venerdì, aprile 30, 2010

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Il desiderio di Dreiser Cazzaniga

"Il desiderio, ció che si chiama desiderio basta per fare si che la vita non abbia senso se produce un codardo".
Lacan


è alla luce di questa frase di Jacques Lacan, pescata letteralmente a caso nel mare dell'incomprensibilitá dei suoi scritti, che Dreiser Cazzaniga si accinse all'impresa di giustificara la propria vita, anche se essa era ancora un processo e non un cristallo. Per farlo si collocó al suo estremo, costruì un tempo preterito, o almeno cercó di costruirlo, totalmente alieno alla lingua impoverita e ipocrita in cui era stato gettato come scrivente. Un tempo preterito che isolasse il passato come, un arcipelago, di cui peró egli potesse variare in una certa misura le geografia. Ma solo un tempo verbale non bastava; dovette forzarne altri, forzare il lessico e deviare dalla morfologia. Dovette cioè rinchiudersi nella solitudine, negare la sua impresa come qualche cosa che fosse comunicabile, costruire una lingua impossibile dalle regole variabile e contradditorie come la geometria di Escher e poi dovette evocare il suo interprete, il suo giudice e curatore, genseki, il diamante dalle mille e mille sfacettature. Quando fu afferrato dal movimento di questa frase, Dreiser Cazzaniga non sapeva nulla di Lacan, a tratti detestava la psicanalisi, si entusiasmava per gli aspetti piú alchemici dell'opera di Jung, persino era giunto all'estremo di scegliere come guida al suo inferno infermo quotidiano un personaggio cosí assolutamente ripugnante come Simone Weil cui non si sarebbe mai abbastanza pentito di aver tributato un vero e proprio culto, celebrato attraverso la compilazione di stupidi quadernini la cui lettura egli soleva infiggere agli amici incolpevoli e soprattutto a Doña Tejada de las Silvas che non mostrava per essi nessun interesse. Eppure quella frase lo conteneva tutto intero nel fuoco della sua irradiazione spiraliforme.

a cura di genseki
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Il punto su questo blog

La veritá su questo blog è che sa morendo. Genseki scompare poco a poco, con i suoi tic, le sue rigide posture idiosincratiche, il suo io così animale, cosí animalescamente cavalleresco e “culto”, scompare vampirizzato da Dreiser Cazzaniga, Quel Dreiser Cazzaniga con cui ha condiviso un cosí largo cammino nel passato, con cui ha scoperto il passato, che lo ha spinto a cartografare il passato come una america recentemente scoperta, a redigerne l'inventario, ad essere il ramusio del proprio passato. I loro reciproci passati sono andati cosí poco a poco confluendo, confonedendosi, fondendosi. Il rischio, ancora evitabile? - è che finiscano per diventare un solo passato: un solo paese preterito percorso da due ricordi gemelli.
Dreiser Cazzaniga e genseki sono i due soli lettori di questo blog che sdegna di avere lettori, si leggono e si scrivono ormai l'un l'altro in una specie di folie è deux. Ma uno è giá morto, l'altro, forse, genseki, non ha mai davvero avuto una vita virtuale. La sola che avrebbe potuto avere. Ci ha provato a nascere. Ha sbagliato i tempi. Ha vissuto un tempo in cui è cosí difficile nascere!

genseki

Sete

Scavare la propria casa è scavare la propria morte
Scavarla con le unghie secche, con le nocche
Con le piaghe, con il ricordo di tutti quegli aghi
Come è arida la morte, con che sete muore l'animale
Con che nera sete anela alla cervogia nera
Alla tisana colore dell'ebano, a quella colore del rame
L'animale che ha sete nella morte, che ha sete che non disseta
Nessuna parola fuori del verbo, dalle sue sponde dalle sponde
Che l'onda del verbo elastica rinfresca, allora scava, scava
la tua casa nel cielo, scava tra le nubi
Scava la tua casa di nebbia in vari strati di azzurro
Scava nel duro cielo delle ascensioni la tua casa verticale
Fino a che le tue unghie le tue nocche nodose
Germoglino in virgulti di palma, in osanna scoscesi
Fragranti come uragani viola tra colonne vulcaniche
Di incensi dimenticati.

genseki

Georg Trakl


Georg Trakl

Georg Trakl

La poesia di Georg Trakl è costituita da una serie di variazioni su pochissimi temi. Un teatro chiuso in una stanza, che crea per un istante l'illusione dello spazio aperto e della natura, l'illusione del paesaggio. Non c'è natura nella poesia di Trakl, non vi è nessun paesaggio. La poesia di Trakl è una cerimonia privata, un rito conchiuso in un chiostro umido e scuro. Una processione di ricordi in un piccolissimo giardino abbandonato. Un giardino in cui non ci furono mai boccioli né cuccioli.

genseki

Dreiser Cazzaniga e il Joseph Losey

Vi sono nelle nostre vite influenze determinanti e segrete che hanno il potere di orientarne il corso apparentemente casuale in un direzione che finisce per dotarle di un significato che si fa di giorno in giorno sempre meno provvisorio. Tali influenze sono veri e propri avvenimenti di veritá a cui finiamo per aderire con tanta profonditá da dimenticarli. Una di queste influenze nella vita specifica di Dreiser Cazzaniga fu il film, ormai quasi dimenticato di Joseph Losey, “Il ragazzo dai capelli verdi”. Questo film agí profondamente nella sua incoscienza definendo le regole di decodificazione delle sue esperienze successive fino all'epilogo, fino alla sottile giustificazione della propria radicale inadeguatezza. Fu Dreiser Cazzaniga stesso, attraverso la costante autoanalisi che ritrovó le tracce cancellate che lo ricondussero a questa pellicola o, per dirlo in modo piú preciso a questo avvenimento, al quale restó testardamente fedele, rigorosamente fedele, forse persino brutalmente fedele proprio perché la sua fedeltá poté essere protetta dalla dimenticanza, dall'oblio. Una delle veritá di Dreiser Cazzaniga, una delle veritá che lo costituirono come uomo, come umano e quindi come signore della sua stessa morte fu l'avvenimento di questo film. L'avvenimento della chiamata che lo interpellava direttamente da questo film, che lo interpellava chiamandolo con il suo vero nome con il suo nome autenticamente suo, quello che non poteva essere di un altro e che marcava la sua alteritá e separazione definiva dagli altri, dai suoi compagni di scuola, dai suoi professori, dai fratellini, dalla famiglia. Dreiser Cazzaniga visse il resto della sua vita come se i suoi capelli fossero verdi. Visse le sue relazioni con gli altri come se egli fosse portatore di un particolaritá sospetta, una lebbra, un segno, una marca che era al tempo stesso la testimonianza di una ardua, ripida veritá e la causa del sospetto, dell'escluzione, di una certa ostilitá e paura da parte degli altri.
La fedeltá a questa separatezza, a questa esclusione Dreiser Cazzaniga non la seppe accettare in modo naturale. No, La sua prima e ricorrente tentazione fu di fare il furbo con essa, di mediarla, di negoziarla, di addomesticarla. Era lui il ragazzo dai capelli verdi. Era lui che doveva rigorosamente testimoniare dell'intolerabilitá della vita in questa societá, ma proprio per questo egli aveva anche il diritto a odiare e a mentire. Odiare coloro che lo rifiutavano per il colore dei suoi capelli, mentire per preservare questo odio, fu questa la via maestra per rendere “mostruosa” la propria anima che Dreiser scelse finalmente e che seguí per molti anni in una spessa nebbia e a tratti nella piú completa oscuritá.
Si risveglió, per fortuna, anche da questo sogno, riconobbe il colore dei suoi capelli, verdissimi, come le giovani felci e fu allora in grado di germogliare al calore di qualche cosa di simile all'amore.

a cura di genseki

giovedì, aprile 29, 2010

Dreiser Cazzaniga e il linguaggio

Che il linguaggio fosse qualche cosa oltre il quale si dovesse cercare di sollevare gli occhi, le orecchie e il resto della testa per non annegare alla fine nel significato era una cosa che Dreiser Cazzaniga non ebbe mai ben chiara. En discutemmo a lungo negli ultimi tempi. Egli aveva tendenza a considerare le nostre povere parole sclerotizzate e ridotte a supporto dello scambio coatto come strumenti adeguati ad esprimere la bellezza e a esplorare l'essere. Non era solo quasi quasi convinto che con il liguaggio si possa comunicare qualche cosa che non sia attinente alla sequenza di comando e sfruttamento, era pure convinto, fino a un certo punto, che servisse per conoscere. Il linguaggio, invece, si imputridisce nei blog e nei libri di facce. Anche le facce sono un segno. Ci sono solo facce, ormai, i volti tendono a scomparire cosí come le maschere. I volti sono la presenza, le maschere la possibilitá vuota che permette il fiammeggiare di questa presenza o, per attenersi in modo piú rigoroso all'etimologia della parola, la sua risonanza. Entrambi sono stati sostituiti dalle facce che sono soltanto il pietrificarsi dell'assoluta mancanza di interioritá, dello spazio interiore che la maschera garantisce al volto. Le facce annullano le maschere, Dove ci sono facce non ci sono piú maschere. Le facce non si distinguono dalle maschere e viceversa. Su questo tema Dreiser Cazzaniga non mostrava una sensibilitá apprezzabile. Certo egli era ossessionato dai volti come prodotto della cultura e della storia. Era affascinato dai volti dei film di Pasolini e di Paradjanov. Tuttavia continuó a considerare volti le facce che incontrava sui sudici treni pendolari dove trascorse tante ore della sua vita come volti e i loro occhi come fornaci capaci di sviluppare il calore di intere galassie.

A cura di genseki

Deporre

Appena l'avessi deposto
Allora l'avrei visto sfumare, prender forma di incenso
Di volo di mosche, di ombra sullo stagno
Di cullarsi leggero delle felci
Se l'avessi deposto, se solo avessi potuto deporlo
Ma come staccarlo? Come?
Era incastonato come uno scarabeo il cuore nero
Il cuore nero era come l'uva
Come la grandine, cosí caldo dentro di me
Mi accarezzava dal basso
Era nero, come l'erba, come le fragole
Come tutte le cose che sono davvero nere
Per esempio i suoi baci, le sue labbra
Il mio desiderio il nostro abbraccio
Il vento e il grano
Tira un'altra carta, dai, vediamo cosa esce
Picche e fiori: domani neve! Allora...

*

Il pastore Thorvaldsen usciva da una poesia
Solo per entrare in un'altra
Con i suoi cani rossi, tra i ciottoli di lavagna
Tra le gandi marmitte di bronzo e i filari di pioppi
Con la sua lingua staffile
Era cosí palesemente virile
Era Sarastro
Era il sole che illuminava la teca antica
Che conteneva bambini in formalina.
Che dorava con i suoi raggi
Un braccio di Pitagora.

