martedì, ottobre 17, 2006

La dichiarazione di Alamût


(Mowlana Alazikrihis-salâm) 8 agosto 1164

Il diciassettesimo giorno del mese de Ramazân dell’anno 559 dell’egira, sotto il segno della Vergine, essendo il sole nella costellazione del cancro, Imâm diede ordine che un scranno (minbar) fosse posto rivolto all’Ovest, sulla spiananta di Alamût) quattro stendardi furono fissati rispettivamente a ciascuno dei quattro angoli dello scranno. I compagni del Khorassan furono posti destra della scranno. Quelli dell’Irâq persiano alla sinistra. I Daylamiti e i compagni di Rûdbar furono sistemati proprio di fronte. Nel mezzo, davanti allo scranno, fu posta una piattaforma e il faqîh Mohammad Bostî ricevette l’ordine di restae su questa piattaforma. Verso mezzogiorno, il gran maestri (Khodâvand) 'alâ dhikri-hi's-salâm vestito con una tunica bianca e con in capo un turnabte bianco, discese dalla Rocca di Alamut. Si avvicinò allo scranno da destra e ne salì gli scalini con lentazza e maestà. Tre volte, egli espresse i suoi saluti ; una prima volta ai Dalamiti davanti a lui, una seconda volta volendosi a destra, una terza volta volgendosi a sinistra. Per un momento restò seduto sui talloni. Poi si drizzò in piedi, passò il cinturone cui era sospesa la sua spada, e, a voce alta lesse questo proclama :

“Alzatevi, perchè il giorno della Resurrezione s’è levato. L’attesa del Segnale compiuta, Ecco giunta la Resurrezione che è il culmine di tutte le resurrezioni. Oggi non si devono più cercare prove nè indizi; oggi la Conoscenza non dipende piú dalle Scrittre, nè dai discorsi, nè dai simboli, nè dagli atti di devozione che piegano il corpo. Oggi, gli atti e le parole, i segni e i simboli, sono giunti al termine di tutti i termini. Colui che con i suoi occhi ha contemplato l’essenza in persona, quegli ha contemplato con i suoi occhi la totalità dei segni e degli indizi di tutte le Rivelazioni, mentre quello che ne conosceva attraverso nomi e qualificazioni ne era il contrario e l’opposto, quello che continuava a restare nascosto dietro un velo”. “O voi, esseri che popolate gli universi! Voi geni, uomini e angeli ! Sappiate che Mawlana è il resurrettore. Signore degli esseri, Signore che è l’esistemza assoluta, che esclude ogni determinazione esistenziale, perchè le trascende tutte. Egli apre la porta della sua Misericordia, e grazie alla luce della sua Conoscenza, fa in modo che ogni essere sia veggente, udente, parlante, vivente per l’eternitá”.
“Colui che sa ha il dovere di lodarLo e di ringraziarLo, anche se Egli trascende tutto ciò, perché Egli è lode a Se stesso, Egli è per Sua essenza Colui che conosce”.

Dopo questo, l’Imam pronunció una prima esortazione. Poi diede letturan della copia dell’epistola che comincia con queste parole: “Noi siamo gli eternamente esistenti al presente...”

A cura di genseki

*

Laura Silvestri


Perché il faro lo ha fatto costruire un tizio, un artista, trasportando sul continente da navi e vagoni tonnellate di lastre di ferro predisposto alla ruggine, a farsi brunito e scorticante, fastidioso alla vista. Un pozzo sotterraneo lo blocca ancorandolo ai ghiacci e alla terra incrostata, ancora adesso ogni tanto mi sembra di sentirli sfrigolare e spaccarsi e quella vibrazione sale su, agrappandosi alle spire della scala interna e arriva fino alla stanza bianca, perfino i vetri ne crepitano ... Dunque il tipo vadicendo che qua sotto quella buca è simile a un immenso recipiente dove cuociono come in un grande uovo, una matrice gorgogliante, gli ingredienti del mondo, acqua zolfo seme mercurio e chissá cos’altro, insomma un bel minestrone, così me l’immagino, per sempre intento a riprodursi e maturare ed esalare, e il faro... il faro sarebbe la strada, lo stretto canale in cui quei fiumi, quegli spiritelli leggeri quando è il loro momento se ne scappano via, liberi finalmente, in corsa verso il cielo, facendo a gara a chi per primo tocca il vuoto. Così. Andarsene in alto, affinati e ripuliti, lubrificati quel tanto che basta alla fuga e alla visione. E dice, l’artista di aver preso l’idea da un tal gesuita che qualche secolo fa divenne famoso assicurando che avrebbe di lì a poco decifrato i geroglifici, ma ancor più idolatrato per uno strano museo delle meraviglie dove aveva raccolto di tutto, marchingegni per il moto perpetuo, giochi ottici, obelischi di legno, idoli, feti, bastoni di sciamani, animali impagliati. Per questo poi il faro non è più alto dei suoi trenta metri, non sia mai, come ammoniva il monaco, che crescendo in eccesso e arrivato a 178 miglia d’altezza cominci a pesare un po’ troppo e svellere non solo il suo pozzo nascosto ma perfino la terra dal suo asse.

Canti di lontananza
pp. 16-17

*

lunedì, ottobre 16, 2006

La dimora freatica

Thierry Metz


La dimora freatica

XV

Amore, mio frutteto
È l'albero il destino di chi veglia
Ospite suo
Congiunto
Dominano i suoi rami la sorgente.

Albero
Veemenza della spiga e della canna

*

XVI

Su terra senza vele
Conduci il temporale
Sassosa fecondi l'utensile e la giovine madre
Stagione della Svestita
Azzzurro nascente anticipa il mondo.

