sabato, gennaio 14, 2017

René Char

Ne cherchez pas dans la montagne; mais si à quelque kilomètres de là, dans les gorges d'Oppedette vous rencontrez la foudre au visage d'écolier, alle à elle et souriez-lui car elle doit avoir faim, faim d'amitié

Affres, détonation, silence


*

Marta

Marta di cui questi vecchi muri non possono appropriars, fontana in cui si contempla la mia monarcia solitaria, come mai potrei dimenticarti per non dovermi ricordare di te; tu sei il presente che si accumula. Ci uniremo senza dover avvicinarci, prevederci, come due papaveri formano nell'amore un'anemone gigante. Non entreró nel tuo cuore per limitarne la memoria. Non tratteró la tua bocca per impedire che si schiuda sull'aria celeste e la sete di partenza. Voglio essere per te la libertá e il vento che varca la soglia di sempre prima che la notte divenga introvabile.

Penombra

Mi trovavo in una di quelle foreste dove il sole non penetra mai, ma di notte occhieggiano le stelle. Quel luogo aveva il permesso di esistere soltanto perché l'inquisizione degli Stati lo aveva trascurato.
Le servitú abbandonate sottolineano il loro disprezzo.
L'ossessione di castigare mi era stata ritirata ...


Le Thor

Nel sentiero delle erbe addormentate, ci stupivamo da bambini, che la notte si arrischiasse a passare, le vespe non andavano piú verso i romi e gli uccelli sui rami. L'acqua apriva agli ospiti del mattino la sua turbolenta immensitá. Erano filamenti d'ali, tentazioni di gridare, piroette tra luci e traspaenze. Le Thor si esaltava sulla lira delle sue pietre. Si scorgeva il Monte Ventoux, lo specchio delle aquile. Sul sentiero delle erbe addormentate, la chimera di un'etá perduta sorrideva alle nostre giovani lacrime.

Matita del prigioniero

Un amore la cui bocca è un mazzetto di nebbie
Si schiude e sparisce
Un cacciatore lo seguirá una sentinella verrá a saperlo.

Un uccello

Un uccello canta su un filo
La vita semplice, a fior di terra
Il nostro inferno si allegra
Poi il vento comincia a soffiare
Le stelle se ne accorgono
Ah! che folli a percorrere
Una fatalitá cosí profonda.

*

Trad, genseki

giovedì, gennaio 12, 2017

Benjamin Péret



Dormire, dormire nelle pietre

1

Dal corno del sonno agli occhi rivoltati dei sospiri
C’è posto per una cornamusa celeste
Da dove sgorga il suono fatale della reseda fiorita
Reseda, reseda se devi al quarzo i tuoi fiori
Perché ha messo alle tue radici una povere di sanguo e cervello
Che pepata ti acccarezza gli occhi
Ha pur messo la sua carezza marina sulla faccia inferiore dei toui petali
E l’acqua pura della sua testa nelle tue mani
Reseda reseda
Quando sará giunto il giorno delle biancehe arquate
Sentirai la testa inclinarsi come  un sole senza spessore
E il sangue delle tue vene si spargerá sullle stelle
Che ti risponderanno
Reseda reseda
I tuoi movimenti ribelli alle carezze del vento
Che passa presso di te come un minuto giá usato
Come un minuto liquido
I cui sguardi inutili si perdono nei pozzi
Dove vorresti vivere flessibile e pallido come un filo di 
Sorgente
Uccelli uccelli delle mie orecchie
Volate via
Volate via come una corrente d’aria
Verso lo spetrro di sale dove gemono le vostre piume
Tale piuma che geme aspetta soltanto la pioggia sottile per
Ritrovarvi
Tale piuma che impallidisce sará verde domani
Se l’uragano le svela il suo destino
E tale piuma che scompare come un A B C D
Si ritrova in primavera sulla testa dei cieli
Perché i cieli sono fatti delle vostre piume
Gocce di sangue d’acqua del gioiello piú antico delle donne
La polvere si annoiava nel deserto delle mani
Il cui superfluo deborda su seni pallidi

Usciti dallo specchio che nessuno scoprí
Perché parte e ritorna come una foglia
Perché è celeste
Perché è rosso
Secondo che il tuo sguardo si smarrisce come una bandiera
Secondo che la tua voce esplode come una aurora boreale
O scorre come le ciliege del tempo
Raccolte dagli oscuri viaggiatori del tuo sangue
Che schiuma lungo le tue anch
Onde fresche
Su labbra che bruciano al loro passaggio il mare e le isole