*

Sequenze rotazioni, altre movimenti ossei
Trascorsero prima che mettessero a punto
La scarica adeguata, la strategia l'irradiazione
Marzo nel frattempo continuava a benedire gli olivi
Con la sua pioggerelinna leggera
La sua voce da basso un poco infreddolita
Cantava anche altre lodi oltre lo spazio piú vocale
Sterminate spighe sonore covoni di accordi
Tutto stava in una sola voce che non fu mai incerta
Anche se era sempre marzo, se la nebbia sostava
Sui fianchi del monte che straziavano ancora i pini
E cantare l'estate era un esercizio per voci arcaiche
Mentre cristalli scoppiavano in mille striduli estremi
Il lamento degli ultimi merli all'avvento
Dell'onda di granito.

Genseki
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Da Rimbaud a Dogen

Non avevo mai notato, per mancanza di acribia, beninteso, come, se è vero che “Io è un altro” allora debe essere anche vero, recprocamente, che questo altro è nessuno, un niente. L'altro è vuoto. Vuoto proprio di Io. Io e altro sono il vuoto l'uno dell'altro. Ponendosi come altro l'Io si nega e in questa negazione travolge anche l'altro. Nella struttura “en abîme” delle loro reciproche negazioni Io e Altro consistono concretamente proprio in quanto nulla, vuoto. Il Maestro Dogen avrebbe detto: “Mu!”
Con ammirevole concisione, e io, genseki, ho trovato il senso di una serie di svolte nel mio cammino.

mercoledì, aprile 21, 2010

Fallimenti

Fallimenti

Dreiser Cazzaniga e il precipizio

Quello che Dreiser Cazzaniga soleva piú amaramente lamentare nei suo ultimi anni era la mancanza di radicalitá nelle sue scelte giovanili e nel modo di orientare poi la sua vita. In realtá le sue scelte apparivano ai suoi occhi certamente radicali ma non conseguentemente radicali, non radicali fino alle estreme conseguenze, radicali sí, ma con una buona rete di protezione. Non aveva avuto fiducia nelle sue scelte, nel suo istinto, nel suo cuore. Per questo la sua gioventú era stata anche piú stupida e miserabile di quanto sia solito esserlo una gioventú media in un paese sviluppato. Meschina gioventú a tratti abbietta, prologo adeguato a una vita segnata dal fallimento. Tuttavia non aveva nemmeno fiducia nel sentire comune, nella strada maestra, nel conformismo, anzi en aveva ancora di meno di quanta non en avesse in sé. E non si limitava a non avere fiducia, si spingeva fino a provare fastidio, disprezzo, ribrezzo per la vita conforme alle regole comuni dettate dalla paura, dall'ansia, dalla debolezza. Non seguiva la traccia e non si gettava a rompicollo nel bosco. Sostava piuttosto pigramente in tutte le radure a contemplare il sentiero ben tracciato e lui poi finiva per perdersi nella nebbia. E si lamentava, aveva il coraggio di lamentarsi, Preparava cosí con determinazione la sua dannazione, no solo per la mancanza di misericordia ma anche per accidia.
Nel momento in cui era stato in grado di ragionare in termini culturali de artistici si era gettato nell'abisso. Aveva preso la sua vita e l'aveva buttata di sotto. La sua vita era acqua sporca, il bambino bello e asciutto si succhiava l'alluce sottocoperta. Il fatto è che ci sono diversi modi di gettarsi nell'abisso, nell'ignoto. Uno è quello classico, con le braccia aperte, il corpo ben teso i piedi uniti e il capo eretto, Dreiser Cazzaniga si era gettato in posizione fetale.Nel primo caso si finisce per volare, nel secondo caso no. Ci si sfracella. E l'odore non è bello.
Avrebbe voluto farsi un'anima mostruosa, era riuscito a farsi un'anima con un po' di orticaria e una micosi spirituale, un'anima tendenzialmente fungosa.
Avrebbe voluto essere silenzioso e abbronzato bevitore di liquori roventi, era stato un timido chiacchierone scontroso dalla chioma unta.
Alla soglia della vecchiezza avrebbe voluto tornare a credere in Rimbaud, nella sua adolescenza cosí maestosamente superficiale, nella generositá della sua illusione. Era troppo tardi per cambiare di rotta, era abbastanza presto per rendersi conto con luciditá di quello che aveva fatto della sua vita.
Si sforzava di guardarsi con lo sguardo di Rimbaud e si disgustava.


Dalle: “Memorie di Dreiser Cazzaniga”
a cura di genseki

martedì, aprile 20, 2010

Barabba


Barabba

Da: "Il calice dorato"
di Georg Trakl
Trad. genseki

Barabba

Avvenne proprio alla stessa ora in cui trascinavano il figlio dell'uomo verso il Calvario che era il luogo in cui venivano giustiziati i ladri e gli assassini.
Accadde proprio all'ora alta e ardente in cui egli compí l'opera sua.
Accadde in quella stessa ora in cui una rumorosa moltitudine dilagava per le vie di Gerusalemme, tra la moltitudine andava Barabba, ladro e assassino con il capo orgogliosamente eretto.
Intorno a lui andavano puttane ingioellate con le labbra dipinte di rosso
E intorno a lui andavano uomini dagli sguardi illuminati dal vino e dal vizio. In tutti i discorsi era palese il peccato della loro carne; il disordine dei loro desideri era l'espresione dei loro pensieri.
Molti che agitavan lingue ubriache si stringevano a lui e gridavano: “Viva Barabba!” e tutti rispondevano: “Viva Barabba!”. Qualcuno aveva persino gridato: “Osanna!” Ma fu zittito perché giá avevano osannato quell'altro che era entrato in cittá come re e avevano posto foglie fresche di palma ai suoi piedi. Oggi, invece, il suolo lo coprivano di rose rosse e giubilavano: “Barabba!”.
Quando giunsero davanti ad un palazzo udirono provenire da dentro accordi musicali, risate e il rumore di un'orgia.
Un giovanotto vestito riccamente a festa uscí loro incontro. I suoi capeli erano lucidi di olio profumato il suo corpo odorava di costosissime essenze d'Arabia. I suoi occhi brillavano di gioia orgiastica e il sorriso della sua bocca era eccitato per i baci della sua diletta.
Quando il giovanotto ebbe riconosciuto Barabba si fece avanti a gli disse: “Entra nella mia casa o Barabba, devi riposare sui piú morbidi dei miei cuscini, le mie schiave cospargeranno il tuo corpo con il nardo piú costoso, ai tuoi piedi una fanciulla suonerá sul laud le melodie piú dolci, e nelle mie coppe piú preziose ti mesceró i miei vini piú ardenti e nei vini scioglieró le piú perfette delle mie perle. O Barabba sii oggi mio ospite e al mio ospite di oggi appartiene la mia diletta che è piú bella dell'aurora primaverile. Entra o Barabba e corona di rose il tuo capo e rallegrati perché oggi muore colui il cui capo fu coronato di spine.
Avendo quel giovane cosí parlato giubiló il popolo e Barabba ascese la scalinata marmorea come un vincitore. Il giovane si tolse le rose che lo coronavano e le accomodó alle tempie di Barabba, l'assassino. Pi entró in casa con lui mentre il popolo giubilava nella via.
Su morbidi cuscini riposó Barabba le schiave cosparsero il suo corpo con nardo costosissimo, ai suoi piedí una fanciulla suonó il laud e la diletta del giovane si sedette a lui in grembo, era piú bella dell'aurora primaverile. Risuonarono risate, verso inauditi piaceri si affrettarono gli invitati, che tutti erano nemici giurato dell'Unico, serve del sinedrio e farisei.
All'una il giovane chiese che si facesse silenzio, ogni rumore cessó. Allora il giovane riempí la sua coppa dorata con il vino piú costoso e nella coppa il vino era come sangue ardente. Vi gettó una perla e la porse a Barabba. Poi afferró una coppa di cristallo e bevve con Barabba dicendo: “Il Nazareno è morto! Viva Barabba!” E nella sala giubilarono. “Il Nazareno è morto! Viva Barabba!” E il popolo nelle vie gridava:
“Il Nazareno è morto! Viva Barabba!”
Di colpo il sole si spense la terra tremó nel piú profondo e un'orribile oscuritá avvolse il mondo. Tremó la creatura.
Alla stessa ora si compí l'opera della salvezza.

A un palmo dalle mele

Ad un palmo dalle mele
Allora fu tutto l'oro scoppiando
Tra mele tra merli inerti rammemoravi, ancora
L'ondata dei tuoi sentimenti
spenta come ancora piú vaga ascoltavi
nell'ultimo scorrere del sangue
La prehiera piú negra
lasciami serpente, diamante
Credere ancora nel pane
Domani sará il melo ancora piú ritorto
A vicende connesse i suoi chiodi
Il crocifisso
Lascia che baci il tuo mantello
Signora
dalla fodera rosa.

*

Una ferita, apre sempre
Rosa paradiso di rose
Miele di luce acquatica e sale
Oltre tutte le paure sgorga
delfino minerale lo spirito
a logiche piú alte alternando lo slancio
Portato dalla schiuma del suono
Di cristalli scroscianti di strepitose trombe.

genseki

Georg Trakl

Georg Trakl

L'Autunno del solitario

Ritorna l'oscuro autunno in abbondanza di frutti,
Splendore ingiallito dei bei giorni estivi.
Puro azzurro s'insinua dallo sfascio delle colline;
Da antiche saghe risuona volo d'uccello
Riposa giá il vino, morbida quiete
Riempie di risposte sussurrate l'oscura domanda.

Su alture deserte stanno sparse croci;
Nel bosco rosso si perde un gregge.
Vaga la nube sullo specchio del lago;
Quieta riposa la capanna del contadino
L'ala azzurra della sera dolcissimamente sfiora
Un tetto di paglia secca, la terra nera.

Presto si annideranno le stelle nelle fronti spossate;
In fresche locande circolano silenzi novelli.
Escono delicatamente gli angeli dagli occhi azzurri
Degli amanti che teneramente soffrono
Freme il canneto, osseo grigio assalto,
Quando nera rugiada stilla da nude pareti.

trad. genseki

Le gocce del tuo tempo

Diverse erano allora le parole e diverso il dolore
Il calore dell'agosto traboccava dagli olmi
L'ombra sgorgava ancora dalla soglie delle capanne
E la corsa scrosciava ai madidi talloni
Feriti come rami dall'ombra dei ruscelli
La piuma della tua iride era nera di corvo
Il palmo della mia mani stringeva tutti i tuoi sguardi
(alcuni sgusciavano via tra le dita non abbastanza serrate)
Nell'amido d'amore fecondo si covava
La speranza solare falena vellutata
Dalla ferita scoscesa stillava il desiderio
Alla palma era inchiodato dal nitrito festivo
Le gocce del tuo tempo le lasciavi cadere
E conservavi il fiato come un petalo trasparente
Tremante sull'avena che inclinava la nuca
In rari diagonali brividi d'argilla.