XVII

Nuvole e venti
Ostacolo è la sorgente.
E geyser
O tu che sgorghi in villaggi di sale
QUI non ha fondo.

XVIII

Aprire la dimora freatica
Esserci
In acque meditanti una cascata
Nulla v'è più di più fresco.




XIX

Azzurro d'acque sciolte
Fiume ove scende a bere
La nostra selvaggina
Fiume da cui si slancia
Risorgenza dell'astro
E dell'uccello.

XX

Da fertili pendii della poesia
Fino all'estreme frasi de' ghiacciai
Artesiana
Figlia tu del cipressp
Stupore della nostra sete.

XXI

Nell'ombra che spezza di netto
Lontano dal paese assetato
Un'ala ti rifrange
Cipresso
Demone folgorante del poema.


Lettere alla più amata

Ti scrivo da un'altrove nel quale non v'è altrove. La vita resta vita, morte resta la morte.
La voce non si volta, ritorna coi silenzi.
O con il peggio.

*

Tu lo sai che da sempre
Uno di noi si assenta
Per dimorare nella sua chiarezza
Nella sua lingua
Manovale o poeta
Ospiti d'una parola
Illuminata.

*
Intatto il muro
Il manovale resta legato solo a ciò che ha fatto
E che tiene.
Velato dalla morte
Che ogni presenza ci vela.

*

Scriverti? Fin dove? Fino al sonno? O fino ai girasoli?

*

Sto nelle mie parole. Fino alla scrittura. Appartengo al già detto, al sentiero. Così posso caricarmi il giorno sulle spalle e salire.
E partire.
Verso la casa della mie mani.

*

Non ho che le mie mani, e più in alto il mio nome… sogno sotto la terra.

*

Talvolta la scrittura, come un vuoto, un secchio che non dobbiamo rovesciare.

*

Tanto vale disfarsi
Di ogni parola
Che l'anima avrà
Rivolto alla morte.

*

Se lo vuoi abiteremo questo piccolo libro (doveva essere una lettera) con matite colorate e carta da disegno, con giornate di pioggia e di sole che si passano il plico da una mano all'altra, fino a farlo pervenire al rabdomante o all'idiota, a colui che tutti deridono, ma che vive, lui in un dimora inversa, dipinta e ridipinta con la calce ove la morte può entrare e uscire come vuole, con chi vuole.

*

Una vocina che conosciamo bene ci visita ogni sera. Voce di bimbo ci racconta ciò che accade laggiù, com'è la gente, che cosa vi si trova. Ci culla dolcemente, ci accompagna fino al sonno, ci chiude gli occhi.
No.
Niente di tutto questo.
Solo un'assenza inesorabile, inesauribile.
Solo una morte
E un nome:
VINCENZO.

Terra

Mi alzo
Devo cercare, continuare
Mi aggrappo alle nuvole.
Talvolta è come avessi
Perduto la parola
Parola che mi mette
Fuori di me
Ritorno sui miei passi
Ma non resta che l'ala
E l'albero
E la lepre
Soltanto una corrente
Che mi trapassa in voce. Mi volto
Per cogliere gli uccelli
Il cielo, però, non c'è più
È biancheria
Lenzuolo
Come se avessi seguito una dimora
Una ruota
Un altro secchio…

*

Villaggio di parole senza inchiostro
Villaggio puro di rovi tra i serpenti
Che si svegliano
Tra le nubi e l'impasto della calce.
L'olio
L'acqua
D'ogni parola
Non lungi dalla morte
Qui,
Pochi giorni senza uccello, senza
Il volto ritrovato di ogni uomo,
Tra platani, raccolto
Ben noto al sale, sul bordo del canale
È così
Una tavola
A tre assi dalla morte.

Trad. genseki

venerdì, ottobre 13, 2006

Khidr Elia

Incontri con Khidr



Ibn Arabi ebbe numerosi incontri con Khidr . Il primo avvenne quando era ancora studente a Siviglia. Egli aveva appena abbandonato il suo maestro Abu’l-Hasan al-Orvani con il quale aveva avuto uno scontro relativamente all’identitá di una persona cui sarebbe apparso il Profeta. A una svolta del cammino uno sconosciuto gli si avvicinó e gli disse: “Oh Mohammed! Abbi fiducia nel tuo maestro. Aveva ragione lui!” L’adolescente ritornó sui suoi passi per dire al suo maestro che aveva cambiato di idea. Appena lo vide questi lo apostrofó senza nemmeno lasciare che aprisse la bocca: “sarà necessario che ti appaia Khidr ogni volta che hai una discussione con me?”

Il secondo incontro avvenne sull’acqua, a Tunisi, nel porto, in una rovente notte di luna piena. Ibn Arabi dorme nella cabina di un battello ancorato nel porto, ma non dorme bene, una sensazione di malessere lo opprime. Esce dalla cabina, sale al ponte. L’equipaggio dorme. Per prendere aria si affaccia a un bordo ed ecco che vede avvicinarsi qualcuno che passeggia sulla superficie dell’acqua come fosse solida. Questa persona parla e discute a lungo con lui per poi scomparire in una grotta scavata in un monte a molti chilometri da Tunisi.
Il giorno dopo, uno sconosciuto lo ferma e gli domanda: “Allora, come è andata iei con Khidr?”

