé.




Quando spezzato giace il focolare


E dalla tomba non esce l'invito materno


Scura, scura la cucina, la miseria d'ampre.



César Vallejo
Trad. genseki

Trilce XVIII

César Vallejo




Da Trilce


XXVIII




Ho fatto colazione da solo, senza


Madre, senza supplica, senza serviti, senz'acqua,


Senza padre che, nel facondo offertorio


Delle pannocchie chieda del suo ritardo


Di immagine, per le maggiori fibbie del suono.




Ma come avrei potuto far colazione. Come servirmi


Da piatti tanto lontani tali cose,


Ora che si è spezzato il focolare stesso


Quando madre neppur s'affaccia alle labbra


Come avrei mai potuto mangiare nonniente.




A casa di un buon amico ho fatto colazione,


Con suo padre appena tornanto dal mondo,


Con le sue zie canute che parlano


Con piccoli rintocchi di porcellana,


Bisbigliando da tutti i loro vedovi alveoli;


E con franche posate d'allegro tirritero


Che sono a casa loro. E allora grazie!


Che male mi dolsero i coltelli


Di questa mensa fin su nel palato.




Abbuffarsi è così a queste mense ove si gusta


Amor alieno e non il prorip amore


Ecco che si fa di nuovo terra la brocca che MADRE non porge


Colpo sferra la dura deglutizione; il dolce,


Fiele; olio o funebre caffé.




Quando spezzato giace il focolare


E dalla tomba non esce l'invito materno


Scura, scura la cucina, la miseria d'ampre.



César Vallejo
Trad. genseki

Gerardo Diego

Vorrer esser convesso

Per la tua mano concava.

E come un tronco vuoto

Per accoglerti in grembo

E darti ombra e sogno.

Soave orizzontale interminabile

Per l'orma alterna e ansiosa

Del tuo piede sinistro

E del destro.

Essere d'ogni forma

Come acqua adeguata ad ogni coppa

E poterti abbracciar sempre da dentro.

E poi essere coppa

Per abbracciar da fuori al tempo stesso.

Acqua fattasi coppa

Il tuo confine – dentro e fuori – sempre esatto


Da: “Versos humanos

Trad genseki

Juan José Saer

Da quando è arrivato da Parigi, dopo tanti anni di assenza, la sua terra natale non gli ha causato nessuna emozione perchàe adesso, finalmente si è fatto adulto, e essere adulti significa essere riusciti a comprendere che non è nella propria terra natale ove si nasce ma in un posto molto più vasto e più neutro, né amico né nemico, sconosciuto, che nessuno può a buon diritto dire sua e che piuttosto che un senso di appartenenza en produce uno di estraneità. Un rifugio che non è né spaziale né geografico e neppure verbale ma piuttosto, e fin dove queste parole abbiano ancora un significato, qualche cosa di chimico, biologico, cosmico e in cui il visibile e l'invisibile, dai polpastrelli fino all'universo stellato, o quello che si può giungere a capire del visibile e dell'invisibile e che questo insieme che include la soglia stessa dell'inconcepibile patria non è ma prigione, essa pure abbadonata e chiusa dall'esterno, smisurata errabonda realtà ignea e gelida al riparo non solo dei sensi nostri ma anche dell'emozione, della nostalgia e del pensiero.

Da: "La pesquisa"

Trad genseki

Tuesday, February 22, 2011

Alla Mamma

José Emilio Pacheco

Terribile è la fotografia
Pensare che nei suoi oggetti quadrangolari
Giace un istante del 1959
Volti che non sono piú,
Aria inesistente
Perché il tempo si vendica
Di quanti rompono l'ordine naturale congelandolo,
Le foto si screpolano, ingialliscono,
Non sono la musica del passato;
Sono il boato
Del crollo d'interne rovine
Non sono il verso, son lo scricchiolio
Della nostra irrimediabile cacofonia.

José Emilio Pacheco
Trad. genseki

José Emilio Pacheco


José Emilio Pacheco

Birds in the night

(Vallejo e Cernuda si incontrano a Lima)

A partire dalle coste del Perú ha messo in crisi
L'industria della pesca e ha provocato nelle cittá
del litorale l'invasione di uccelli.
Tutta la notte odo l'alato rumore che precipita
E come in un poema di Cisneros,
Albatri, pellicani e cormorani
Muoiono di fama a Lima, in pieno centro;
Sono torturati baudelariamente.