*
Altri vestiti altre erbe no non volevo provarli
Indossarli come l'acque indossa la corrente
Come il vento prova sul suo corpo vibrante
La fibra trasparente dei sofffi e dei voli
Preferivo cadere allora tra i rintocchi
Frantumarmi in un volo di accordi
In uno scroscio di significati e di ciglia dal battito asincrono
E poi i tuoi erano neri – con quei denti – e ricamati
Vestiti a dorare la primavera nei meli
Quante piume anch'esse nere erano sparse nel prato
Tra la colza, sulla neve, tra gli olivi impoveriti
Dal passo troppo rapido della storia!
Altre erbe altri racconti ad una svolta del senso
Promettevano che la parola fosse carne e ricamo.

*

genseki

venerdì, aprile 16, 2010

Wang Wei


Si tratta della riproduzione tarda di un dipinto di paesaggio di Wang Wei.

Wang wei



Questi nell'immagine sopra alla sinistra sono i caratteri della poesia analizzata nel testo di François Chgeng tradotto nel precedente messaggio.

Non sono una meraviglia ma non ho trovato di meglio.
genseki


Introduzione alla poesia cinese

La parola e il vuoto

Da François Cheng

La scrittura poetica cinese


Nell'ordine lessicale e sintattico, la preoccupazione piú importante dei poeti si riferisce (...) all'opposizione tra parole piene (i sostantivi e i due tipi di verbi, quelli di azione e quelli di qualitá) e parole vuote (pronomi personali, avverbi, preposizioni, congiunzioni, comparativi, particelle, etc.).
l'opposizione tra questi due tipi di parole si da in due registri. In un registro piú superficiale si tratta di alternare ingeniosamente parole piene e parole vuote per dar luogo al verso. Tuttavia i poeti si resero presto conto che la funione ritmica in poesia legata alla nozione filosofica di soffio vitale, puó svolgere una funzione sintattica, cioé di separare o di unir le parole (quello che nella lingua normale fanno le parole vuote) in modo che i poeti procedono, in un registro piú profondo a una riduzione di parole vuote (pronomi personali, comparativi, preposizioni e particelle) conservando solo alcuni avverbi e congiunzioni.
In questo modo introducono nella poesia la dimensione del vero vuoto corrispondente al soffio mediano. In questi, come in altri casi, il pensiero cinese considea il vuoto (...) come il luogo in cui gli esseri viventi e i segni si incrociano e si scambiano in modo non univoco, e per questo come il luogo per eccellenza dove si moltiplica il senso. In certi casi i poeti giungono persino a usare una parola vuota al posto di una piena (nella maggior parte dei casi un verbo) sempre con il proposito di introdurre il vuoto nel pieno ...
Nelle parole piene vi sono altre sottocategorie come per esempio tra parole morte e parole vive: si-zi e huo-zi; parole statiche e parole dinamiche: jing-zi e dong-zi che marcano la differenza tra sostantivo e verbo, ma anche tra verbo di qualitá (aggettivo) e verbo di azione. Per i poeti che cercano di afferrare l'azione segreta delle cose un verbo puó avere tre stati: dinamico (quando si usa come verbo di azione), statico, (quando si usa come verbo di qualitá), e, infine vuoto (quando al suo posto si usa una parola vuota).
...
Il “vuoto” ... tra i segni e “dietro” i segni modifica le loro relazioni e le loro implicazioni e ottiene l'effetto di restituire agli ideogrammi la loro natura ambivalente e mobile, il che permette l'espressione di una simbiosi sottile tra l'uomo e il mondo, simbiosi che la poetic cinese esprime con la combinazione di sue termini qing “sentimento interiore” e jing “paesaggio esteriore”.

Elisse dei pronomi personali
Il proposito di evitare il piú possibile le tre persone grammaticali è una decisione cosciente e da luogo a un linguaggio che situa il soggetto in una relazione particolare con le cose e con gli esseri. Cancellando o sottintendo la sua presenza il soggetto interiorizza gli elemeti esterni.
...
Montagna vuota/nulla vedere
Solo udire/ voce umana risuonare
Sol ponente/ penetrare bosco profondo
Ancora un istante/ illuminare muschio verde

In questa quartina di Wang Wei, poeta, pittore e seguace del Chan si descrive un paesaggio di montagna che è contemporaneamente un'esperienza spirituale del vuoto e della comunione con la natura. I due primi versi dovrebbero intepretarsi cosí: “Nella montagna deserta non vedo nessuno, solo posso udire voci lontane”. Con l'eliminazione del pronome personale e dei locativi il poeta si identifica inmediatamente con la montagna deserta che non è piú un complemento di luogo. Cosí, nel terzo verso il poeta è il raggio di sole che alla sera penetra nel bosco profondo.
Dal punto di vista del contenuto i due primi versi presentano il poeta come qualcuno che ancor non vede ...; i due ultimi versi, invece si centrano sulla visione: vedere lo splendore dorato dei raggi del sole al tramonto sul muschio verde (...). Vedere significa qui illuminazione e comunione profonda con l'essenza delle cose.

François Cheng
L'Écriture Poëtique en Chine
Trad. genseki

giovedì, aprile 15, 2010

Apollinaire


Apollinaire

Guillaume Apollinaire

Sulla poesia

Quella che segue è una pagina di Apollinaire, tratta da una lettera a Lou nella quale egli tenta di delineare una definizione della funzione del poeta e della poesia. Certo si tratta di un testo davvero goffo. Si puó perdonare una tale goffagine in considerazione del conteso e della persona a cui il testo è diretto? A Guillaume Apollinaire si puó perdonare tutto anche solo in virtú della “Chanson du mal aimé” ma qual era il suo fine nel voler ridurre il poeta a una specie di Giulio Verne in versi?
Che cosa cercava di dire a Lou spiegandole che la poesia trova la sua giustificazioe non in sé ma in altro da sé sie esso l'amore che come fu dett piú tardi consiste nel “dare ció che nonsi ha a qalcuno che non lo vuole” o, piuttosto l'immaginazione anticipatrice che, poi come si evince da altri testi dello stesso Apolinnaire è immaginazione tecnologia (i poeti per primi hanno immaginato il volo umano, etc). quest'ultimo fine è davvero risibile e ogi si è adirittura capovolto. È la tecnica che immagina da sola quello che nessun poeta mai poté immaginare: internet o la clonazione, Un testo davvero goffo.
genseki

“Ti devo pregare che non ti facia piú beffe dell'ufficio di poeta. So che non lo fai con cattiva intenzione ma se continui così diverrá un vizio. Per prima cosa, essere poeta non vuol dire che non si sia capaci di fare nient'altro. Molti poeti hanno fatto dell'altro e in modo rigoroso. (...). Inoltre, l'ufficio di poeta non è inutili, né folle e neppure frivolo. I poeti sono i creatori. ( Poeta viene dal greco e significa effettivamente creatore e poesia significa creazione). Peratnto sulla terra non esiste nulla, nulla appare agli occhi degli uomini che prima non sia stato immaginato da un poeta. L'amore stesso è poesia naturale della vita, l'istinto naturale che ci spinge a creare la vita, a riprodurci. te lo dico perché tu ti renda conto che non mi dedico all'ufficio di poeta per simulare di fare qualche cosa e dedicarmi al dolce far niente. So che coloro che si dedicano al lavoro poetico fanno qualche cosa che è essenziale, prmordiale, necessario, in definitiva divino. Naturalmente non mi riferisco ai semplici versificatori. parlo di coloro che con un processo penoso, amoroso o geniale giungono giungono poco a poco a esprimera una cosa nuova e muoiono per l'amore che gli ispirava.

G Apollinaire
Lettres à Lou
Trad. genseki

mercoledì, aprile 14, 2010

Il temporale viola

Fu la tartaruga che conobbe per prima
Il peso dei segni, la gloria del sigillo,
Il temporale viola, intanto lavava via il polline
Dalle case e il vento rubava i canti alle puerpere
Impazzando tra le lenzuola bianche
Stese a ad asciugare sull'erba
Anch'esse prone al pennello,
Destinate al rintocco di campane
In una profusione di pistilli e cristalli
A lei chiesero allora l'oracolo,
Il cammino verso i sentieri di incenso
Il temporale viola spazzava l'innocenza
Dalle labbra e dalle lenzuola.

genseki

Dreiser Cazzaniga e il passato

Alla soglia della vechiezza, nei primi anni del suo esilio volontario, Dreiser Cazzaniga si volse all'indietro e scoprí che alla sue spalle si esetendeva un mondo intero, il mondo del ricordo, il passato.
Scoprì che questo mondo era piú ricco e interessante che quello della speranza, dell'imaginazione, del vagheggiamento del futuro al quale fino ad allora aveva rivolto la sua attenzione, Mondo nebbioso questo dell'avvenire, fatto di vaghe coincidenze di linee, di orizzonti soltanto probabili, di paludi in cui il desiderio lasciava macerare la ragione. E poi si faceva stretto stretto. Sempre piú prossime apparivano alla coscienza angustiata le scogliere bianche come zanne su cui si frangevano le correnti dell'abisso. Non ce la faceva piú il suo cuore, quando le pioggerelline dell'impermanenza
infracidavano le lande, a afferrare il mantello della Vergine, a scaldarsi alla candela di una fede.
Fu in queste ambasce che si volse l'anima sua al ricordo. Il paese del ricordo era lui stesso che lo aveva creato, era quello che di se stesso egli aveva fatto e ancora poteva fare, aggiustando le interpretazioni, cercando le coincidenze, coordinando i percorsi, variando indefinitamente le rotte. Vivere nel ricordo divenne per lui una passione e una ragione. Le sue memorie divennero il suo talismano. Nelle regioni dell'adolescenza si ergeva sovrano il giovinetto divino, il poeta dai calzari alati, il goffo, bellissimo, scontroso Rimbaud e molti dei fili della sua vita si dipanavano dalla fede cieca che nella prima adolescenza aveva avuto in lui, fino a vedere con gli occhi di lui il fresco paesaggio della dolce Francia, i temporali sulla Sologna, i campi coperti dai corvi nelle sere fredde dell'estremo autunno, viaggiare nel ricordo fu per Dreiser Cazzaniga, in un primo momento ritornare a credere in lui, scoprire le ragioni della sua fede e valutare quanto immensamente un verso che egli aveva poi dimenticato, avesse potuto condizionare in forma concreta la sua vita.
Intensa fu la meraviglia che in questo periodo Dreiser Cazzaniga dedicó alla ventura amororsa dell'amico suo Lu Spadaro di Quittengo. Egli sembrava aver goduto di una esperienza molo simile a quella di Dreiser Cazzaniga. Soltanto che per lui la scoperta del ricordo, il paese del passato aveva assunto la forma molto concreta e poco metaforica del corpo e dell'anima della bella Unica, monade del suo amore adolescente, per la quale sempre arse nel suo cuore fiammeggiante Minne. Amava finalmente ancora riamato l'amore dei suoi teneri anni che aveva creduto perduto. Dreiser Cazzaniga si chiedeva come concretamente potesse darsi una simile esperienza, che cosa potesse restare in un corpo segnato dalla crudeltá degli anni e accresciuto in bellezza, questo è certo, dalle ferite del tempo trascorso, della freschezza primaverile di quegli occhi verdi o lilla di Riviera, in cui tuffarsi come lo sguardo negli olivi, e poi giú fino al mare sul promontorio. Dreiser Cazzaniga ricordava i loro motorini appaiati tracciare calligrafie di tenerezza nel traffico raro del primo pomeriggio. Non ricordava quasi niente di lei, solo forse che soleva indossare maglioncini bordó o di un qualche sensuale colore vinoso. La veritá era che Dreiser Cazzaniga era stato geloso di lei, geloso fino all'ariditá del cuore di colei che legitimamente poteva stringere l'amico suo in piú lacci e piú amplessi. Dreiser Cazzaniga si consolava della gelosia, allora, leggendo e mettendo a punto minuziosamente il suo insuccesso, organizzando con lieta incoscienza i suoi futuri fallimenti.

