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venerdì, ottobre 24, 2014

Jabès su Max Jacob

Penso che scrivere sia anche scrivere in modo piatto. Credo che nonè necessario cercare di allontanare la trivialitá da un testo a qualunque prezzo. La trivialitá è un mezzo. Partendo da essa, possiamo andare piú a fondo. Altrimenti come facciamo a sapere che stiamo apporfondendo? La trivialitá è la superficie, una superficie che dobbiamo esplorare, per poi frantumarla.
Max Jacob mi rese molto sensibile a questo tipo di problemi. Quando gli lasciavo i miei testi a volte mi diceva – troppo coinciso – altre volte – troppo diluito -, o – troppo lirico -. - Legga i classici per il pudore -, mi scriveva, o – troppo laconico – legga Chateaubriand per la frase -solo molto piú tardi compresi che scrive voleva dire essere allo stesso tempo coinciso e profuso e anche scrivere a volte in modo piatto: la piattezza serve da supporto all'imagine, al pensiero e fa sí che risaltino.

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Max Jacob detestava il caos. Soleva dire che la forma di una poesia debe essere perfetta proprio come un uovo e che sebbene all'interno del testo debe essere vigente una libertá totale, il testo stesso debe trovare imperativamente la struttura che gli è propria. “Quando un cantante ha una voce ben rodata, puó divertirsi facendo gorgheggi” Scrisse nel 1916 nella prefazione del “Cornet à dés”.

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Il fatto che i surrealisti non abbiano mai riconosciuto Max Jacob come uno dei loro predecessori si debe alla sua conversione al cattolicesimo e anche al fatto, che a differenza di oro, egli non si sentí mai un discendente di Rimbaud e Lautréamont.

Frammenti da: Du désert au Livre intervista di E. Jabès con Marcel Cohen

Trad. genseki