In questi vicoli miserabili
(Tanto simili a Messico)
César Vallejo passeggió, fece l'amore, deliró
Scrisse versi.

Giá! Ora lo imitano, lo venerano
"È un orgoglio per il continente",
In vita lo presero a calci, a sputi,
Lo ammazzarono di fame e di tristezza.

Disse Cernuda che nessun paese
Ha mai tollerato vivi i suoi poeti.

Va bene cosí.
Sarebbe forse meglio
Essere il Poeta Nazionale
Che tutti salutano per strada?
**
César Vallejo
Mi duole nelle ossa l'umiditá
Che trafigge come un cilicio
Qui soccombe per il mal di mare il nativo
Delle alte cittá dell'entroterra
Secche o morte
Messico sull'altipiano
Che fu bosco e laguna
E oggi è terrore e chissáche altro.
Dalla finestra entra l'aria di Lima
L'umiditá come una forma di pianto
Oggi venedí
15 aprile
Mezzo secolo dopo
La morte di Vallejo.
**
José Emilio Pacheco
Trad genseki

Monday, February 14, 2011

A sua madre

Fu quando tutti i voli si fecero marmo
Che l'autunno frullava nel fondo delle mie pupille
E le foglie più pesanti ancora del loro lutto
Non cessavano di balenare come monete
Senza una faccia senza una luna

Perduto il tuo volto nel suo occaso incessante
Anche il mio nome era un altro
La mia vicenda entrava nel porto
Le mie ultime lettere le scrivevo sulla carta da imballaggio

Dove potevo ormai appendere il cappello?
Sedermi al tavolo da gioco?
Accoccolarmi nell'orto sapendo che non mi amavi?
Che non mi amavi?
E le ali le scolpiva lo scalpello del volo
Nel marmo di quel pezzetto di cielo

Non fosti il mio battello
I tuoi occhi non mi furono lago

Sulla tua altra sponda aspettavo
Il mio traghetto, ora ora soltanto
So che avrai una mano per accarrezzare
I capelli stessi della luce

genseki

Manuel Altolaguirre

L'anima e la memoria

Manuel Altolaguirre

da: “Il cavallo greco”

Dopo la morte l'anima non si sente nuda. L'anima si veste della sua memoria, si limita con essa, illuminandola da dentro con la propria intelligenza e la propria volontà in modo che nulla di quanto visse resti occulto. L'anima resta avvolta dal paesaggio del suo comportamento, dei suoi pensieri, delle sue emozioni. La memoria, che in vita ci abbandona con tanta frequenza, nella morte ci presta il suo mantello, ci conforta e ci salva.

**

Se non in me, dove sta la mia vita? L'idea che possa essere registrata in un'intelligenza superiore mi riempie di speranza.

**

Rientriamo in noi solo con la morte. In tal modo ci incorporiamo con la forma totale della nostra storia, che, siccome il nostro corpo non è sufficiente per tante e tali attitudini, muore nell'attesa del giorno in cui sarà ancora convocato dallo spirito.
Morire è essere pianura, un grande volto impassibile, uno specchio di tutta l'anima nel quale si può leggere tutta una vita. Dove restò il tempo? Nell'oblio o nella disperazione. Nulla di tutto questo si trova in quel volto la cui presenza è un riflesso della divina sapienza che lo sta giudicando.
Le nostre vite sono come fiumi che sboccano in uno specchio. Quando tale specchio rifletta in un sol colpo e per sempre tutto quello che fummo, è perché finalmente siamo arrivati al momento della morte.