A cura di genseki

martedì, aprile 13, 2010

Michele e Cristina

Orsú se il sole lascia queste lande
Fuggi chiaro diluvio dall'ombra delle strade
Sui salici, nel vecchio cortile spande
Dapprima il temporale gocce ampie.

Oh cento agnelli d'idillio soldati biondi,
Dagli acquedotti, da pallide brughiere
Fuggite! piano, deserti, prateria, orizzonti
Il rosso temporale sta lavando!

Can nero, pastor bruno di vorticosa cappa
Fuggite ormai dai raggi superiori
Biondo gregge al nuotar d'ombra e di zolfo,
Orsú discendi ai ripari migliori.

Ma io Signore! Il mio spirito vola
Oltre il rosso dei cieli gelati alle
Nuvole celesti che correndo sorvolano
Cento Sologne lunghe come binari.

Poi mille lupi mille semi selvaggi
Solleva, ben attento ai convolvoli,
La religiosa sera di tempesta
Sull'Europa da tante orde percossa.

Poi chiara luna, ovunque la landa
Arrossa, la fronte volta ai cieli neri i guerrieri
Lenti van cavalcando i pallidi corsieri
Come suonano i ciottoli sotto la fiera banda!

Ch'io torni a riveder il bosco giallo
La sposa, occhi celesti, l'uomo di fronte rossa, Gallo!
L'Agnello, l'Ostia, ai loro piedi amati
- Michele e Cristina - Cristo! - Fine dell'idillio.

A. Rimbaud
Trad. genseki

Poesia e calligrafia

Du Fu


Storia della calligrafia cinese

François Cheng

La calligrafia

La calligrafia esalta la bellezza visuale degli ideogrammi e non invano divenne in Cina un'arte maggiore. Quando pratica quest'arte un arte, un cinese scopre il ritmo profondo del suo essere e comunica con gli elementi. Per mezzo dei tratti significanti si consacra interamente. Lo spessore e la scioltezza dei tratti gli permettono di esprimere i molteplici aspetti della propria sensiblitá: forza e tenerezza, impulso e quiete, tensione e armonia. Quando ottiene l'unitá di ogni ideogramma e l'equilibrio tra i caratteri, il calligrafo attinge alla cosa in sé e realizza la sua propria unitá. Gesti immemoriali e sempre di nuovo intrapresi, la cui cadenza, come in una danza con la spada si plasma istantanemante grazie ai tratti che si slanciano, si incrociano, volano oppure affondano che assumono un significato e aggiungono altri significati a quello codificato delle parole. In efetti si puó parlare di senso per quanto riguarda la calligrafia perché la sua indole gestuale e ritmica non permette in nessun modo di dimenticare che opera con segni. Durante una esecuzione, il calligrafo ha sempre in qualche modo in mente il significato del testo. Per questo la scelta di un brano non è mai gratuita o indifferente.

I testi preferiti dai calligrafi sono senza dubbio i testi poetici. (Versi, poesie, prose poetiche). Quando un calligrafo affronta un poema non si limita a un mero atto di copia. Nel calligrafare risuscita integralmente il movimento gestuale e il potere immaginario dei segni. È questa la sua maniera di calare nella realtá profonda di ciascuno di essi, di adattarsi alla cadenza propriamente fisica del poema e alla fin fine di ricrearlo.

Anche i testi di indole incantatoria attraggono i calligrafi. In essi, l'arte calligrafico restituisce ai segni la loro funzione magica e sacra. I monaci taosti giudicano l'efficacia dei talismani o degli incantesimi che tracciano dalla qualitá della calligrafia che permette la comunicazione adeguata con l'al di là. ...

Il poeta non puó essere insensibile alla funzione sacra dei segni tracciati. Come il calligafo che nel suo atto dinamico ha l'impresione di vincolare i segni al mondo originario, di scatenare un movimento di forze armoniche o contrarie, il poeta non dubita che combinando i segni ruba qualche segreto ai genii dell'universo, come dimostra questo verso di Du Fu:
Finito il poema stupiscono demoni e dei

Questa convinzione ha come conseguenza che ognuno dei segni che compongono il poema acquisisce una presenza e una dignitá eccezionali. Questo spiega anche la ricerca, durante la composizione del poema di una parola chiave: la parola occhio che illuminando in un sol colpo il poema intero rivela il mistero di un mondo occulto. Numerosi annedoti rivelano come un poeta si prosterna davanti ad un altro e lo venera come “Maestro di una parola” all'avergli “rivelato”la parola assolutamente esatta e necessaria che li permette di finire il poema e cosí di “completare la creazione”.

François Cheng
La scrittura poetica in Cina
Trad. genseki

lunedì, aprile 12, 2010

Georg Trakl

Quelle che seguono sono due proposte di traduzione da Georg Trakl. Ho sempre cercato di tradurre Trakl, sempre sono rimasto deluso del risultato. L'antinatinatura tutta mentale di Trakl simula il paesaggio e ci coinvolge invece in un teatro cattolico del crepuscolo e del disfacimento. Quasi ai limiti della putrefazione dei contenuti psichici.
La traduzione non trasmette pienamente queste sensazioni ma è un primo approccio.
genseki

Georg Trakl

Canto a sette della morte

Quiete e silenzio

Pastori seppellirono il sole nel bosco fresco
Un pescatore trasse
Dal rabbrividente stagno la luna nella sua rete

In azzurro cristallo
Abita il pallido uomo, le guance volte alla sua stella
Oppure china il capo in sonno purpureo.

Tuttavia sempre sfiora nero volo d'uccelli
Chi guarda, il santo fiore azzurro,
Pensa prossimo silenzio d'obliato, angelo spento.

Di nuovo annotta la fronte in pietra lunare
Radiosa giovinetta
Appare la sorella in autunno e nero marcire

*



Nascita

Monti: nero, silenzio e neve.
Rossa dal bosco scaturisce caccia
Oh lo sguardo muschioso della fiera.

Silenzio materno, tra neri abeti
S'aprono mani dormienti
Quando cadente fredda luna appare
Oh, la nascita dell'uomo. Notturna mormora
Acqua azzurra sul fondo della falesia;
Sospirando sfiora la sua immagine l'occhio dell'angelo caduto.

Pallido si risveglia nella stanza soffocante
Come due lune
Risplendono gli occhi di pietrificata vegliarda.

Ahimé, il grido della puerpera. Con nera ala
Culla la notte sogni di bimbo,
Neve che lenta discende da nubi purpuree.

Trad genseki

Il piccolo Monchiero

Monchiero era piccolino
E condannato, lo avreste abbigliato
potendo – di pelle di lepre,
Leprotto, dai grandi occhiali rotti
I riccioli pieni di spighe
E forse scarpe che non ricordo
Dormiva sul balcone, Monchiero,
Tra le ceste di lumache poste a spurgare
Nel candore della farina tutti i peccati
Della loro lascivia, uno a uno
In fondo la linea del fiume il gelo
Il filare dei pioppi il pastore Thorvaldsen
Maledicendo il silenzio di tutti quei ciottoli
Mentre pascolava i suoi cani rossi
Che freddo sul balcone,
La madre dormiva al calduccio del metano
Tra le lenzuola unte nell'odore della lana fracida
Che ha odore di cane e di fango di fiume
Dove si macerano gli ontani
I suoi peccati li scontava al freddo
Il piccolo Monchiero
A colazione la madre lo obbligava
A predere il bricco del latte bollente
Con le mani nude
Lo avresti rivestito di pelliccia
Di merlo
potendo – il piccolo Monchiero
Con un berreto fatto con metá guscio
Di una nocciola di Cortemilia con le sue ditina rosse rosse
E screpolate, cadeva e si rialzava
Solo nei punti in cui il selciato
Era piú duro e tagliente
Era proprio come suo padre il piccolo Monchiero
Uno zingaro di tutti i peccati, un porco di tutti i macelli
Era come suo padre e lei gliele avrebbe fatte pagare tutte
Quelle che lui le aveva fatto a lei, alla mamma
Del piccolo Monchiero, zampe di gatto su unghie spezzate
Contento di ripetermi con tutta la sua innocenza
Che lui era cosí proprio come suo padre
Che non sapeva far nulla, un fagnano da nulla
Le avrebbe pagate tutte quelle che le avrebbe combinato
A lei con la moto sul balcone al freddo di tutti i peccati
Non seppi mai guardarlo con la venerazione
Che il suo martirio avrebbe meritato
Il piccolo Monchiero, io che attraversavo
Tutte le mattine le lastre di ghiaccio in bicicletta
Con un berretto basco e il chiuei rosso,
Non lo seppi guardare, ora da morto
Mi affligge quaggiú il raggio glorioso
Della sua bellezza fangosa.

genseki

*

venerdì, aprile 09, 2010

Erano quasi gioielli

Erano quasi gioielli, questi,
Che andavano poco a poco trasfomandosi
In una idea meno cangiante di se stessi
Quasi splendori boccioli sfarinando
Germinazioni di mitili e di marne
Bandiere fresche alla corrente aperte
Sullo sfondo screziato di un mare
Come un oltraggio a ogni altra ferita
Altri, forse, frammenti di schiuma
Spruzzi fosilizzati alla soglia del culmine
All'ansia del precipizio, al punto esatto
Della fronte dove fibrilla l'elitra del sogno
Ove il bagliore è presentito nella tenebra
E fulmina la coscienza con la dolorosa necessitá
Di cominciare tutto il suo processo
Erano quasi spendore, scintilla dileguandosi
Nell'effimero del loro pullulare, sciami
Gemme appena, grani cristalli di placton
Si combinavano allora rispecchiandosi
Ognuno nel suo riflesso ecchimosi
Fino a riemergere allora da un qualche fondo
Provvisti ora di un interno e di un esterno
Erano quasi gioielli, quasi talismani
Di rigenerazioni disorganiche, miriade
Frammentaria e tagliente nell'assoluta
E limpida infine ineludibile crescita
Delle loro sere, sereni quasi sibili.

