venerdì, febbraio 20, 2015

A. R. Ammons

Quiete


Mi dissi: andró in cerca di ció che è umile
E sará dove
Metteró le radici della mia identitá:
Tutto i giorni mi sveglieró
In prossimitá di ció che é umile,
Un centro focale un promemoria appropriato,
Una misura per il mio significato,
La voce grazie alla quale saró ascoltato,
La volontá e il tipo di egoismo
Che potrei
Liberamente adottare come propri:

Ma pur avendo cercato ovunque,
Non posso trovare proprio niente
A cui abbandonarmi:
Tutto è

Magnifico nell'esistenza, tutto è
All'apice della gloria:
Nulla è umiliato
Nulla ho potuto umiliare:

Dissi: che cosa è piú umile dell'erba?
Ah, lá sotto, ecco
Una corteccia di muschio secco come bruciato:
E dissi; ecco dove posso porre la mia dimora; ma
Mentre mi annidavo
Incontrai sotto la superficie grigiastra
Meccanismi verdi troppo complessi per l'intelletto
Che speravano di rinarscere con la pioggia; allora mi alzai

E corsi esclamando che non vi è nulla di umile nell'universo:
Incontrai un mendicante
Con ceppi al posto delle gambe: nessuno lo considerava
Degno della minima attenzione: tutti passavano senza guardare:
Mi annidai e trovai la sua vita:
L'amore scosse il suo corpo come una devastazione
Dissi
Anche se ho cercato dappertutto
Non vi è nulla di umile nell'universo:

Passai dall'alto in basso attraverso
Le trasfiguarazioni della grandezza, della forma e dello spazio:

In punto improvvisamente giunse la quiete,
Che meravigla:
Muschio, mendicante, cespugli, zecche, pino, io che magificenza
L'essere!

A. R Ammons

De The Selected Poems: 1951-1977, Expanded Edition

Trad genseki

giovedì, febbraio 19, 2015

Il Tirso

Le tue mani mi salutavano da tutte le foglie
I tuoi denti da tutti i fringuelli
Succo di pinoli erano le tue sillabe
Come bacco regnavo con il tirso
Sullo sciame dei miei errori.

genseki


mercoledì, febbraio 18, 2015

Una pietra che cade

Una pietra che cade
Dischiude un universo
Di dolore e di suoni
- Mi manchi -
Lo diceva al vento
E la sera era palpabile abbandono
D'ali nella macchia sgomente
Frulli
Agli angoli della bocca salace
La piega amara del disprezzo
Un tempo bastava Novembre
Perché si chinassse
Alle mie tempie sudate
Il volto dell'angelo della storia,
Ora, Signore ti disfi in mille foglie
Nel mito della bontá respiro
Come il passero sul fico di Nicodemo.

*


Nell'abbandono alle ali
Si aprono mani vespertine
Con petali di pura visione
Un velo cobalto sciupa
Il brivido del bosco
L'orrore dell'agonia del merlo;
La bicicletta, la febbre
La muffa
Il profumo delle mele fermentate
Ah! Restare qui
Lasciarsi morire qui
Fino all'anno delle comete!

*

genseki

Guglielmo di Saint-Thierry

Chi sta con Dio è ancora piú solo di quando è solo.


venerdì, gennaio 16, 2015

Piavoli - Nostos (1990) - Calypso Excerpt.mp4

Je ne suis pas Charlie



Il cheikh Mahy Cisse, fratello del Imam de la grande moschea de Kaolack e maestro della tariqa Tijaniyya ha detto l'11 di gennaio a Medina Baye (Sénégal).


In vita il Profeta du chiamato folle e ciarlatano molte volte. Ma invece di attaccare coloro che dicevano queste cose, Allah fece scendere una Sura in cui si rispondeva che Muhammad non era posseduto, non era un ciarlatano, era il messaggero della veritá. L'esempio del Profeta era perdonare gli insulti e le diffamazioni di coloro che non credevano in Lui. Per fare una caricatura c'è bisogno di un modello originale. Di Muhammad si racconta nello hadith della sua bellezza straordinaria, soprattutto della bellezza dei suoi occhi; per questo, per esempio, non hanno senso vignette che presentino il Pofeta come se fosse privo della vista,. Chi appare in quelle caricature sará qualcun altro, ma non Muhammad.