**

Nessun campo tanto vasto come la nostra memoria, percorrerlo è cercare se stessi. Ma questa ombra che cerca di conoscersi a forza di camminare su e giù per la propria vita non sono interamente io. Nemmeno questi che riceve a poco a poco strane impressioni e si mostra insensibile alla maggior parte di esse sono io, anche se nel mio sogno gli conferisco consistenza. Solo mi riconosco negli altri. Essi sono la mia riva e io l'ombra, è la loro luce che confondendosi con i miei primi grigi, forma le aurore, e se io sono d'acqua e loro di roccia, al nostro urto si formeranno piagge e litorali; se sono calore e loro neve, nel nostro incontro la primavera darà i suoi fiori e l'autunno maturarà i suoi frutti.

trad. genseki

Regola grammaticale

Regola grammaticale

La grammatica, come norma colettiva in poesia, non ha ragion d'essere. Ogni poeta forgia la propria grammatica personale e che non puo' essere trasferita, la propria sintassi, ortografia, analogia, prosodia, semantica. Basta che non esca dalle consuetudini di base dell'idioma. Il poeta può persino cambiare, in certo modo la struttura letterale e fonetica di una stessa parola, secondo i casi. E questo, lungi dal restringere la portata socialista e uniersale della poesia, come si potrebbe credere, la dilata all'infinito. Si sa che quanto più personale (ripeto, non dico individuale) è la sensibilità dell'artista, tanto la sua opera è più universale e collettiva.

César Vallejo

Otto Klemperer: Prelude to Richard Wagner's Lohengrin

Il nome

Il mio nome era tutto quello che volevi sapere
Elsa. Il mio nome.
All'Osteria del Gozzo tra una toma
E un gotto di Carcairone
Ti avvicinavi al mio ginocchio
Come la volpe alle uova del pavone
Ma nemmeno il mio ginocchio
Sapeva il mio nome,
Poi passeggiando ti indicavo
I gattici fioriti, gli arbusti della fusaria
E i fori delle mine fluviali
Profumavi di alga il mio nome
Lo chiedevi sulle unghie
Nel sorriso, nella curva del collo
Nella profondità del tuo tepore
Il mio nome pero' non lo conoscevo
Lo avevo perduto forse una volta in stazione
Mi era caduto di tasca mente cercavo
Di obliterare il biglietto nella fessura
Di quella macchina troppo gialla
La geografia delle tue mani non era
Mappa sufficiente per indovinare nemmeno la mia origine
Ritornammo passando per il lago
In Nissan
Come un grande cigno bianco


genseki

Il crepitare altissimo d'incendi

Il crepitare altissimo d'incendi
lassù sull'altipiano dove le nuvole di marmo
Ci oscuravano il respiro
Il vento delle lacrime ti scuoteva
Come i rami dell'abete
Il fumo si faceva più solido
Tu dipingevi quel melo dalla finestra del bagno
Ti osservavo dalla siepe
Tra gli altri alberi da frutto
Al congedarti odore di verderame
Poi fu sera, tramonto, oltre la curva fiamme
Come sfrigolavano cervi e miniature
Un istante di cenere il nostro
Con un occhio ai tuoi collant
Fissavo il rogo della cordigliera
Come un'immenso coniglio rosso
Scuotere sfrenato le orecchie
Davanti al parabrezza.

genseki

Juan Larrea

Juan Larrea

Spine quando nevica

Sognami sognami in fretta stella di terra
Coltivata dalle mie palpebre afferrami per i miei manici d'ombra
Inebriami di ali di marmo ardendo, ardendo stella stella tra le mie ceneri

Potere potere alla fine trovare sotto il mio sorriso la statua
Di una sera di sole i gesti a fior d'acqua
Gli occhi a fior di inverno

Tu che nell'alcova del vento stai vegliando
L'innocenza di dipendere dalla bellezza “volandera”
Che si tradisce nell'ardore con cui le foglie si voltano verso il petto più debole

Tu che assumi luce e abisso al borco di questa carne
Che cade fino ai miei piedi come vivezza ferita

Tu che in selva d'orrori avanzi smarrita

Supponi che nel mio silenzio vive una oscura rosa senza uscita e senza lotta

**

Il mare in persona

Eccolo il mare innalzato in un battito di ciglia
Il mare senza sogno come una grande paura di trifogli fioriti
Nella postura della terra sottomessa come sembra
Se ne vanno digià con le loro lane di evidenza sulla nube e sulla sua fatica
All'ombra di un olmo non c'è mai tempo da perdere