Ma l’incontro decisivo, il più importante avvenne nell’anno1204 a Bagdad. Dopo una breve sosta in questa città, Ibn Arabi si era diretto a Mosul attratto dall’insegnamento e dalla reputaione del maestro sufi Ali ibn Jami. Questi aveva ricevuto da Khidr in persona l’ordinazione e la trasmissione della Khirqa.

Scrive lo stesso Ibn Arabi: “Ali ibn Abdollah ibn Jami viveva in un orto di sua proprietá appena fuori Mosul. Quive Khidr lo aveva ordinato imponendogli la Khirqa in presnza di Qadib Alban. In quello stesso giardino ove Khidr lo aveva ordinato trasmettendogli il manto, egli, con la stessa cerimonia, ordinó anche me. Io ero giá stato ordinato, ma in modo indiretto, per mano di un amico Taquioddin Ibn Abdirrahman, che, a sua volta, aveva ricevuto la trasmissione da Sadroddin, Sceicco di Sceicchi in Egitto... il cui nonno la aveva ricevuta dalle mani del Khidr. Fu a partire da questo momento che cominciai a parlare dell’ordinazione del manto e a conferirla a certe persone, poi compresi la importanza che Khidr attribuiva a questo rito. Anteriormente io non parlavo di questo manto che ora è tanto conosciuto. Il manto, effettivamente, è un simbolo di fraternitá per noi, il segno che condividiamo la pratica dello stesso ethos.. Si é diffusa tra i maestri mistici il costume che, quando constatano qualche mancanza in qualcuno dei loro discepoli, lo Sceicco si identifica mentalmente con lo stato di perfezione que si propone di trasmettere. Una volta raggiunta questa identificazione, prende il manto che porta in quel momento preciso, lo toglie e ne copre il discepolo il cui stato spiritouale vuol perfezionare. Così lo Sceicco comunica al suo discepolo lo stato spirituale prodotto in se stesso, in modo che la sua stessa perfezione si realizzi nel discepolo. Tale è il rito della investitura, ben conosciuto tra di noi, e che ci è stato trasmesso dai nostri Sceicchi di maggior esperienza”.

Mariano Brull




Epitafio a la rosa

Rompo una rosa y no te encuentro
Al viento, asì, columnas deshojadas,
Palacio de las rosas enruinas.
Ahora – rosa imposible – empiezas:
Por agujas de aire entretejida
Al mar de la delicia intacta,
Donde todas las rosas
- Antes que rosa –
Belleza son sin carcel de belleza

***


Epitaffio alla Rosa

Spezzo una rosa eppure non ti trovo
Al vento, sì, colonne sfrondate,
Palazzo delle rose di rovine.
Ora cominci –tu, impossibil rosa –
Intessuta con gli aghi dello spazio
Al mare intatto di ogni delizia,
Ove tutte le rose
- Prima d’essere rose –
Bellezza son libera da bellezza.

***


La luna e il bambino giocano
Un gioco che non si vede
Si vedono senza guardarsi
Discutono con lingua muta.
Che si dicono, che tacciono,
Chi conta un, due, tre
Chi tre, due e uno?
Per tornare a cominciare?
Che restò dentro lo specchio
Luna per vedere tutto?
Allegro e solo è il bambino
La luna stende ai suoi piedi
La neve dell’albeggiare
E l’azzurro dell’aurora;
Sulle due facce del mondo
- una ascolta, l’altra vede -
Si spezza il silenzio in due
La luce si pone inversa
Senza mani van le mani
A cercare chissà che
Nel minuto di nessuno
Passa ció che mai non fu
Da solo gioca il bambino
Un gioco che non si vede.

Trad. genseki


El Nino y la luna

La luna y el nino juegan
Un juego que nadie ve
Se ven sin mirarse, hablan
Lengua de pura mudez.
Que se dicen, que se callan?
Quien cuenta una, dos y tres,
Y quien tres, y dos, y uno
Y vuelve a empezar después?
Quien se quedò en el espejo,
Luna para todo ver?
Està el nino alegre y solo:
La luna tiende a sus pies
Nieve de la madrugada,
Azul del amanecer,
En las dos caras del mundo
- la que oye y la que ve –
Se parte en dos el silencio
La luz se vuelve al revés,
Y sin manos, van las manos
A buscar quién sabe qué,
Y en el minuto de nadie
Pasa lo que nunca fue

El nino està solo y juega
Un juego que nadie ve.

Nel minuto di nessuno
Passa ciò che mai non fu

Da solo gioca il bambino
Un gioco da nessun visto

martedì, ottobre 10, 2006

Poesie di genseki

Il Cinghiale

Nel profondo del bosco dorme l’antico cinghiale. Da immemorabili abissi di passato dorme, il muschio è cresciuto tra le sue setole, le rosse lumache percorrono lentamente le sue zanne arancioni, le radici di un ceppo millenario incoronano la sua testa. Dorme e sogna. Il suo sogno è il bosco, dallo strisciare umido dei funghi, alla trasparenza lieta delle foglie novelle dei frassini. Le pietre grige, ricoperte dalle rune celestine dei licheni emergono secolo dopo secolo dal suo sogno. Sogna il cinghiale antico: cortecce e pigne, muffe e torrenti verticali di linfa, frulli di ali, penne di corvi.
Lontano dal cuore pietrificato del suo sonno, alla periferia del suo dormire il rombo del motore di un TIR suscita appena un’ impercettibile contrazione della sua palpebra scistosa.