lunedì, dicembre 22, 2014

Rancé

Chi mi darà ali come di colomba, e io volerò in qualche luogo lontano dal mondo, così separato da non aver più rapporto con il mondo né comunicazione con le creature. Io cerco qualche cosa che non è di questo mondo e che non si trova fra le cose create. Io ne ho concepito un'idea che me la fa amare e l'amore me ne suscita il desiderio; ma questo desiderio produce solo sospiri e mi sembra che più il mio cuore si eleva verso questo oggetto, più quest'oggetto si allontana dal mio cuore. Non è lo stesso con le creature, esse mi importunano, mi seguono ovunque, si presentano continuamente ai miei occhi e attraverso i miei occhi entrano nel mio spirito, lo dividono e vi portano l'inquietudine e la dissipazione. Chiudiamo gli occhi, anima mia, a tutte queste cose e teniamoci così lontani da esse da non vederle e non esserne visti... Signore, senza il tuo aiuto i nostri propositi sono deboli e inutili. Conferma in me ciò che compio oggi. Conducimi, Signore, nella solitudine sacra in cui Tu parli al cuore di coloro che ti amano, insegna al mio la scienza di piacerti; fai che trovi, in questo luogo recondito in cui mi sono nascosto, come uccello selvatico nelle spaccature delle rocce inaccessibili, il riposo profondo e la sicurezza perfetta che Tu non rifiuti a coloro che hanno lasciato tutto per seguirTi nel deserto...
 

[Dom Armand-Jean Le Bouthillier de Rancé (1626-1700), preghiera nota come "Desiderio di solitudine", in Anna Maria Caneva O.C.S.O., Il riformatore della Trappa. Vita di Armand-Jean de Rancé, Città Nuova, Roma 1996, pp. 242-243]

martedì, dicembre 16, 2014

Consigli al morto


 E tu pregali

E tu pregali, i sette muratori,
Pregali, pregali, i sette maestri
Muratori che devono murare.
Perché lascino a te
Sette spiragli al muro,
Petché arrivino a te
La luce e il pane.

E da uno ti venga
Una sorgente d'acqua,
Ricordo di tuo padre;
E da un altro ti venga
Il profumo di fiori
Delle sorelle che avevi:

E da un altro ti vengano
Spighe lunghe di grano
Con tutto il loro frutto;
E da un altro ti venga
La vite della vigna
Con i grappoli pieni.

E da un altro ti venga
Qualche luce di sole
Che ti riscaldi il cuore
che non si spenga tutto

E il vento, il fresco del vento,
Il vento fresco dei boschi
Arivi fino a te,
Che ti tinfreschi il capo,
Non marcisca il tuo capo.
Oh tu pregali, pregali, pregali
I sette muratori!

Franco Fortini

lunedì, dicembre 15, 2014

Clemente di Alessandria



Allo stesso modo in cui la volontá di Dio è un atto che si chiama mondo, la sua intenzione è la salvezza degli uomini e si chiama Chiesa.

Trad genseki


sabato, novembre 29, 2014

Autunno IV l'ossequioso

Come un uomo di colore l'autunno segue le sue inclinazioni
Un flauto contempla dai fori dell'orizzonte
Tutta la madre che rimane dentro
Ecco il fiume che si dimentica a due dita dalla riva
E un po' piú in lá
La pioggia che separa le colombe dal vento

La pioggia registra i giorni fino al fondo degli occhi
Che vanno alla velocitá dei ritmi conosciuti
La pioggia mentre piove in tutte le orechie
E guai a chi come un piano non si merde le labbra

Qui alle piante dell'occaso
La citta si stira e brucia dai quattro lati

Un abitante germoglia da un tratto all'altro
La sua bara cresce nella misura in cui ti allontani dal mio petto
Descrivendo un circolo istintivo

Ma all'ora in cui il cinema scende  gli scalini di marmo
Che conducono al fondo ogni spettatore
Il livello del silenzio oscilla come un fiore
Fatto dell'oblío di un cestino di delicatezza

La luce su trascina tagliando le stoppie
Come la coda del cane che toglie la tristezza
E l'orizzonte si curva sotto il peso dei miei occhi

verde di mare o sopra tutto o nulla
Il bordo dell'abisso degli aratori cupi
Il dado tratto
Orizzonte orizzzonte - Per davvero?