Credula squisita l'oscurità mi viene incontro
Nella mia fronte abita lo scorza di pane che mi porto dentro
Tagliato a picco su un uccello insicuro

Così mi allontano per azione del piano
Che mi cuce alle piante che precorrono il mare
Un cervo d'autunno scende a leccare la luna della tua mano
E ora sulla mia sponda il mondo comincia a spogliarsi
Per morire d'alberi in fondo ai miei occhi
I miei capelli si riempiono di pesci di penombra
Di scheletri di navi forzate

Senza andare più lontano
Sei fredda come l'ascia che abbatte il silenzio
Nella lotta tra il paesaggio e il suo colpo d'occhio

Poi quando il cielo esporta i suoi pianisti celebri
E la pioggia l'odore della mia persona
Come il tuo bel cuore si tradisce

Trad. genseki

Isola ti chiamavo

Isola ti chiamavo Elsa, Elisa
Tu mi chiamavi. Come mi chiamavo?
Non mi chiamavo, non avevo nome.
Tu sempre domandavi finché quasi
Volevo dirti di chiamarmi cigno
Nube, Callisto, Melibeo, Elosabad,
Islamey, Lohengrin, Ulisse. Zero.
Come mi chiamo? Ancora me lo chiedi?
Mi chiamero', mi chiamero' Tiamo.
Tu non smettevi pero' di domandare
Fino a rientrare nel tuo secondo sogno.

Gerardo Diego
Trad.genseki

San Sebastiano


Guido Reni

San Sebastiano

San Sebastiano

Legato a un tronco un corpo, torso bianco bersaglio.
Sibilo, volo, un bosco di saette.
Candore che oramai si scorge appena
Di bellissima pelle. Ombre
Di penne e di steli ecco oscurano
La lividezza così prepotente. Fiumi
Di sangue macchiano sul petto
Le bande della nobiltà nel Cristo.

Danzando fu la sua danza rapita.
Tronco non fu d'olivo in fiamma e nodo
Né fusto di betulla argentea lebbra.
Né torsione veementissima del sandalo
Che immobilizzi così sul proprio asse
L'alata varietà solo in un grido.

È Sebastiano il martire che vendica
La superbia oceanica, lo scoglio
Ove un titano incatenato canta
Nel fuoco e nella danza si scatena.
La fiamma non rubo' ma l'alimenta
Col suo sangue la esalta e la ridona
Al cielo che l'assorbe in nuovo incendio.

O bandiera di rossi e di violetti
E azzurri rapidissimi, o incolume
Sebastiano nell'asta, nel candore
Zebrato. Gia s'estraggono quei dardi
E nel sollievo tu canti in trionfo,
Danzi la fe di Cristo insanguinata.

Gerardo Diego
Trad. genseki

L'azzurro

Fu l'azzurro che garantì la nostra nascita
In dolcezza e celebrata promessa,
Poi qualcuni guardo' attraverso lo sguardo
Come affaciandosi da una finestra aperta
E un altro risuono' inclemente
Nel vuoto della voce:
L'anima esplose come reticolo
Come carosello di spore
Le mani le avevamo legate in mille nodi
Un nodo per ogni nome
Uno per lo sguardo, uno per chi origliava
Dalla stretta fessura delle orecchie
Il mondo si fece allora giardino
La speranza condannata a germogliare
Ognuno ha diritto ad almeno due vite
Una contiene se stessa e un'altra
La morte resta il seme piú fecondo.

genseki

Pelléas et Mélisande (Mes longs cheveux)

 
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Per ricordarmi dei tuoi capelli

Per ricordarmi dei tuoi capelli
Mi bastava fissare le mie dita
Le lune delle tue unghie, pure
Erano sciabole delle mie iridi.
Il segreto come decifrarlo?
O il tormento dei tuoi gesti,
Quando toglievi la mollica del pane
Scartavi il cuore delle mele
Ti chinavi ad accarezzare la caviglia
Con la tempia all'altezza della tavola preparata?
Il fiume dei tuoi capelli
Era come un firmamento
Un oceano di rame
Salato come il ghigno delle fiamme
Nell'inesanatura del caminetto.