genseki
10/07/04 21.34

Le città

Le antiche città di rame, città di colonne rosse, di vestiboli verdi, città di vasche di granito all’angolo delle piazze. Città roventi, dai vicoli umidi, su cui si affacciano casette dai tetti di paglia. Città di vasellame in terracotta e di tappeti profumati di polvere e sudore. Città di grida, di grida nasali, di grida stridule, di richiami, di fischi di tamburi dalle pelli ben tese, di tamburelli dai campanellini di stagno bianco. Città di danzatori nudi, dalla pelle decorata di cerchi rossi che scuotono i capelli a frustare le schiene e le braccia levate.
Città di torsoli e di cani scheletrici.
Città lontane dai neri boschi di abeti, dai boschi profumati di cedri d’argento. Città salmodiate accanto ai fuochi, città assediate dagli spiriti affamati dei venti caldi e secchi.
Città di pelli conciate, di otri freschi e stillanti, di rugiada sugli orti circondati di muri a secco.
Città di guglie cristalline, sottili come aghi, intraviste nei riflessi degli spruzzi di una cascata di montagna.
Città dai tetti aguzzi, dai tetti di legno nero, dalle facciate decorate di enigmi, città affacciate sui golfi d’acqua gelida e nera, sferzata dal vento che porta neve tagliente.
Città nella rete di rotaie, al centro delle ragnatele di binari che suddividono in spicchi la piatta steppa gelata.
Città trovate nei libri, città di parole su pagine ingiallite, vive soltanto nella memoria di un vecchio dagli occhi acquosi, dalle palpebre rosse, dalle dita macchiate di nicotina.
Città senza nome e pur conosciute per nome nell’infinita geografia dell’intelletto agente.


10/07/04 22.22





Lebbra

La città degli angeli lebbrosi si sfarina in polvere secca quando la sfiorano le ali di una farfalla decrepita.

10/07/04 22.25

Latino

Città i cui abitanti conversano in un latino umido e luminoso soto pergolati di vite dagli acini azzurri.

Dio

Vi sono città perdute negli abissi, nelle cascate vertiginose del tempo; città che solo Dio conosce, prima che siano o che non siano. Perché la conoscenza di Dio precede gli oggetti, quelli possibili come quelli impossibili.

Spilli

Le città impossibli a forma di spirali stanno in equilibrio sulla punta di spillo delle parole mai dette.

10/07/04 22.38

Rosa

Ci sono intere città nel cuore di una rosa. Quando essa si schiude suonano a distesa tutte le campane dei loro campanili. Il polline dei rintocchi feconda tutto il roseto.

10/07/04 22.44

***

venerdì, ottobre 06, 2006

Dogen












Il Drago Nero



Una parola, settenari o endecasillabi,
Per cogliere la veritá, la forma dell’universo -
Versi e parole mentono
Nella notte profonda
Sull’oceano infinito
Chiara luna risplende
Il monile del Drago
- Che è quello che cercate –
Ad Oriente si trova
Si trova ad Occidente
Eppure è in ogni parte.

Dogen

lunedì, ottobre 02, 2006

Súbita Morte


Si racconta in queste campagne che: - Nell’arsura mortifera della siccità i vecchi mandorli dal cuore nero come il loro tronco si coprono improvvisamente di cascate di fiori, fioriscono illimitatamente e, piegati dal peso immane dei frutti che tanti fiori han generato, subitamente seccano e restano così, scheletri neri sulla terra bianca, rune dimenticate su pagine d’arena.


Come i mandorli nell’arsura della siccità
Come i mandorli
Fioriscono in fresche nuvole di petali
Fioriamo in sguardi
In pensieri
In respiro
Anche noi
Dal tronco nero
Della nostra vita
Traendo
L’ultima fioritura
Magnifica
Corona fragrante
Di súbita morte.

*

Come un lampo
Intrecciato di mille fiori
Ci schiudiamo in bagliori
Sui rami neri
Del nostro sangue.

*

Fiorire
Solo è possibile
Con le ultime forze
Le estreme
Le riarse
L e prosciugate
Dal rigore
Impetuoso
Nel negarsi.

19/09/2006 19:56
genseki

Il Velo, Il Simbolo, la Poesia





















Ibn Arabi

La poesia è limitata ed è, per eccellenza, l'ambito del simbolo e dell'enigma. Nella stessa chiarezza dell'evidenza stanno il simbolo e l'enigma delle cose.

*

Nell'evidenza e nell'intuizione Mi nascondo da coloro che si accontentano dei veli.

*

La luce è un velo e anche l'oscurità è un velo. Nella linea fra entrambe troverai ciò che è di maggior profitto.

*

Dio mi disse: "Il silenzio è la tua realtà essenziale ... il silenzio non è altro che te stesso, anche se non si riferisce a te.
...
Con la parola ti ho creato e il verbo è la realtà essenziale del tuo silenzio, di modo che, anche se parli, taci.

*

L'alif rimane in silenzio mentre lettere parlano. L'alif rticola le lettere, però le lettere non articolano l'alif. Le lettere si combinano e si compongono a partire dall'alif e l'alif le accompagna sempre in modo non percepito.

A cura di genseki

venerdì, settembre 29, 2006

L'oscurità della luce


Dio mi disse:

- Hai visto come è oscura l'intensità di questa luce? Tira fuori la tua mano e non la vedrai! -
Tirai fuori la mano ed effettivamente npn la vedevo.
- Questa é la Luce, nella quale nessuno, tranne Me puó vedersi. Ho creato dalla Luce tutto l'esistente, tranne te che ho tratto dall'oscurità.