Circondate con le mani il corpo fragile dei venti
Il vento dell’errore e del sangue si gonfiano nei nostri corpi
Come una poesia di sale
E la reseda del cielo diventa anemica presso gli specchi
Perché si vede crescere come un torrente
Perché si vede oscillare sul suo supporto ossuto
Troppo simile all’angoscia d’una fiera
Perché si sente si sente la bocca e le orecchie di un dio
Di un dio salubre e forte che spazza via al mattino i germi spontanei
Delle mani stanche
Che dunque qui malgrado la madreperla delle arance
Osa contemplare dal piú profondo dei secoli
Il cavallo sereno dimentico dei crateri ove nacque l’orgoglio della
Sua razza
Che ci conduce all’alba
Che porta ninfee e seminatori di collier
Riflesso della pelle cosí dolce che vi ci si vorrebbe specchiare
Uccello delle luci non lo porta via
I granelli umidi fischiano nei loro rifugi
E le ombre appassite si nascondono sotto il muschio
Soffia o corno un azzurro cupo e verbale
La primavera è malata di un nuovo ciliegi
Di un ciliegio pieno di frutti sfavillanti
In cui affondano le ciglia di porcellana
Come uno sguardo in un getto d’acqua
Seduta spada seduti venti
Il mare scolora e domina il rosso
Il rosso del mio cuore è il rosso delle sue isole
Il vento che mi avvolge come un insetto
Il vento che mi salva da lontano
Il vento che ascolta il rumore dei suoi passi decrescere sulla mia ombra
Cosí pallido da sembrare un pesce volante

Hai sentito i capelli snodarsi come le lancette di una 
Pendola
E il soffio delle pietr attenuarsi per la paura che le mani
Non lo notino
Hai sentito la linfa sgorgare dagli alberi di paglia
E spargendosi sui fiumi
Coprirli di anatre
Le anatre degi astri non sono quelle di ma sorella
Perché ma sorella è nera come un’ostrica
E dalla sua voce escono talpe
E le talpe di mia sorella sanno tenere il loro segreto

I canestri e l’uva si incontrano su una strada 
Azzurra
Dall’urto scaturirá la grande mammella
Che ricopre gli orizzonti appassiti
E ci sará giustizia
Se la giustizia nasce dall’incontro tra l’uva e il cestino
Le tegole accarezzeranno i saggi affogati nel cemento
E le onde si rifiuteranno di attraversare il mare
Encora un’ora e gli scheletri si culleranno sulla corda
Delle maree
A condizione che i vetri perdano il loro splendore
A condizione che i vecchi si nascondano sotto le erbe
Chiocciole dei pendoli

Se l’amore nasce dalla proiezione del ribes nel becco 
Di un cigno
Mi piace
Perché il cigno del mio sangie ha mangiato tutto il ribes
Del mondo
Perché il mondo è soltanto ribes
E i ribes del mondo sgorgano dai suoi occhi
Come il sale degli alberi
Come il sale dagli alberi
Come l’acqua di mani sonore
Come le carezzze delle mosche di neve
Che nuotano la sera sui capelli disfaati che le implorano.

 Trad, genseki

lunedì, gennaio 09, 2017

Piedad Bonnet

Piedad Bonnet


Vincent Van Gogh contempla la notte


Un cavallo di ebano impiccato all sua morte

I suoi occhi di cristallo dietro la finestra
La sua testa tagliata coronata di stelle

E la lingua della paura
Le sua papille rosa la sua rugositá
Chi mastica e mastica dietro le mie orecchie?

Chi scalcia
E mi affonda nel pantano

Delle mie oscuritá
Dove balugina
Come un uccello in fiamme la coscienza?


Doppio

Mi guardo guardare

E il mio dentro è il mio fuori in questo carcere
In cui sempre mi trovo dietro a me
Con il mio fiato sulla mia nuca
Sussurandomi
Canzoncine all'orecchio come una madre un padre
Un monaco che obbliga un corvo a scendere
Con il becco insanguinato
Sulla pozza di luce della pupilla

Dell'altro
Che guarda
Che soffre.


Terrestre

Sognai un uccello impazzito
In una gabbia dello zoo
Mi risvegliai con la fronte piena di sangue
Chiamando mia madre
Chiedendole, in nome di Dio, latte caldo dai suoi seni
Per tornare a essere bambino.
Altri si destarono e gemettero e supplicarono come me
Nelle stanza vicine
Le mie braccia e il mio petto erano coperti di piume
Ma non vi era un cielo dove volare.


La madre è la grande notte


Qui il temo è legato con una camicia di forza
È vento sottomesso
Che scrive lo sstesso nome con un gesso sul muro.
Tutto sta qui dentro, in questo grande ventre
Pieno di uomini senza madre.
La madre è la grande notte. La madre è il nostro grido.
A madre è ogni dose di trifuoperazina
Che riempie di saliva le nostre labbra.
Quando accosto l'orecchio alle pareti
Perché voglio ascoltare il pianto di quelli che ancora mi amano
Solo odo il mio stridore. La mia oscura dissonanza
Il cuore della paura
Cantando la sua monotona litania.


.Fuso al nero

Quando avevo tre anni vidi mia madre illuminta
Ma credevio che bruciasse e piansi.
A sette anni dipinsi un toro dalle grandi corna e mi guardai nei suoi occhi
Soffrendo la sua ferita.
A quindici, con la faccia piena di grani, udii cantare in varie lingue la solitudine,
E le capivo tutte. L mia notte si popoló di incubi.
A diciotto
Sentii dire che stavo male di testa.
Mi afferrai con tutte le mie forze al legno marcio dell'infanzia
Mentre una radice cresceva tra le mie ciglia.
Un giorno le mie sorelle, spaventate, agitarono le loro ali di colombe
E lavarono il mio sangue con le loro lacrime.
Volli dire: vi amo. E gridare: padre, madre,
Ma qualcuno stava giá spegnendo le stelle.


Trad. Genseki

Da: http://www.otroparamo.com/cinco-poemas-ineditos-de-piedad-bonnett/