genseki

L'azzurro

L'azzurro lo lasciai
Che aggredisse i miei occhi
Fino a farli leggeri come macchie
Fino a rendere l'ozono sonoro come la moneta
Che cade sullo zinco dell'acquisto
Perchè se di questo si trattava
Allora solo l'azzuro era la nostra lingua
Garanzia della vita ossigeno dell'essere
E i nostri corpi più liberi dei loro vestiti
Si sarebbero lasciati spogliare dall'anima
Dal vento
Per questo invocai l'azzuro sulle colline di cenere
Nei boschetti di ossa lo invocai
Con il flauto di sambuco accennando
melodie di miele
Perchè finalmente la mia voce perdesse
la sua pelle di polvere
E il solo senso fosse vuoto sguardo.

genseki

Bolañismi

Manuel Maples Arce, paseando por la Calzada del Cerro, bosque de
Chapultepec, México DF, agosto de 1976.
Este joven, Arturo Belano, vino a
verme para hacerme una entrevista. Sólo lo vi una vez. Lo acompañaban dos
muchachos y una muchacha, no sé sus nombres, casi no abrieron la boca, la
muchacha era norteamericana.
Le dije que abominaba del magnetófono por la misma razón que mi amigo
Borges abominaba de los espejos. ¿Usted fue amigo de Borges?, me preguntó
Arturo Belano con un tono asombrado un poco ofensivo para mí. Fuimos bastante
amigos, le respondí, íntimos, podría decirse, en los días lejanos de nuestra
juventud. La norteamericana quiso saber por qué Borges abominaba de los
magnetófonos. Supongo que porque es ciego, le dije en inglés. ¿Qué tiene que ver
la ceguera con los magnetófon dijo ella. Le recuerda los peligros del oído, le
respondí. Escuchar su propia voz, los pasos de uno mismo, los pasos del
enemigo. La norteamericana me miró a los ojos y asintió. No creo que conociera a
Borges demasiado bien. No creo que conociera mi obra en absoluto, aunque a mí
me tradujo John Dos Passos. Tampoco creo que conociera mucho a John Dos
Passos.
En fin, me pierdo. ¿En dónde estaba? Le dije a Arturo Belano que prefería
que no usara el magnetófono y que sería mejor que me dejara un cuestionario con
preguntas. Él accedió. Sacó una hoja y redactó las preguntas mientras yo le
enseñaba algunas habitaciones de la casa a sus acompañantes. Luego, cuando
tuvo terminado el cuestionario, hice que trajeran unas bebidas y estuvimos
hablando. Ya habían entrevistado a Arqueles Vela y a Germán List Arzubide.
¿Cree usted que alguien se puede interesar actualmente por el estridentismo?, le
pregunté. Por supuesto, maestro, dijo él, o algo parecido. Yo creo que el
estridentismo ya es historia y como tal sólo puede interesar a los historiadores de
la literatura, le dije. A mí me interesa y no soy un historiador, dijo él. Ah, bueno.
Esa noche, antes de acostarme, leí el cuestionario. Las preguntas típicas
de un joven entusiasta e ignorante. Hice, esa misma noche, un borrador con mis
respuestas. Al día siguiente lo pasé todo en limpio. Tres días más tarde, tal como
habíamos convenido, vino él a buscar el cuestionario. La criada lo hizo pasar pero
le dijo, por expresa instrucción mía, que yo no estaba. Luego le entregó el paquete
que yo tenía preparado para él: el cuestionario con mis respuestas y dos libros
míos que no me atreví a dedicarle (creo que hoy los jóvenes desdeñan estos
sentimentalismos). Los libros eran Andamios interiores y Urbe. Yo estaba al otro
lado de la puerta, escuchando. La criada dijo: esto le ha dejado el señor Maples.
Silencio. Arturo Belano debió de coger el paquete y mirarlo. Debió de hojear los
libros. Dos libros publicados hace tanto tiempo y con las páginas (excelente papel)
sin cortar. Silencio. Debió de mirar por encima el cuestionario. Después oí que
daba las gracias a la criada y se marchaba. Si vuelve a visitarme, pensé, estaré
justificado, si un día aparece por mi casa, sin anunciarse, para conversar conmigo,
para oírme contar mis viejas historias, para poner sus poemas a mi consideración,
estaré justificado. Todos los poetas, incluso los más vanguardistas, necesitan un
padre. Pero éstos eran huérfanos de vocación. Nunca volvió.
Roberto Bolaño
Los Detectives Salvajes

Manuel Maples Arce


Manuel Maples Arce

Prisma

Io sono un punto morto nel centro del momento
Equidistante al grido naufrago di una stella
Un parco
La luna senza corda
Mi opprime alle vetrate.