Ibn Arabi

a Cura di genseki

giovedì, settembre 28, 2006

Balkh





A cavallo delle nostre anime stremate
Un giorno viaggeremo verso Balkh
Tra le guglie rosse dei picchi di rame
Come isole nei laghi di agrumeti
All’orizzonte le sfere taglienti delle palme
Offriranno illusioni di riposo
Alle pupille inaridite

Ma noi le sproneremo, le nostre anime cammelle
Le nostre anime destrieri pezzati
Le nostre anime affamate
Taglienti come il volo scheletrico
Dei gabbiani
Con più rabbia, ancora,
Verso Balkh.

Berremo dai torrenti salati
Berranno la pelle di veluto delle correnti

Avvolti nel mantelli di sabbia bianca
Come gli occhi di un mendicante cieco
Seguiremo
- Quasi senza soste –
Smarriti e febbrili
La strada per Balkh

Come uccelli migratori
Dalle costole cave
Dal cuore a forma di mandorla
Beccando nel ricordo
Gli ultimi chicchi d’uva viola
Abbacinate da versetti marini
Voleranno verso Balkh
Le nostre anime.

Verso Balkh,
La madre delle cittá
Ove negli occhi dell’immenso
Buddha d’oro
Oscillano in una danza impercettibile
Le colonne di luce nera dei Profeti
Intrecciate ai riflessi dei nomi
Dei dodici Iman
Nelle calligrafie verticali
Delle ascese.

Nel tempio di fuoco
Dalle mura di fuoco
Dalle torri di fuoco
Nel giardino verdeggiante
Delle rose della prima rugiada
Pronunceremo, infine, il nome di Diotima.
A un soffio dalle sue labbra velate.

A Balkh
Saremo prossimi a noi stessi
Saremo il polso delle nostre vene
L’assenso che precede la domanda
Nel sole che rifulge verso Tabriz.

genseki

martedì, settembre 26, 2006

In una mano regge una candela





In una mano regge una candela
Un’ampolla nell’altra d’olio colma
Con l’altra ancora pietosa mi disseta
Volge la la testa e mi balena il sole
Il sole ulivo dai raggi cangianti
Di chiaro in chiaro fremente di rami
E sboccia il lume in iride di petali
Lanciati nel candore verticale
Ma l’Angelo distende il suo mantello
E discende la notte sopra il prato
Notte dolente tenebra odorosa
Del canto breve che l’anima esala.

genseki

giovedì 12 aprile 2001

lunedì, settembre 25, 2006

Fatima di Cordova



Una Dama di Siviglia

I primi maestri spirituali di Ibn Arabi furono donne, dapprima sua madre e poi sua moglie, in se
guito altre due figure rivestirono un ruolo decisivo nella sua abbagliante formazione: Yasmina di Marchena e Fatima di Cordova.
Quest'ultima fu per lui una guida essenziale nel cammino dell'Unione.

"Nonostante avesse piú di novant'anni", dice Ibn Arabi, "aveva un bel volto, i lineamenti regolari e le guance rosee di un'adolescente, di una quattordicenne".

Egli la ritrae come un'asceta rigorosa e come una mistica esemplare dotata di carismi innumerevoli, capace di fenomeni telepatici e di evocazioni misteriose e potenti dal mondo intelleggibile. Ella poteva giungere ad incarnare la Fatiha stessa.

"Servii come discepolo ad un gran adoratore di Allah, uno gnostico, una Dama di Siviglia chiamata Fatima bint ibn al-Muthanna, la servii durante vari anni. Aveva piú di novantacinque anni, suonava il tamburo e si compiaceva nel suo ritmo".

Con frequenza diceva: - Sono la tua madre spirituale e la luce della tua madre corporea -. Un giorno mia madre venne a vederla ed ella le disse: - O Luce, questo è mio figlio ed è anche tuo padre. Consideralo come tuo padre e non come tuo figlio, obbediscigli e non separarti da lui -"

Fatima è un lampo e un enigma nelle pagine della Storia e del pensiero, sorella di Diotima, o discepola sua nella catena misteriosa del tempo della trasmissione.

genseki

venerdì, settembre 22, 2006

Isabelle Eberhardt (1877-1904)




Svizzera di origine russa, si convertì all'Islam in Algeria, nella forma austera del Wahabbi.

« Etre sain de corps, pur de toute souillure, après de grands bains d'eau fraîche, être simple et croire, n'avoir jamais douté, n'avoir jamais à lutter contre soi-même, attendre sans crainte et sans impatience l'heure inévitable de l'éternité… » !

"Essere sana di corpo, pura da ogni macchia, dipo grandi bagni d'acqua fresca, essere semplice e creder, non aver mai dubitato, non dover mai lottare contro se stessi, attendere senza paura e senza impazienza l'ora inevitabile dell'eternitá".

Ebbe contatti con la confraternita sufi Qadiriyya, che svolgeva anche una attività anticoloniale e di assistenza ai poveri e ai perseguitati.

"Io mi sento tanto piú profondamente musulmana in quanto sono stata profondamente anarchica"

Una delle sue opere più belle e profonde si intitola: "Nella calda ombra dell'Islam".

Isabelle Eberhardtt amò profondamente una terra e una sapienza che non erano la propria, trovó la pace nell'abbandono di sé.

La sua conversione testimonia, per chi non vuole testardamente dimenticare che l'Islam non si propaga con la violenza.

genseki

giovedì, settembre 21, 2006

Yasmina

Di
Isabelle Eberhardt
1902


***
*


Ella era cresciuta in un luogo funereo dove, nel cuore della desolazione circostante, fluttuava l’anima misteriosa di aboliti milllenni.

Laggiù aveva trascorso la sua infazia, tra le grigie rovine, tra le macerie e la polvere d’un passato di cui ignorava ogni cosa.