genseki

*

sabato, marzo 27, 2010

Orphée


Corot

Orfeo

Orfeo

Orfeo portava con sé l'odore delle cabine dei bagni
Odore di sudore, iodio, sale polpa putrida di legno, bucce di banana
Disseccate dal sole
Orfeo veniva con il suo bandoneon da lontane pampas
Con un poncio ovale, con la caffettiera in tasca
Con la tasca che sapeva di uova tostate nell'orzo
Orfeo suonava ovale e il mondo s'inclinava a spirale
Davanti al suo naso di emarginazione
Il suo naso negro indio il suo naso triste come le ande
Come le araucarie deportate tra i sambuchi
Delle brianze immemoriali di tutte le umide prealpi
Orfeo compartiva le sue bistecche con i suoi sogni di topolino affamato
Faceva due passi avanti un inchino un ipotesi una disgiuntiva
Nelle parentesi aperte tra due tacchi
Orfeo scioglieva i cani del pianto dalle feritoie lebbrose degli occhi
Quando ricordava Muchacha Minnehaha con la chioma caffelatte
A rivoli nella segala e le ditina dei piedi divaricate
A ogni spinta poderosa dei suoi lombi di allora
Il passo di orfeo, con le sue scarpe di vernice
Schiva l'ombra del tacco di un alto tacco
Evoca un tarlato anfiteatro e colpisce come un crotalo
La sistole di una smarrita solitudine.

genseki

Sarastro Ballanche

Pierre Simon Ballanche


Ballanche

Secondo il Biografo Enid Starkie Ballanche è una delle fonti principali di ispirazine per Rimbaud. In realtá non vi sono prove che Rimbaud abbia avuto una conoscenza di prima mano delle opere di queso mistico lionese, ma potrebbe averne avuto contezza attraverso Chateaubriand e Michelet. In realtá è difficile pensare che Ballanche e Rimbaud possano avere qualche cosa in comune. Sembra piú certo, anche se non dimostrato, che Ballanche abbia piuttosto influenzato Schikaneder e Mozart. La descrizione qui tradotta dell'iniziazione ai misteri di Iside da parte di Orfeo richiama irresistibilmente Pamino e Sarastro. In fondo Pamino è un Orfeo flautista e Tamina una Euridice fortunata.
L'Egitto di Ballanche è un mondo onirico, si tratta di un grande sogno silenzioso e minerale, non vi sono quasi rumori che provengano da orgnismi biologici. Lo sciabordio dell'acqua é lo sfondo sonoro. Uno spazio definito architettonicamente è lo spazio di questo Egitto mitico, ma non si tratta di una architettura per uso umano.
L'immagine che viene alla mente leggendo queste righe è quella del quadro l'isola dei morti. Il pittore conosceva Ballanche.
L'assenza dell'organico, del pullulante, di tutto ció che striscia e fermenta è ció che rende meno credibile ogni convergenza tra Ballanche e Rimbaud. Il cratilismo Rimbaud poteva averlo attinto dallo stesso Crátilo sviluppandolo poi in un abbozzo di poetica.
*

Ballanche

Da Orfeo
Vol IV

Giunsi in Egitto al tempo del'inondazione del'inondazione del Nilo. È uno spettacolo inconcepibile per chi non lo abbia visto. I muri delle cittá, le case degli abitanti, gli edifici pubblici, i templi degli dei, sono battuti dalle molli onde del fiume che, in qualche mo, si è mutato nell'Egitto stesso. Non vi racconteró, principe ecellente, i lavori inauditit che sono stati messi in opera per giungere a rendere regolari i benefici di questa meravigliosa inondazione, per produrre un'eguale distribuzione dele acque, per prevenire gli inconvenienti di una crscia troppo rapida o troppo lenta, troppo abbondante o troppo misurata; infine per guidare a decrescita del Nilo, quando vuole ritornare nel suo alveo, e per impedire che il suolo da lui fecondato non divenga una vasta palude insaubre. Si è dovuto scavare canali, elevare dighe, formare vasti laghi, simili a mari contenuti da rive indistruttibili: lavori incredibili che confondono l'immaginazione. Da nessuna parte, sapete, la potenza dell'uomo s é manifestata come in Egitto, Questa terra, conquista sapiente di un'industiositá interamente umana, cominció, si dice, essendo nient'alro che una stretta linea di capanne di canna. Prima era l'ippopotamo che regnava in pace; il coccodrillo, tiranno assoluto d'immense inondazioni, si adormentava al sicuro, e al suo risveglio spargeva il terrore tra gli animali he popolavano quella fangosa contrada.
“Ti dico saggio Evandro, che si trattava di una industria umana, per distiguere ai votri occhi l'Egitto dalle contrade dei Titani. le Muse che un tempo mi avevano ispirato non mi avevano insegnato niente a proposito di un tipo di lavori e di tradizioni come quelli. Cosí, una volta superato lo stretto del faro, finii per credermi trasportato in un altro universo. Tutti i miei pensieri erano svaniti; tutta la mia scienza, o piuttosto ciò che io credevo fosse la mia scienza, si era dissolta come vano vapore. Grotte fatidiche della Samotracia, risveglio civilizzatore della Tracia, potere della lira, tutto spariva per me nelle profonditá di un ricordo in qualche modo spento. Mi sembrav di entrare in una nuova vita in cui tutte le condizioni dell'esistenza sarebbero cambiate.
...

Dovunque avevo conosciuto soltanto popoli nuovi, uomini appena usciti dalla quercia o dalla roccia; per la prima volta mi trovavo prsso un popolo antico, tra uomini che contavano lunghe generazioni di antenati. Ovunque avevo assistito, come ala nascita della societá; qui potevo ammirarla in tutta la pienezza di una grandezza confermata dal tempo. Ovunque avevo incontrato una razza umana prossima alle orignini oscure, culla di ogni cosa; qui era una razza umana giá separata dalle origini oscure da alcuni grandi secoli di tradizioni che si dicono sicure...

Che cosa doveva essere allora per me il ricordo di quelle fotezze di eroi costruite sulle rocce, simili a nidi d'aquila, fortezze che sovente abbiamo considerato come cittá primitive, che cosa doveva essere in presenza di tante cittá popolose, piene di magnifici edifici, obbedienti a leggi non antiche ma eterne?
...
Per l'Egitto, i Titani non hano sradicato gradualmente vaste foreste per farvi entrare la luce; il suolo in tutta la sua estensione dovette essere stato creato dall'uomo prima che vi si stabilisse. Fuori non vi sono i boschi, soggiorno dell'oscuritá antica, ma le sabbie del deserto o i flutti tempestoi del mare.
...
Ció che stupisce di piú, (in Egitto) è che tutto è simbolico, e che si ha inmediatamente un sentimento indefinibile di queste creazioni simboliche, segno davvero di un'intelligenza forse divina.
La lingua presenta un senso misterioso e uno letterale, un senso nascosto e un senso scoperto, un senso profondo e uno superficiale; gli stessi monumenti sono una lingua dii emblemi.
...
Anche il Nilo, che nasconde il segreto delle sue sorgenti ignorate, sembra un'immagie rapida e viva delle tradizioni che si perdono nella notte dei tempi. Sembrerebbe che con il suo limo fecondo trascini tutte le leggi dell'allegoria.
...
L'egiziano, educato da ció che vede, mette un'intenzione allegorica in tutto quello che fa.

In Egitto, cittá di cui voi potreste appena concepire l'estenione, si attraversano in seno a un vasto silenzio o in mezzo a un rintocco sucessivo e prolungato, come quando si ode dalla cima dei monti, il rumore iafferrabile delle valli profonde. E questo vasto silenzio è interrotto solanto dal sordo sciabordio di un'nda prigioniera che si culla su se stessa, o si rompe conro alti muri neri, dai suoni uniformi di una moltitudine di navicelle i cui remi colpiscono a colpi cadenzati la superficie del fiume e dalle grida dei piloti che le dirigono, che si chiamano e si evitano reciprocamente. Questo aspetto scuote tutti i pensieri, rovescia tutte le convinzioni piú intime: sembrerebbe di scivolare attraverso un mondo fantastico.
...
Si avanza di scoperta in scoperta in un mondo creato dal sogno.
...
Questa civiltà saggia e perfeta, ma fissa e uniforme, che avevo sotto gli occhi, mi faceva apprezzare meglio tutto il fascino di quelle civiltá appena abozzate, che promettevano una varietá di usanza e di costumi piú o meno severi o irridenti.

La vita in Egitto, sembra reggersi sul nulla; cosí gli uomini cercano di darle la durata della morte. Tutte le differenti epoche della vita umana, come una sequenza di vite e di morti che nascono le une dalle altre, sono celebrate con cerimonie funebri, Cosí l'uomo non giunge alla sua ultima morte che attraverso una serie di successivi trapassi: e quest'ultima morte a sua volta è il passaggio a un'altra vita. Cosí luomo, quando entra in una nuova tappa della vita prende il lutto di quella precedente; è dunque succesivamente in lutto della sua propria esistenza mobile e cangiante...

Sbaglia stranamente chi creda che l'Egiziano voglia unicamente sottrarre il suo corpo e le sue opere alla distruzione; quello che vuole, soprattutto, è stabilizzare proprio la morte, stabilizzarla come emblema e pegno di immortalitá.
...
La veritá non si insegna, essa illumina chi ne è degno. I preti dell'Egitto non scostano mai il velo che
copre la statua di Iside e loro stessi non l'hanno mai vista senza velo.

*

Tre massime sono il fondamento dell'iniziazione; ... Eccole: Nessuno è degno della veritá se non la scopre da solo. Nessuno puó giungere alla veritá si non scopre se stesso. Infine, nessuno è in grado di comprendere la veritá se non è stato in grado di raggiungerla da solo. Dio ha fatto tutto quando ha dato il linguaggio agli uomini: è la grande rivelazione universale del genere umano. I sacerdoti dell'Egitto, dunque, non insegnano nulla perché credono che tutto è nell'uomo; non fanno che scartare gli ostacoli. Vanno piú lontano, gli adepti, gli adepti che non possono entrare con i loro propri sforzi nella sfera delle idee e dei sentimenti in cui si vuole introdurli sono respinti come profani. I depositari della saggezza credono che la veritá è una cosa pericolosa per l'uomo che non la trova in sé.

Ballanche
Trad genseki.

venerdì, marzo 26, 2010

La fleur des amants


La fleur des amants è rimasta in me un simbolo occultato, dimenticato, sepolto. Proprio questo suo stato di presenza latente ha fatto si che condizionasse la mia vita in modo piú profono di quanto sia in grado di valutare ora. Un simbolo sepolto nella terra della mente è come un seme, chhe va germogliando in corolle impreviste.
Certo qui la corolla è la meraviglia, l'imprevisto, la ricerca ossessiva del talismano, la sfiducia nell'amore e la fiducia nella magia naturalis,
genseki

Zá-barás

Zá'-barás mi è apparsa questa mattina mentre stavo guardando l'insegna di un ristorante, in realtá non mi ha condotto molto lontano, il messaggio che recava si è fermato a un livello alquanto superficiale. Sembrava promettere di piú. Comunque, eccola qua.