Margherite dorate
Che si sfogliano al vento.

Insorta la città di annunci luminosi
Galleggia in calendari,
E poi di sera in sera.
Per la strada stirata si dissangua il tranvai.

L'insonnia come fosse un rampicante,
Si avviluppa ai traliccci del telegrafo
Mentre vanno i rumori scardinando le porte
La notte si fa magra leccando il suo ricordo.

Il silenzio giallino mi risuona sugli occhi,
Prisma, diafana mia, come sentire tutto!

Le separai le mani,
Ma proprio in quel momento
Grigio delle stazioni
Le sue parole fradice mi si strinsero al collo,
E una locomotiva
Assetata di chilometri la strappo' dalle mie braccia.

Il suono delle sue parole oggi è più gelido che mai
E la locura di Edison a mani di pioggia!

Il cielo è un ostacolo al condominio inverso
Rifratto nelle lunule ombrose degli specchi;
I violini non crescono al modo del moscato,
E mentre van le orecchie esplorando il mattino
Rabbrividisce ossuto l'inverno in guardaroba.

Mi debordano i nervi
La stella del ricordo
Naufragava nell'acqua

Del silenzio

Tu de io

Ci incontrammo

Nella notte terribile,

Meditazione tematica
Che appassisce in giardini.

Locomotori, grida,
Arsenali, telegrafi,
E l'amor della vita
Son già sindacalisti,

E tutto si dilata in circoli concentrici.

Trad. genseki

Presunta foto di Duca o Buca Spadari

Posted by Picasa

Frammento

Ti sporgevi dai tuoi sogni come da una caverna
Ma il mio sonno era verde come quello dei cinghiali
Sognavo un sogno di lupo prigioniero
Nella magia di una miniera di carbone
E i tuoi piedi come due colombe
Frullavano sgraditi alle mie tempie
Le unghie delle tue mani erano firmamento
Nella notte dei bambù e dei denti ...