La cupa grandezza di quei luoghi pesava su di lei come un carico troppo gravoso di fatalismo e di sogno. Così strana, così malinconica, tra tutte le fanciulle della sua razza: questa era Yasmina la Beduina.

I gourbis del suo villaggio si elevavano accanto alle rovine romane di Timgad nel mezzo d’un’immensa pianura polverosa, cosparsa di pietre senza età, anonime, macerie disseminate nei campi di cardi spinosi dall’aspetto malvagio, la sola vegetazione che potesse resistere al caldo torrido delle estati roventi. Erano di tutte le dimensioni, di tutti i colori quei cardi: ve n’erano di enormi dai grandi fiori azzuri, setosi tra le spine lunghe e acute, di più piccoli, stelline d’oro e tutti strisciavano coperti di fiorellini d’un colore rosa pallido. Qua e là uno stento cespuglio di giuggiolo o un lentisco reso rosso dal sole

Un arco di trionfo, ancora in piedi, si apriva in una curva ardita sull’orizzonte ardente. E colonne giganti, alcune coronate dai loro capitelli, altre spezzate, una legione di colonne dritte contro il cielo in una rivolta rabbiosa e inutile contro l’ineluttabilità della morte.

Un anfiteatro dai gradini recentemente liberati, un foro silenzioso, strade deserte, lo scheletro di una grande città defunta, tutta la trionfale gloria dei Cesari vinta dal tempo e riassorbita dalle viscere gelose di questa terra africana che lentamente ma inesorabilmente divora tutte le civiltà straniere o ostili alla sua anima…

All’alba quando lontano il Djebel Aurès s’iridava di luci trasparenti, Yasmina usciva dal suo umile gourbi e se ne andava lentamente attraverso la pianura spingendo davanti a sé il suo magro gregge di caprette nere e di pecore grigiastre.

Di solito ella li conduceva nella gola tormentata e selvaggia di un oued abbastanza lontano dal douar.


Là erano soliti raccogliersi i pastorelli della tribù. Yasmina, però, restava in disparte e non prendeva parte ai giochi degli altri bambini.

Passava tutte le sue giornate nel silenzio minaccioso della pianura senza preoccupazioni, senza pensieri, immersa in vaghi sogni, indefinibili, intraducibili in qualunque lingua umana.

Talvolta per distrarsi raccoglieva, sul fondo secco dell’oued qualche strano fiorellino risparmiato dal sole e cantava delle nenie in arabo.

Il padre di Yasmina, El Hadj Salem era già vecchio e curvo. Sua madre Habiba, a trentacinque anni soltanto non era ormai più che una vecchia mummia senza età, dedita ai duri lavori del gourbi e del campicello d’orzo.

Yasmina aveva due fratelli più grandi, entrambi arruolati negli Spahis. Li avevano mandati entrambi lontanissimo nel deserto. Sua sorella maggiore, Fathma, era sposata e abitava il douar principale di Ouled-Meriem. Al gourbi restavano soltanto i bimbi più piccoli e Yasmina, la maggiore, che aveva quattordici anni.

Così dall’aurora radiosa al malinconico crepuscolo, solo alloraYasmina rientrava con il suo gregge risalendo verso Timga illuminata dagli ultimi raggi del sole declinante. La pianura anch’esssa risplendeva in uno spolverio rossato dalle sfumature infinitamente delicate. E Yasmina se ne tornava cantando un lamento sahariano appreso da suo fratello Slimène che era ritornato per il congedo l’anno precedente e che lei amava molto.

Ragazza di Costantina
Che sei venuta a fare
Tu non sei del mio paese
Tu non sei fatta per vivere
Tra le dune abbaglianti
Ragazza di Costantina
Sei venuta e mi hai preso il cuore
E lo riporterai nel tuo paese
Hai giurato di ristornare, sul Nome dell’Altissimo
Ma quando ritornerai a El Oued,
Non mi ritroverai
Nella DIMORA DEI FIORI
Tu cercami allora in quella DELL’ETERNITA’

Lentamente la canzone lamentosa prendeva il volo nello spazio illimitato, lentamente il sole maestoso si spegneva sulla pianura.

Era tranquilla la piccola anima solitaria e ingenua di Yasmina, calma e dolce come quei laghetti puri che le piogge formano per un istante nelle effimere praterie africane, in cui nulla si riflette salvo l’azzurro infinito di un cielo senza nuvole.

Quando Yasmina rientò sua madre le annunciò che l’avrebbe sposata a Mohammed Elaour mercante di caffè a Batna.

Dapprima Yasmina pianse perché Mohammed era orbo e bruttissimo e perché era così rapido e imprevisto, quel matrimonio.

Poi si calmò e sorrise, perché era scritto. I giorni passarono; Yasmina non andava più al pascolo. Ella cuciva con le sue manine goffe il suo umile corredo di fidanzata nomade.

Nessuna delle donne del douar pensò a domandarle se fosse contenta di quel matrimonio. La davano a Elaour come l’avrebbero data a qualunque altro musulmano. Era nell’ordine delle cose, non c’era nessuna ragione di essere oltremodo contenta ma nemmeno di essere desolata.

Yasmina sapeva anche che la sua sorte sarebbe stata un poco migliore di quella delle altre donne della sua tribù perché avrebbe abitato in città e che avrebbe dovuto soltanto, come le Moresche, occuparsi della casa e allevare i bambini.