Zá'-barás nel suo manto di squame
Danza nel fuoco spento tra onde e fiamme dimenticate
Danza sulle chiocciole che furono carbone
Sulle foglie scartate dei carciofi
Le capre marine leccano il sale dalla pianta dei suoi piedi
Zá'-barás è un corpo di delfino
Ti si disfa tra le braccia come un banco di alici all'ombra del volo di un gabbiano
Occhi di poseidonia tra gemiti bianchi di gallinelle dalle zampe di corallo
Chi trascina la sua conchiglia sfrigolante
Su cui agita il suo corpo iridato dalle brezze nella samba del sálnitro?
Eccola! Scompiglia lettere e sillabe
Come se un oceano di combinazioni innumerevoli si frangesse sulla scogliera
Sollevando spruzzi di parole sonore come la caduta uno sciame di scarabei
Sul fondo di un vassoio d'argento
Zá'-barás al compasso delle tue chele anche lo scorpione
Si fa mantide e dirige la sua preghiera proprio al cuore dell'amanita esculenta delle spiagge
Zá'-barás
Il polipo vorrebbe aver artigli per ghermire i tuoi seni di di medusa
Il mio corpo ti schiaccia e ti serra in una lotta che mi lascia gli occhi liquefatti
I miei occhi gocciolano dentro di me
Portano la freschezza della tua immagine
Alla mucosa riarsa del palato alla lingua di salgemma
Goccia a goccia gocciola il desiderio di vedere una a una le dita dei tuoi piedi
Trascinarsi a passo di milonga
Sulla battigia che protegge il sole.

martedì, marzo 23, 2010

Il vecchio Remolaccia

Il vecchio Remolaccia
Aveva un tumore di fragola
Appena sotto il naso, uno appena dietro l'orecchio
Aveva una macchia di vino vecchio
A colare dalla fronte al mento a ciocche
A scoppi il vecchio Remolaccia
Sangue di barbabietola
Il cugino di sampietro e di john dory
Era quello che preferivo contemplare
Nella sua arsura, nell'arida gloria rossiccia
Della vetrata in cui se la godeva
Con tutti i grandi santi calvi, il vecchio Remolaccia
Quel furbo, sangue di barbabietola
Sempre ben dritto sapete tra le coste e gli asparagi
E le loro aureole e le coroncine di piselli
Suonando il tamburo con i fiori d'aglio
E il fegato piú giallo di un limone
Si prendeva per il sole si credeva
Chissá cosa e poi scoppiare
In foglie novelle di pioppi e giovani ramoscelli di frassino
Il vccchio Remolaccia, ma dai! Con tutti i suoi tumori
Le macchie i nidi, gli scoiattoli, l'artrite e i millepiedi
Sempre ficcato nel suo buco con quel vaso di vino
Tracanna e canna
Lasiatelo dormire con la testa sul cavolfiore come un angioletto
Tutto rosso e gonfio e trasuda il suo pus
Fino al ruscello
Nella sua vetrata

*

genseki

lunedì, marzo 22, 2010

La plume, où est-elle?


Nadja

avec quelle grâce elle
dérobait son visage derrière la lourde plume
inexistante de son chapeau !
André Breton
Nadja

*

Con quanta grazia ella celava il viso dietro la voluminosa piuma inesisente del suo cappello.

Trad genseki

Jules Lapache

Jules Lapache morì in ospedale con i polmoni completamente atrofizzati. Jules Lapache morì annegato in se stesso. Jules Lapache fu il miglior amico di Dreiser Cazzaniga, forse la sola persona che Dreiser Cazzaniga avrebbe potuto considerare amico. Era un cacciatore-raccoglitore del neolitico inserito per un casa bizzarro del destino in una delle regioni più industrializzate del mondo sviluppato. Avrebbe vissuto e visse effetivamente per certi periodi più o meno lunghi di bacche, erbe selvatiche e della cattura di piccoli mammiferi. Portava nel mondo una curiositá instancabile, una paura istintiva delle donne, l'impossibilitá di accettare qualsiasi forma anche minima di ragionevole agio e di cura della sua persona. Era talmente stoico che a prima vista appariva cinico.
Ignorava l'esistenza di qualsiasi istituzione, passó un lungo periodo in carcere per aver lasciato passare il periodo concesso per il pagamento di una multa amministrativa e non aver poi mai risposto alle successive notificazioni giudiziarie. Un caso forse unico in Europa per una persona sana di mente. Ebbe molti figli, soprattutto figlie che era solito abbandonare alle cure delle rispettive madri. Non sapeva quasi nulla della sua numerosa prole. Solo qualche vaga notizia dalla quale curiosamente emergeva che quasi tutti e tutte lavoravano nel settore zoologico: allevamento o addestramento. Jules Lapache passava lunghi periodi scrivendo lettere immaginarie a ciascuno dei suoi figli e organizzando una immaginaria festa di compleanno suo al quale invitarli tutti. A quanto fu dato sapere a Dreiser Cazzaniga i suoi figli e figlie, tutti indistintamente lo odiavano e disprezzavano con fredda determinazione. Quanto doveva pesare questo dolore sull'anima di Jules Lapache! Perché anche Jules Lapache doveva avere un'anima, pensava Dreiser Cazzaniga, anche se lui en avrebbe fatto volentieri a meno. La morte di Jules Lapache segnó per Dreiser Cazzaniga la fine dell'illusione infantile che restava inconsapevolmente intessuta a quasi tutti i movimenti della sua coscienza della sua propria immortalitá. Adesso Dreiser Cazzaniga era direttamente esposto al vento della morte. Non c'era davvero piú nulla tra lui e Lei. Jules Lapache fu per Dreiser Cazzaniga un monito vivente e la testimonianza reale della forza della volontá di vivere che trasforma alchemicamente tutte le sostanze della depressione e dell'autodistruzione in scaturigine di passione. Jules lapache morí affogato in se stesso. Si affogó da solo, sigaretta dopo sigaretta, ogni sigaretta la fumava singolarmente, fumava le sigarette una per una e ogni sigaretta era potenzialmente per lui l'ultima sigaretta. Morí affogato da se stesso, dentro se stesso, solo, annegó come Flebas il fenicio. Annegó.
I bronchi pieni di acqua, i suoi figli lo odiavano. Jules Lapache temeva le donne, le insultava, soleva, con loro, esprimersi con lazzi e sarcasmi che suonavano sempre pateticamente violenti, era senza difese con loro. Le donne solevano disprezzarlo. Alcune lo socorrevano. Jules Lapache è morto dopo aver sofferto tutte le sofferenze, dopo essere stato spogliato di tutte le illusioni, anche dell'illusione dell'autodistruzione. Forse per questo lo avrá accolto con un sorriso la Vergine, Kannon, colei che ascolta i gemiti nel mondo, colei a cui non volle mai abbandonarsi, la intravide oltre la pellicola di acqua che bruciava quello che restava della sua vista e per un istante eternamente lo accolse con un sorriso degli occhi di felce, un sorriso di tante braci, con il sorriso che lui aveva sempre onorato sfuggendolo e negandolo.

genseki
*

Lu Spadaro di Quittengo scrive in una nota che spera di condividere con Dreiser Cazzaniga altri ricordi. Quali ricordi potrá condividere con chi non ne ha piú di ricordi? Con chi non en ha piú e neppure vuole piú averne? Lu Spadaro di Quittengo leggerá queste righe? Se lo fará potrá collaborare con qualche ricordo suo al nostro sforzo di ricostruzione delle Memorie di Dreiser Cazzaniga. Gliene saremo davvero grati.
a cura di genseki

martedì, marzo 16, 2010

Cuor suppliziato

Cuor suppliziato

Cuor suppliziato

Triste il mio cuore va sbavando a poppa
Tutto coperto di trinciato forte
Sopra gli sputano schizzi di zuppa
Vengono dopo i lazzi della truppa
Che in una gran risata infine scoppia
Triste il mio cuore va sbavando a poppa
Tutto coperto di trinciato forte

quegli insulti itifallici e nonneschi
Lo hanno interamente depravato;
Al vespro van scarabocchiando affreschi,
Graffiti Itifallici e nonneschi
A voi marosi abracadabranteschi
Dono il mio cuore perché sia lavato:
Che con insulti ittifallici e nonneschi
Lo han depravato.

Quando le cicche saranno tutte spente
Cosa ti resterá cuore rubato?
Il baccanale verrá coi ritornelli
Quando le cicche saranno tutte spente
Mi si rivolteranno le budella
Se il cuore triste sará ancora infangato
Cosa ti resterá cuore rubato?