Piove a perdita d'occhio selce del mio sguardo


Juan Larrea
Trad. genseki




Nodo di specchi

Le belle finestre spalancate e serrate
Sospese alle labbra del giorno
Le belle finestre in camicia
Le belle finestre dai capelli di fuoco nella notte scura
Le belle finestre dalle grida d'allarme e dai baci
Su di me sotto di me dietro di me ce ne sono meno che in me
O cosctituiscono un solo cristallo celeste come il grano
Un diamante divisibile in tanti diamanti quanti sarebbero necessari per bagnarsi tutti i bengalesi
E le stagioni che non sono quattro ma quindici o sedici
Ed io tra cui quella in cui fiorisce il metallo
Quella in cui il sorriso è meno del macramé
Quella in cui la rugiada vespertina unisce donne e pietre
Le stagioni luminose come l'interno di una mela da cui si separa un quartiere
Oppure anche come un quartiere periferico abitato da esse che sono stoppini nel vento
O ancora come il vento dello spirito che di notte ferra d'uccelli illimitati i cavalli dalle froge algebriche (...)

André Breton

Trad. genseki

La rosa e il cane

Poema perpetuo

È un'arancia ove tutto s'assembla è la grande porta in un un batter d'occhio sole o menzogna molino di innocenza sulla fronte dell'uragano orologio senza fine in vele a terra terra senza ritorno Ceneri sulle teste parole senza ricordi
di tutto un po' è l'ombra
in alto in baso è l'albero
l'acqua e il fuoco almeno
che meglio dice
estate tremula
uomo senza luogo perduta la trebisonda
memoria
il ponte insanguinato l'aria convenuta
per sempore

cosí vanno le cose delle quali non sappiamo nulla oggi di piú o doman di meno o rose o cani girate girate le tests Teste di uomini o d'alberi querce verdi  o aceri serpenti salve alla spalle dell'innocenza noi moltiplicato in sorgenti immaginarie l'acqua della menzogna sulla fronte del temporale orologio senza fine è la porta spalancata molino d'innocenza.


*

Tristan Tzara
Trad genseki

Al mercato delle mandorle

Il mattino erano tanti ciottoli
Levigati, tiepidi alla soglia
Della bianchezza appena increspata
Nel silenzio disteso tra le conifere.

*

I morti piangono come campane
Ma è la nebbia che ne rivela i volti
Calce e conchiglie sulla soglia di ardesia
Lettere antiche reagiscono al crepuscolo.

*

Del manto di pelli mi spoglio
Mi rivesto di ortiche
Ansimano i cani mattutini
L'amarezza si acquatta tra i pini.

*

Al mercato delle mandorle
Al mercato del latte
Vo cercando i miei crimini, i miei peccati
I minuti li sconto uno a uno
Fino al frullo del mezzogiorno.

*




mercoledì, novembre 26, 2014


La bella mano

XIII

Luce dal ciel novellamente scesa
Per far con tua presenza sacra e pura
Piú degna in noi natura
Ed aggrandire il basso stato umano,
Appena che la lingua s'assicura
A dir del ben donde ho la mente accesa
Pensando alla mia impresa
Dignissima di stile alto e sovrano:
Ma pregp Amor, Ch'ogni mia sorte ha in mano,
Che la presuntuosa affranchi, e aspire,
Facendo alle mie stanche rime scorta;
E scusi il troppo ardire
Del gran piacer, che a scriver mi conforta.

Perché compiutamente ogni bellezza,
Per vera elezione Amore e Dio
Poser nel volto ch'io
Come idolo scolpito in terra adoro,
Sia benedeto il subito desio,
E il mio sperar che fu di tanta altezza,
Che giá con tal vaghezza
Mi mosse a contemplar l'alto lavoro;
Non so se per riposo o per ristoro
Di mie fortune e de' passati affanni,
Ció provedesse il mio Signor fallace,
Per darmi alfin degli anni
Alcun breve conforto, o qualche pace.

Se il piacer amoroso, ond'io m'accendo
Mentre che in te son tutto attento e fiso
Per iscolpire il viso,
Che fa alla nostra etá cotanto onore,
Non mi tenesse allor da me diviso.
Finché la forma tua vera comprendo
E gli secreti intendo
L'anime spente accenderei d'amore.
Ma se l'innamorato acceso core
La gran dolcezza in voce poi sciogliesse,
Come confusa in lui l'ascondo e celo,
Io temo non ne avesse
Di sí supreme laudi invidia il cielo.