Solo i bambini qualche volta la prendevano in giro gridandogli: “Marte-el aour – la moglie dell’orbo!” Così evitava di andare a prendere l’acqua all’oued con le altre donne quando calava la sera. C’era una fontana nel cortile del bordj degli scavi, ma il guardiano roumi, impiegato delle belle arti non permetteva alla gente della tribù di attinngervi l’acqua pura e fresca e così erano ridotti a servirsi dell’acqua salmastra dell’oued dove passavano mattima e sera le greggi. Da qui l’aspetto malaticcio dellea gente della tribù continuamente colpita da febbri maligne.

Un giorno Elaour venne a dire al padre di Yasmina che prima dell’autunno non avrebbe potuto fare fronte alle spese delle nozze e pagare la dote della ragazza.

Yasmina aveva terminato il suo corredo e il fratellino Ahmed che l’aveva sostituita al pascolo, si era ammalato, ella riprese allora la sua attività di pastorella e le sue lunghe corse attraverso la pianura.

Continuva a seguire i suoi sogni di vergine primitiva che l’approssimarsi del matrimonio non aveva in nulla modificati.

Non sperava nulla e nulla nemmeno desiderava, per questo era felice.

C’era allora a Batna un giovane tenente distaccato dal Bureau Arabe, appena sbarcato dalla Francia. Aveva chiesto di venire in Algeria, perché la vita di caserma che aveva condotto per due anni dopo aver lasciato Saint-Cyr, l’aveva profondamente disgustato. Aveva un’anima di sognatore e di avventuriero.

A Batna, bene presto, era diventato cacciatore, per il bisogno di perdersi in quell’aspra campagna algerina che fin dall’inizio l’aveva particolarmente affascinato.

Tutte le domeniche, da solo, partiva all’alba, seguendo a caso le strade accidentate della pianura e talvolta gl’irti sentieri dei monti.

Un giorno, sfinito dal calore del mezzogiorno, spinse il suo cavallo nel burrone selvaggio ove Yasmina teneva il suo gregge.
Seduta su di una pietra, all’ombra di una roccia rossastra dove crescevano ginepri profumati, Yasmina giocherellava distrattamente con dei ramoscelli verdi e cantava un lamento beduino in cui, come nella vita, l’amore e la morte procedono fianco a fianco.

L’ufficiale era stanco e la selvaggia poesia del luogo gli piacque.

Quando ebbe trovato una sriscia d’ombra sufficiente a proteggere il suo cavallo, avanzò verso Yasmina, e, non sapendo che cosa fare, senza conoscere una sola parola di arabo, gli disse in francese:

- C’è dell’acqua qui intorno?

Senza rispondere, Yasmina si alzò per andarsene, inquieta, quasi selvatica.

- Perché hai paura di me? Non voglio farti del male, disse, già divertito da questo incontro.

Ella però fuggiva il nemico della sua raza vinta e se ne andò.

L’ufficiale la seguì a lungo con gli occhi.

Yasmina gli era apparsa, snella e sottile sotto i suoi stracci azzurri, il viso abbrozzato d’un puro ovale, in cui i grandi occhi neri della razza berbera scintillavano misteriosamente, con la loro espressione cupa e triste e si opponevano stranamente al contorno sensuale e contemporaneamente infantile delle labbra sanguigne e un po’ spesse. Appesi al lobo dell’orecchia graziosa due anelli di ferro inquadravano il suo volto affascinante. Proprio in mezzo alla fronte la traccia azzurra della croce berbera, simbolo sconosciuto, inspiegabile presso queste popolazioni autoctone che mai non furono cristiane e che l’islam colse ancora completamente selvagge e feticiste, con la sua grande fioritura di fede e di speranza.
Sulla sua testa dai pesanti capelli lanosi, nerissimi, Yasmina portava soltanto un fazzoletto arrotolato in forma di turbante piatto e svasato.

Tutto in lei portava il marchio d’un fascino quasi mistico di cui il tenente Jacques non sapeva spiegarsi la natura.

A lungo se ne restò là, seduto sulla pietra che Yasmina aveva lasciato. Pensava alla beduina e a tutta la sua razza.

L’Africa dove era giunto volontariamente gli appairva ancora come un mondo quasi chimerico, profondamente sconosciuto, e il popolo arabo, in tutte le manifestazioni esteriori del suo carattere, lo immergeva in uno stupore costante. Egli non frequentava quasi per nulla i commilitoni del Circolo, non aveva ancora imparato a ripetere i luoghi comuni correnti in Algeria e nettamente ostili, a priori, a tutto ciò che è arabo e musulmano.
Egli risentiva ancora dell’immenso incanto, dell’ebrezza dell’arrivo, e vi si abbandonava con voluttà.

Jacques discendeva da una nobile famiglia delle Ardenne, educato nell’austerità di un collegio religioso di provincia, aveva conservato, attraverso gli anni di Saint-Cyr, un’anima da montanaro, ancora relativamente chiusa a quello spirito moderno di scettico scherno partigiano, che mena rapidamente a tutte le decrepitudini morali.

Tuttavia, intelligente e poco espansivo, era già portato a analizzare le proprie sensazioni, a classificare in qualche modo i propri pensieri.

Così, la domenica successiva, quando si accorse di star riprendendo il cammino di Timgad, egli ebbe nettissima la sensazione di andarvi per rivedere la piccola Beduina.

Ancora molto puro e nobile non cercava per niente di barare con la sua coscienza. Ammetteva senza difficoltà di non aver saputo resistere alla voglia di comprare delle caramelle con l’intenzione di far conoscenza con quella ragazzian la cui strana grazia lo afferrava in modo così invincibile e a cui non aveva mai smesso di pensare per tutta la settimana.