Rimbaud
Trad.genseki

Note sulle memorie di Dreiser Cazzaniga

Nota sulle memorie di Dreiser Cazzaniga

Lo stato in cui ci sono giunti i diversi materiali che costituiscono le memorie di Dreiser Cazzaniga permettono di formulare diversi ipotesi sulla forma definitiva che egli avrebbe voluto conseguire. Nessuna di queste ipotesi può essere considerata definitiva, e probabilemente lo stesso Dreiser Cazzaniga aveva in mente diversi e contradditori progetti che non giunsero mai a una forma meno fluida, di quella alla quale ci troviamo di fronte.
Dreiser Cazzaniga era un collezionista saltuario. Collezionava qualsiasi cosa in modo programmaticamente non sistematico e soprattuto assolutamente non esasustivo.
Per un lungo periodo collezionó i biglietti di qualunque mezzo di trasporto di cui si fosse servito in qualunque parte del mondo conservandoli nelle scatole di cartone delle camicie che stava bene attento a conservare dopo averle tolte, le camicie dal cellofan e aver tolto tutti quelli spilli e graffette di plastica. Per un certo periodo collezionó anche gli spilli delle camicie in una scatola di latta delle pastiglie Leone. Per un certo tempo, infatti, collezionó anche scatole di latte di pastiglie Valda, Leone, Re Sole e di svariati tipi di te cinesi. Poi usó le scatole come contenitori di altre collezioni minori. Le collezioni avevano per lui soprattuto un significato di amuleto. Agalma. Ritorniamo alla collezione di biglietti. Questa prosperó, impazzita dilagando dalle scatole delle camicie ai vasetti di yogurt da mezzo chilo fino a quando Dreiser Cazzaniga pensó che una cosa cosí la poteva fare solo qualcuni al bordo della follia e in poche decine di minuti se en disfó.
In diversi occasioni si disfó di materiale raccolto per le Memorie e di altre collezioni saltuarie come quella tanto amata di fumetti pornografici.
Poi si dimenticó di essersene disfatto e la cercó con sempre crescente frustrazione in tutti gli anfratti del suo grande solaio dove prima di regalarla all'Apache la aveva coscienziosamente custodita.
Una delle ipotesi piú interessanti è che Dreiser Cazzaniga volesse scrivere le sue memorie al futuro. Non ci è dato sapere se con un tono oracolare o narrativo. Peró al futuro. Qualche cosa del tipo: “il giovane Dreiser Cazzaniga con il maglioncino giallo fosforescente che la mamma avrá comprato nel mercatino del barrio di Briggio il decimo uscirá dalla classe nell'intervallo per recarsi ai bagni dove i saranno soliti riuniri i fumatori e tutti gli altri duri. Nel corridoio, anzi a un aangolo del corridoio quasi si scontrerá con la compagna di scuola Lagrassa-Cavani, dallo sguardo irrimediabilmente porcino che gli getterá su maglioncino un sostanza bluissima, azzurrosa e viscida scoppiando poi a ridere insieme a la di lei inseparabile amica...etc”
Piú sicura, quasi certa è, invece, l'ipotesi che Dreiser Cazzaniga volesse scrivere le sue memorie dal punto di vista della morte. Dovevano apparire come le memorie di quelcuno che era giá morto, compilate e interpolate da un fedele curatore quando ancora Dreiser Cazzaniga era in vita. Pienamene in vita, direi. Il fatto è che Dreiser Cazzaniga non sapeva come procurarsi un curatore. Nessuno lo conosceva e non aveva mai combinato niente per tutta la vita.
Dreiser Cazzaniga era proprio quel tipo cui durante una festa o un ricevimento nessuno rivolge mai la parole e che se inizia a parlare lui, tutti gli altri con la scusa di andare a cercare un'altra coppa di champagne o con la scusa del canapé scivolano inmediatamente a formare altri capannelli.
Come trovare qualcuno che si interessasse alle sue memorie? Si giunse a formulare l'ipotesi che l'intenzione di Dreiser Cazzaniga fosse quella di crearlo, il curatore, O persino che egli intendesse adotarre come curatore qualcuno che fosse già morto e dare alla luce le sue memorie usando il nome di costui come schermo narrativo, naturalmente con il consenso degli eredi. Avrebbe cosí conepito le memorie di un vivo curate da un morto chele narra al futuro.

a cura di genseki

L'occhio dell'acqua

Zimbello d'uno specchio d'acqua immobile, non seppi cogliere,
Immobile il battello, troppo troppo corto il braccio, né l'uno
E neppure l'altro fiore: non il giallo importuno
Laggiù; né l'azzurro, amico dell'acqua cinerina.

Polvere di salici, è un'ala che la scuote!
Le rose nei canneti da tempo divorate!
Immobile ancora la barca, calata la catena
Al fondo dello specchio d'acqua senza bordo, - in quale limo?

A. Rimbaud
Trad. genseki

I sufi di Andalusia

Abdallah ben ja'dûn al-Hinnawi ben Muhammad ben Zakariyya.

Morì a Fez nel 597/1201. L'avevo presentato al mio compagno Abdallah Badr al-Habashî, Questo Maestro era uno dei quattro awtâd grazie ai quali Allâh preserva questo mondo. Egli aveva chiesto ad Allâh di cancellare la sua buona reputazione dal cuore di tutti, in questo modo quando era assente, non era rimpianto da nessuno e quando era presente nessuno gli rivolgeva la parola, quando giungeva in qualche posto non gli davano il benvenuto, non conversavano con lui e tutti lo ignoravano.

Io ero giunto a Fez e mi ricordo che alcune persone, avendo udito parlare di me, volevano incontrarmi. Io, invece, non avevo intenzine di vederli, lasciai la casa dove dimoravo e andai alla moschea. Non avendomi trovato in casa, queste persone vennero alla moschea. Io li vidi giungere e quando mi domandarono dove fossi risposi loro: “cercatelo fino a quando non lo troviate”.
Mentre stavo li seduto, molto ben vestito, improvvisamente vidi il Maestro davanti a me. Non lo avevo mai visto prima di allora. Mi disse: “Che la pace e la benedizione di Allâh siano su di te”, io risposi al suo saluto. Allora egli aprì un libro di al-Muhâsibî, il Trattato sulla conoscenza” me en lesse un passaggio e mi chiese di spiegarglielo. Per ispirazione divina, conoscevo già la sua identitità e il suo maqâm, sapevo che era uno degli awtâd e che suo figlio avrebbe ereditato il so maqâm. Gli dissi, allora chi era e quale fosse il suo nome. Egli chiuse il libro, si alzò e disse: “sii discretissimo perchè nutro affetto per te e vorrei conoscerti meglio. La tua aspirazione è autentica.”
Quindi mi lasciò. Da allora ci incontrammo soltanto quando nesun altro era presente.
Soffriva di un danno alla lingua e parlava con difficoltà; tutavia, quando leggeva il Corano la sua pronuncia era eccellente. Quast'uomo che faceva grandi sforzi sul cammino spirituale era commerciante di henné. I suoi capelli erano sempre in disordine e pieni di polvere, egli ungeva gli occhi di kohl per proteggerli dalla polvere di henné.

Ad-Durrat al-fakhirah

Quando parlava passava per matto, quando sedeva in un'assemblea gli altri si alzavano e se en andavano perché lo trovavano fastidioso. Questo stato di cose gli piaceva molto. Un giorno me en stavo seduto presso il minareto quando ibn Ja'dûn venne a sedersi davanti a me dopo avermi salutato. Aprì un libro di al-Muhâsibî. il Trattato della conoscenza. me en lesse un passaggio e mi chiese di commentarlo. Lo feci. Mi disse: “Compagno, se non smetti, rivelerò a tutti la tua funzione, tu sei uno dei quattro. Mi chiese, allora, di non svelare la sua identitá e promise di fare lo stesso per me.
Ibn Arabi
trad a cura di genseki

A cosa pensavano i due cavalieri nella foresta

Questa poesia di Hugo, tratta dalla raccolta: "Les contemplations" è uno dei pocchissimi esempi di poesia romantica della letteratura francese, con alcuni testi di Nerval. Sembra di udirla con la musica di Schuman o di Wolf.


Cosa pensavano i due cavalieri nella foresta

Oscura era la notte e la foresta cupa
Al mio fianco Herman era come uno spettro
I cavalli al galoppo. Che Dio voglia guidarli!
Le nuvole del cielo sembravano di marmo.
le stelle volavano tra le chiome degli alberiI
Come uno stormo d'uccelli ardenti.

Son gonfio di rimorsi. Spezzato dal dolore.
Lo spirito di Hermann ha perso la speranza.
Son gonfio di rimorsi. Amori miei dormite!
Mentre percorrevamo questo verde deserto,
Herman mi disse: "penso alle tombe socchiuse;"
"Penso" - io gli risposi " alle tombe ormai chiuse".

Egli guarda in avanti ed io guardo all'indietro
I cavalli galoppano in mezzo a una radura;
Il vento porta l'eco di un angelus lontano
"Io vo pensando a quelli che l'esistenza affliggei".
Queli che ancora sono, quelli che ancora vivono"
"Io penso - gli rispondo: "a quelli che son morti".

Le fontane cantavano. Che parole cantavano?
Le querce mormoravano. Che cosa mormoravano?
Gli arbusti susurravano come dei vecchi amici.
Herman mi disse: I vivi non possono dormire,
Vi sono occhi che vegliano, vi sono occhi che piangono."
Io gli risposi "ed altri giacciono addormentati."

Herman riprese allora:. "È la vita sventura.
I morti più non soffrono. Infine sono in pace!
Come invidio le tombe ricoperte di erba
Sulle quali l'autuno fa cadere le foglie
E la notte accarezza con le sue dolci fiamme
Perhé il cielo raggiante calma tutte le anime.

Gli risposi; "silenzio, rispetta il gran mistero!
I morti son distesi nella terra che premi.
I morti sono i cuori che un tempo ti hanno amato
Il tuo angelo estinto! Son tuo padre e tua madre
Non devi rattristarli con amara ironoa
Come attraverso un sogno ci odono parlare.

Victor Hugo
Trad. genseki

venerdì, marzo 12, 2010

Corvacci II

Questa versione di corvacci è molto più oggettiva della precedente.
genseki

*

Inmediatamente volò verso tutti quei corvi
Portato dal vento del latte
Con tutti i rottami di altri, violato -
Manichini rotti, occhi unghie
Le ferite nel petto
E quel vestito poporporino molto caro
Ricamato con lacrime e nocciole
Pascoli biancospino
Le ciliege, le gocce di sangue della passione
Quel tremito che scuoteva il suo corpo torturato
Lo fece precipitare la moltitudine che stava a Sula
Come fosse pioggia di rubini, spilli, l'acqua, il sudore lo spirito
Perfino la lingua lo leccó tutto fino al bordo
E allora si ruppe in mille idiomi porpora
Come Dimitri succhiato Royce
Lo stenditoio dei vestiti dei fiori Estrelle di Sicilia
E I CORVI corvacci a sbattere le alucce nella fronte
In cerca di altre piscine di olio di anice, di ottone
Era la febbre, le spine nelle tempie, la tunica azzurra
Madre
No, non dentro la madre della madre
C'era il vecchio rovere
Quello che apparve repentinamente nel giardino
Quando voltò la testa
Ufficio del Direttore, emozionato
Non c'era prima e ora minaccia il cristallo sporco
Con bollicine di parecchi appena azzurra sul bordo
Tocca con i suoi rami neri di foglie leggermente arancioni
Su cui riposavano i corvi stridenti
Percorso della primavera dei suoi baffi
Proprio come molti piloti da caccia
E quello che aveva perduto gli occhiali.

genseki

Corvacci

Volarono via di colpo tutti quei corvi
Trascinati dal vento di latte
Con tutti gli altri rottami violati
I manichini spezzati, gli occhi i chiodi
Le ferite del costato
E quell'abito viola tanto costoso
Ricamato di lacrime e nocciole
e di tutte le parole abbiette
Quante! Fino al terremoto dette,
Fino al sollevarsi immenso della spalla del mare
In un getto di vomito salato
Una lingua, sapete, verde e gialla
A leccare i pascoli, il biancospino,
Le amarene, le goccioline di sangue della passione
Che scuotendo scuotendo il corpo tormentato
Egli faceva cadere sula folla che lo assisteva
Come una pioggia di rubini, di spilli, di acqua, sudore, spirito
Fino a che la lingua leccò tutto via
E si ruppe poi in altr mille lingue violacee
Che succhiavano la Royce di Dimitri
Lo stenditoio di estrelle con i vestiti siciliani a fiorellini
E i corvi, corvacci svolazzando davanti
In cerca di altre pozze di olio di anice, di ottone
Era la febbre, le spine sulle tempie, la tunica azzurra
della madre
Senza dentro la madre
la madre era quella quercia rossa secolare
Che era apparsa di colpo nel giardino
Quando aveva girato la testa
nell'ufficio del direttore, emzionato,
Prima non c'era e ora minacciava i vetri sporchi
Con tante bollicine leggermente azurrate
Sfiorandoli s¡con i suoi rami neri dalle foglie delicatamente aranciate
Su cui si posarono i corvi stridenti
Lisciandosi i baffi primaverili
Come tanti piccoli piloti da caccia
Che avessere smarrito gli occhiali protettivi.
genseki

Sogno per l'inverno

L'inverno ce ne andremo in un vagone rosa
Con azzurri cuscini
Come staremo bene!
Un nido di folli baci riposa
In quei morbidi angolini.