Quel vago riso e l'atto signorile,
L'angeliche maniere elette e care,
E il bel dolce parlare,
Che per virtú materna in te succede;
L'aspetto che nel mondo non ha pare,
Son le faville, e il bel laccio gentile,
Che in angoscioso stile,
Mia vita ardendo strugge e la mia fede.
Sará sempre mercede
Nimica pur cosí di leggiadría,
Come bellezza di pietá rubella?
Che se in costei non fia,
Trionferá sopr'ogni donna bella.

Chi potrá mai le doti e le virtute
E l'alte tue eccellenzie al mondo sole
Con mortali parole
Contare appieno, come io dentro sento?
Quale intelletto, e che tanto alto vole,
Che spieghi cose mai piú non vedute,
Ove son stanche e mute
E penne, e rime e ciascun nostro accento?
L'andar celeste e il divin portamento,
Che fan del Paradiso prova in terra,
Qual lingua o quale stile, è cosí che 'l descriva?
Che se 'l piacer non erra,
Tua forma è umana ma l'essenza è diva,

Or va, Canzon leggiadram
Davanti a quella oriental Fenice,
Che fa di sé la nostra etá felice,
Cotanta grazia da' begli occhi piove:
E narra se fra noi
Valor fu mai che in lei non siritrove
Raccolto tutto, e piú compiuto assai.

Giusto de' Conti




La rosa malata

 Quando la luna si accende nel verso
Piangono i ladri cade una rete al suolo
E compone un suono come di cristallo
Che vana è la caduta dico al verso
Che vano il cristallo di Boemia masticato in bocca
Che vano il cavallo che galoppa sulle tombe
Pregando il nulla
Sartre lo disse e io lo lessi in prigione durante la lezione di matematica
Il nulla corrode l'essere come un verme
E lo seppi dalla bocca di mia madre la malchiamata Felicitá
Che l'uomo tornerá a regnare sul nulla
E il nulla mostrerá agli uomini la mano
Che ha il volto pallido della follía
E il tremito del verso
E il timore del piccolo sesso delle fate che ancora non sanguinano.

*

In quanto alla minestrina rudimentale della metafisica
In effetti l'uomo è una passione vile, Spinoza lo disse
L'uomo non è che un essere malvagio di cui non parla la filosofia
Un essere che teme le sue mani equivoche
Ferito dalla logica
Stanco di parlare al nulla con sussurri
E scrivo questi versi  perché tornino gli dei
Ricardo Reis lo disse plagiando Pessoa mentre un cane latrava
Chi camminó tra viola e viola?
Eliot lo disse e c'era proprio quello stesso cane a commentare i suoi versi
Che dicemmo che l'uomo è pastore del del nulla
E si proporziona un sepolcro per piangere da soli
Succo di rose patite
Che altro mai se non una tenebra lirica in vano
Un incubo che pregano gli uomini
Heidegger diceva e non so perché lo so, che l'uomo è il pastore dell'essere
Ma io dico che l'uomo è pastore dell'escremento
Signore solo della rabbia
Abitante unico del salmo
Fatto per piangere da solo
E io adoro solo la sillaba nuda del versetto
Nudo come la menzogna
Come il silenzio
Mentre un usignolo cade sulla pagina
E gli uccelli gridano: Scardanelli, Scardanelli
E ormai non c'è niente qui salvo una linea vuota
Perché l'ultimo signore con corona
È la schiuma della coppa
La marea della coppa come direbbe un kennig islandese.

Leopoldo María Panero
Trad. genseki

Poesie di genseki

Il bianco argenteo degli olivi
Lava il mattino
I melograni sono grate d'oro
Arbusti che ardono senza calore

Lavarsi gli occhi: è autunno!
Con la rugiada risciacquare
La cenere dei crimini.

*

Un gesto dopo l'altro
Le pigne nel fuoco
Una candela profuma d'azzurro
L'intimitá.
Fuori le nuvole chiamano lo sguardo
Con il silenzio del loro limite
L'odio si riposa tra gli abeti
Il richiamo dei gufi lo sostiene.

*

Come un quaderno magico
Si apre e si chiude il silenzio della notte
È il vento che lo sfoglia, per compassione,
Allevia l'arsura del prato.

*

In fondo alla notte
Si spalanca il mare
Piú tardi le stelle
Spargeranno rose
Su frane di nebbia

*