genseki

Unica Rovelli

Poi non seppi più nulla di Dreiser Cazzaniga e non rividi più, per lunghi anni, il comissario Fabro, cosi che finii per dimenticarmi del tutto di quell'incidente marginale e sgradevole. Fu inaspettatamente e per puro caso che rividi il commisario Fabro nella piccola latteria al lato della Cattedrale nella quale solevo cercare rifugio nei momenti di tranquilla serenità e solitudine che si facevano sempre più splendidi, frequenti e luminosi con l'avanzare della vecchiaia, amavo questo mio lungo tramonto, i miei passi che si facevano incerti, la stanchezza, l'insonnia che rendeva le notti un'avventura febbrile, gli antidolorifici e il loro tremolante sopore e le ultime latterie, specialmente quella al lato della cattedrale, con l'odore di limone e canella, i grandi contenitori di vetro con le perle di zucchero e le gocce di cioccolato, il frigorifero panciuto che era un'imitazione vecchissima di un modello ancora più vecchio di frigorifero statunitense che sarebbe stato perfettamente al suo posto in una casa marziana visitata da Bradbury. Una manona si appoggio' pesantemente con cordialità non gradita sulla mia spalla, e la voce pastosa e sfrigolante del comissario Fabro scivolo' nelle mie orecchie senza apparente sforzo: - Lermita! È dal tempo di Scoriosozzo che non la vedo, si ricorda, la manzottin? -
Come dimenticarla – dissi rabbrividendo involontariamente.
Si sieda Lermita, posso offrirle un caffe?
Non potevo fuggire perché la porta stava proprio dietro il comissario che en occupava tutta la larghezza, e non me la sentivo di tentare la fuga attraverso il retrobotega perché poi avrei avuto difficoltà a restare cliente di una latteria dalla quale ero fuggito per liberarmi della polizia. Mi sedetti e il gentile Fabro mi aggiorno' sul caso di Dreiser Cazzaniga. Risultava che Il Duca o Buca Spadaro non lo poterono reperire e quindi non fu interrogato. Attraverso vari riscontri si poté appurare che le scatole di carne manzottin erano state rubate dalla macchina di Buca o Duca Spadaro da Dunja Rabam Kosovara che ruppe il vetro posteriore con un mattone che portava nella borsa da Pristina. Dunja non aprì le scatolette perché temeva che fossero una trappola dei cristiani e che contenessero carne di maiale, così nonostante le proteste dei bambini le cambio' con due confezioni di pannolini giganti alla vecchia Gita che viveva davanti alle rovine dell'antica fabbrica Eterthanatos in cui Dunja aveva trovato rifugio con la famiglia dai rigori dell'inverno. La vecchia Gita aveva barattato le scatole di carne Simental con 15 kili di torba e 10 Kili di russule emetiche da Biotto Cèpedo, il viandante dei boschi che le aveva portate a valle da una delle sue lunghe escursioni sui fianchi poderosi del Mucrone. Biotto Cèpedo, alla fine en aveva usato il contenuto per preparare trappole per le volpi e gli sciacalli, nessuno sciacallo e nessunissima volpe si era degnata di farsi attrarre da quella pastura e Biotto Cèpedo aveva usato le scatole vuote per allontanare i passeri dal suo piccolo vigneto. Il telefono mobile di Dreiser Cazzaniga aveva registrato questo messaggio circa una settimana prima della sua morte: “Non voglio più parlare con te basta messaggi e telefonate, e lasciaci in pace”. Firmato Duca o Buca Spadaro. Il plurale. Chi era l'altro o gli altri che Dreiser Cazzaniga doveva lasciare in pace? Fu appurato che Duca o Buca Spadaro era stato visto nella valle e sui sentieri del Mucrone in compagnia di tale Unica Rovelli, ex-concubina di Bilbo il Chimico che Duca o Buca Spadaro aveva amato nell'adolescena e che per farlo ingelosire si era sposata con Bilbo il chimico e aveva visuto con lui circa trentanni geneando figli e figlie nella città alemanna di Francomorte. Unica Rovelli era facilmente riconoscibile dalla bocca, aveva una bocca larga, che si apriva da orecchia a orecchia come se la testa fosse stata tagliata in due poco sopra il mento e le due parti separate lasciate distrattamene appoggiate una sull'altra. La bocca di Unica Rovelli non era oscena. Questo no. Ma creava in quanti si imbattevano in lei una sensazione di doloroso disagio che risultava difficile da definire. Insomma, trattandosi di bocca era facile che la mente si immergesse in indecorose comparazioni, ma era più una ferita che una bocca e lo sguardo en percorreva i margini come volesse suturarla per recuperare il suo equilibrio in forza di un gesto pietoso verso tanta sventura. Unica Rovelli era per unanime testimonianza di quanti l'avevano conosciuta una creatura psicologicamente gelatinosa con l'anima di un'assassina piagnucolosa. Duca o Buca Spadaro e Unica Rovelli hanno fatto perdere le proprie tracce, alcuni miei collaboratori dubitano persino che siano esistiti, credono che siano una leggenda formatasi nei boschi del Mucrone, magari dalla fantasia avariata di Biotto Cèpedo dopo un'indigestione di muscaria e veicolata da carbonai e ortolane sulla base di qualche elemento reale. Magari Diuna aveva rubato davvero un paio di scatolette di carne manzottin dalla bicicletta di una vedova, una poveretta dalla bocca deforme aveva mangiato polenta scunsa in qualche piola della valle, e questi fatti avevano colpito la fantasia popolare. Dreiser Cazzaniga era morto e se la coppia Buca Unica era reale certo aveva avuto qualche responsabilità in questo avvenimento.
Furono di questo tenore le conclusioni del comissario Fabro e quella fu l'ultima volta che lo vidi e che sentii parlare di Dreiser Cazzaniga fino a quando conobbi genseki.
Tristano Lermita