Chiuderai gli occhi per non vedere oltre il vetro
Le smorfie degli spettri cupi
Arcigni mostri di un branco tetro
Di demoni neri e di lupi.

Poi sulla guancia, sentirai un prurito
Un bacetto, come un ragno impazzito
Percorrerà la tua nuca deliziosa

"Cercalo!" - mi dirai inclinando la testa.
Quanto a lungo la cacceremo quella bestia
Che sfugge senza posa.

A. Rimbaud
Trad genseki

Sogno per l'inverno

martedì, marzo 09, 2010

Un bacio

L'ostia dei tuoi denti è canneto
Alla voragine dei miei baci
O mia Kundri, tramestio di tanti ricordi
Di piazze, lampioni arancioni, solitudine
Castelli radiali e cavernosi kebab.
Ogni dente è un cigno per la freccia della mia lingua
Uno ad uno li accarezzo, li assaporo
Come l'euforbia e la graminacea di maggio
Assaporano il filo della falce:
È più di un grido è un volo scorticato
Diglielo per una vota allo spadaro
Sulla tolda del vascello pietrificato.

*

genseki

Trilce

I testi che seguono sono tratti da Trilce e si riferiscono ai nuclei tematici dell'infanzia e del carcere. L'infanzia declinata al futuro e il carcere come corpo carnale del soggetto reificato. I due temi sin uniscono nel componimento LVIII in una dialettica chiusa di speranza senza speranza
genseki

Cesar Vallejo

Trilce

L

Can cerbero per ben quattro volte
Ogni giorno manipola i lucchetti, apre
E chiude il nostro sterno, ammiccando
In modo che intendiamo perfettamente.
Con i fondelli goffi melanconici,
Vecchio ragazzo di trascendentale trascuratezza,
Fermo, è adorabile il vecchietto.
Scherza con i prigionieri, quanto può
I pugni ficcati nelle anche. Il burlone
Rode loro i bei bocconi, sempre però
È ligio al suo dovere.

Tra le sbarre interroga
Inavvertito, issandosi sulla falange
Del mignolino
Sulla traccia di quello che dico,
Di quello che mangio
Di quello che sogno.
Il corvaccio spalanca ogni intimità
E come ci fa male quello che vuole il Can Cerbero.

Con un sistema ad orologeria,
Gioca il vecchio imminente, pitagorico
Su e giù per le aorte, e soltanto
Di sera in notte, di notte
Tollera alcuna metallica eccezione,
Sempre, naturalmente compiendo strettamente il suo dovere.

*

LII

E ci alzeremo quando ne avremo
Voglia, anche se la mamma tutta luce
Ci svegli con canterina bella collera materna.
Noi ce la rideremo ben nascosti
Mordendo il bordo alle tiepide coperte
Di vigogna , dai! Non mi fare il solletico!

Fumo dalle baracche, ah quei monelli
Uccelletti! Si saranno alzati presto per giocare
Con gli azzurratissimi aquiloni,
E tra frantoio e pietra, ci mandano
Il fragrante richiamo della stalla,
Per tirar fuori da noi
Il bebè che non sa ancora l'abbecedario
E che si mette a litigare per i fili.

Un altro giorno vorrai pascolare
Tra le tue cavità onfaloidi
Avide caverne
Noni mesi
I miei sipari
O vorrai accompagnare i vecchietti
A sturare la presa di un crepuscolo
Per che sgorghi di giorno
Tutta quell'acqua che scorre di notte,

E arrivi morendo dal ridere,
E nel pranzo musicale
Mais soffiato, farina con lardo,
Con lardo
Prendi in giro il peone sdraiato
Che anche oggi dimentica il buongiorno
Quei suoi giorni buoni con la B di balordi
Che insistono a scoppiargli al poveretto
Per la culatta della V
Labiodentale che veglia su di lui.

*

LIII

Chi grida le undici non sono le dodici!
Come se le avessero spinte, si affrontano
A due a due undici volte.

Che brutta testata. Si affacciano
Le corone ad udire,
Senza però superare gli eterni
Trecentosessanta gradi, si sporgono
Esplorano invano, ove entrambe le mani
Nascondono l'altro ponte che nasce
Tra gravi scherzi liturgici.

Torna la frontiera a provare
Le due pietre che non giungono a occupare
Una stessa stazione nello stesso tempo.
La frontiera, ambulante bacchetta, che segue
Immutabile, eguale, soltanto
Più lei ad ogni guizzo in alto.

Vedi ciò che è senza poter essere negato,
Vedi ciò che dobbiamo sopportare.
Per quanto ci costi.
Quanto si une in gomiti
Che giungono alla bocca.

*

LVI

Tutti i giorni mi sveglio alla cieca
A lavorare per vivere; faccio colazione
Senza assaggiare nemmeno una goccia, tutte le mattine.
Senza sapere se ce l'ho fatta o mai più
Qualche cosa che schizza dal sapore
O è solo cuore e che è ritornato, lamenterà
Fin dove è il meno peggio.

Il bambino sarebbe cresciuto sazio di felicità,
o albe,
Di fronte al rimorso dei genitori di non poter cessare
Di condurci dai loro sogni d'amore a questo mondo;
Di fronte a loro che di tanto amore
Si compresero fino a creare
Ci amarono fino a farci male.

Frange d'invisibile tessuto,
Denti che spiano da neutra emozione,
pilastri
Liberati da base e capitello,
Nella gran bocca che voce ha perduta.
Fosforo e ancora fosforo nell'oscurità
Lacrima e ancora lacrima nel mulinello polveroso.

*

LVIII

In cella, nel solido, persino
Gli angoli si rannicchiano.

Sistemo i nudi che si raggrinzano,
Si spiegazzano, si stracciano

Scendo dal cavallo che ansima e sbuffa
Linee di schiaffi e orizzonti;
Spumoso il piede ogni tre zoccoli.
E lo aiuto: dai, animale!

Si prenderebbe meno, sempre meno
Di quanto mi toccherebbe erogare,
In cella, nel liquido.

Il compagno di cella mangiava grano
Delle colline con il mio cucchiaio,
Quando bambino, a tavola dei genitori,
Mi addormentavo masticando

Mormoro a qull'altro:
Torna, esci dall'atro cantone;
Rapido, in fretta, lesto!

E inavvertito, allego, pianifico
Ci sta il pagliericcio sfasciato, pietoso.
Non credere. Quel medico era sano.

Non riderò più, quando mia madre prega
Nell'infanzia, domenica, alle quattro
Del mattino, per i viandanti,
I carcerati
I malati
I poveri.

Nel recinto dei bambini più non picchierò
Coi pugni più nessuno di loro, che, poi,
Ancora sanguinanti piangerebbero:
Sabato prossimo ti darò il mio prosciutto, però
Non mi picchiare!
Non dirò più d'accordo.

In cella, nel gas illimitato
Fino ad arrotondarsi nella condensazione
Chi inciampa là fuori?

César Vallejo
trad. genseki

lunedì, marzo 08, 2010

La terra mi schiaccia

La terra mi schiaccia nel suo pugno di tempestosa angoscia
Che nessuna si muova! Ora si ode il volo di una mosca che si apre il cammino
Unifica la giornata in cerca di un fine
Annodiamo nei fazzoletti i minuti che ci separano!
In alto le mani! Per accogliere l'angelo che sta per cadere
Che sta per disfarsi in neve di lucciole sulle vostre teste
Cielo malato del vento che troppo ha soffiato
Noi, proprio noi pagheremo i dolori i debiti senza numero...

Tristan Tzara

Trad. genseki

domenica, marzo 07, 2010

Teatro

Qual era il senso, il significato dell'affannarsi
Di tutti quei personaggi sul palcoscenico
Sullo sfondo di sole ardente
Tra ardenti graminacee, cereali come spade
All'ombra relativa di poche tamerici
Germinando, amando, fiorendo, tradendo
Ingannati, radicati, supplicando, ronzando
Movendo senza freni desideri e inibizioni
In una contorta scalata al cielo a cavallo
Senza nubi, con pesanti fardelli di nicotina
Sferrando potenti colpi al destino
Ma sempre diffidando dei funghi e dei loro strani poteri
Di dilatare il tempo molto oltre l'orizzonte degli eventi?
Qual era il senso? Il reale? Dietro il telone purpureo
Che ad ogni atto cala come una catarrata di sangue
Sangue sparso da tante spade, sperso tra le spighe
Tra le ginocchia degli ultimi opliti
Premendo la terra della loro e della nostra vergogna.
Era plurale il senso dei loro minuetti
Sempre includeva la luna, i bei modi, l'amido
Il calzascarpe a testa di serpente i mobili color polenta
Della nonna Azzurra nel suo reame di gerani,
Era ambiguo quello sfiorarsi continuo delle ciglia
L'incrociarsi minuziose degli sguardi allo scambio
Del tranvia
Salire e scendere tutte quelle scale
Ferite le palpebre alla vista reiterata dei carciofi
Al mercato del Damm.
Qual era il senso? La vita, forse,
Il cobalto della libertà, il verde colore
Del farsi crescendo di negazione in negazione
Fino a loro stessi, a noi
Cuore per cuore.

*

genseki

Biunità divina

Seyyed Hossein Nasr

Se Ti chiamo,
Sei colui che invoca il Tuo stesso Nome,
Come potrebbe la Tua unicità accettare il mio io come un Io?
La Tua Ipseità soggiace a ogni io che ti invoca;
Oltre l'io e il tu
Del noi e del loro
Del lui e del lei
Oltre tutti i nomi
Sta il Tuo
L'Unico.
Tutti i soggetti si fanno eco della Tua Unicità,
Perchè solo Tu puoi profferire questo Io
Che le creature usurpano come loro.
Ci sono un io e un Tu,
Ma la Tua Unicità comprende entrambi
Mentre la Tua immagine sullo specchio dell'anima mia
Esclama:
“O Tu che sei il mio io,
Salvami da questa dualità!
Che la Tua Unicità regni
In questo istante eterno
Porto sicuro dell'allora e dell'adesso.
Como posso dirTi Tu,
Se io non sono e Tu sei Io?
Lascia che per l'ultima volta brilli questa verità,
Permetti he la Tua Unicità
Faccia a pezzi questo Io pretenzioso
E riveli infine l'Uno che comprende
L'Io e il Tu.

Trad. a cura di genseki

Place Dauphine