E ora, partito all’alba per la bella strada di Lambèse, incitava il cavallo, preso da un’impazienza che stupiva lui stesso. Era il vuoto del suo cuore emerso appena dal limbo incantato dell’adolescenza, la sua vita solitaria lontano dal apese natale, i suoi pensieri quasi virginali, che i vizi di Parigi non avevano potuto macchiare, era questo vuoto profondo che lo spingeva verso ciò che di sconosciuto e emozionante egli cominciava a scorgere oltre questo abbozzo di un’avventura beduina.

Alla fine si inoltrò nella gola stretta e profonda dell’oued secco.

Qua e là, sul grigio della sterapglia spiccava la macchia nera di un gregge di caprette o quella bianca di uno di pecore

E Jacques cercò subito con una certa ansia quello di Yasmina.

- Come si chiamerà? Quanti anni ha? Mi vorrà parlare, questa volta, o, invece, scapperà come la volta scorsa?

Jacques si faceva tutte queste domande con un’inquietudine crescente. D’altra parte come avrebbe potuto parlarle, dal momento che, di sicuro ella non comprendeva una sola parola di francese ed egli non conosceva nemmeno il sabir?

Infine, nella parte più deserta dell’oued, scoprì Yasmina, sdraiata sul ventre tra i suoi agnelli, la testa appoggiata alle mani.

Non appena lo scorse ella si alzò, nuovamente ostile.

Abituata all’ostilità e al disprezzo degli impiegati e degli operai delle rovine ella odiava tutto ciò che era cristiano.

Jacques, però, sorrideva, non dava l’impressione di volerle fare del male. E poi ella vedeva bene quanto giovane e bello egli fosse sotto la sua divisa semplice di tela bianca.

Ella aveva accanto a sé una piccola guerba sospesa a tre paletti che formavano un fascio.

A segni Jacques le chiese da bere. Senza rispondere ella gli mostrò con il dito la guerba.

Egli bevve. Poi le porse una manciata di caramelle rosa. Timidamannte, senza ancora osar d’allungare la mano, ella disse in arabo, con un mezzo sorriso e alzando per la prima volta gli occhi verso quelli del roumi:

- Ouch-noua? Che cosa sono?
- Sono buone, disse lui ridendo della sua ignoranza, ma contento di aver infine rotto il ghiaccio.

Ella morsicò un caramella, poi, improvvissamente con un accento un po’ rude disse:

- Grazie!

- No, no, prendili tutti!

- Grazie, grazie! Signore, grazie!
- Come ti chiami?

Ella restò a lungo senza capire. Poi, siccome egli si era messo a citare tutti i nomi arabi di donna che conosceva, sorrise e rispose: “Smina” (Yasmina).

Allora lui volle farla sedere accanto a sé per continuare la conversazione, Ma colta da una paura improvvisa, ella se ne fuggì.

Ogni settimana, all’avvicinarsi della domenica, Jacques si accusava di comportarsi male, si diceva che il suo dovere era di lasciare in pace quella creatura innocente da cui tutto lo separava e che avrebbe soltanto potuto fare soffrire. Ma non era più libero di andare a Timgad piuttosto che di restare a Batna, e partiva.

Ben presto, Yasmina non ebbe più paura di Jacques. Ella veniva spontaneamente, ogni volta, a sedersi accanto all’ufficiale e cercava di spiegargli qualcosa il cui senso per lo più gli sfuggiva malgrado tutti gli sforzi della ragazzina. Allora, vedendo ch’egli non riusciva a comprenderla ella scoppiava a ridere. Questo riso di gola le faceva rovesciare la testa, scopriva i denti bianchi come il latte e trasmetteva a Jacques una sensazione di desiderio un presentimento di piacere inebriante.

In città, Jacques si dedicava con accanimento allo studio dell’arabo algerino, Il suo ardore faceva sorridere i commilitoni che, non senza ironia dicevano: “Deve averci una tipa lassù”.

Jacques amava già Yasmina, follemente, con quell’incontenibile intensità propria del primo amore in un uomo molto sensuale e sognatore in cui l’amore della carne si spiritualizza prendendo la forma di una vera tenerezza.

Tuttavia ciò che Jacques amava in Yasmina era la propria assoluta ignoranza dell’anima della Beduina, per lui era un essere di pura immaginazione, uscito dalla sua fantasia e sicuramente molto dissimile dalla realtà.

Sorridente, ma con un’ombra malinconia nello sguardo, Yasmina ascoltava Jacques, cantarle, ancora goffamente, tutta la passione ch’egli non cercava nemmeno di trattenere.

- E’ impossibile, ella diceva con nella voce una tristezza che andava già facendosi dolente. Tu sei un roumi, un kéfer, e io, io sono musulmana. Lo sai, da noi è haram che una musulmana prenda un cristiano o un ebreo; però tu sei bello, sei buono. Ti amo.

Un giorno, molto ingenuamente ella gli prese il braccio e gli disse con uno sguardo dolce e lungo: “Diventa musulmano. E’ facile! Alza la mano destra, così, ripeti con me: “La illaha illa Allah, Mahammed rashul Allah”: “Non c’è altro Dio che Dio e Maometto è il suo profeta”.

Lentamente, come per gioco, per farle piacere, ripeté queste parole solenni e armoniose, che, pronunciate sinceramente bastano a legare irrevocabilmente all’Islam.
Ma Yasmina non sapeva che certe cose si possono dire anche senza credervi, ella pensava che la sola enunciazione della professione di fede musulmana da parte del suo roumi ne avrebbe fatto un credente. E Jacques ignorando le idee fruste e primitive che il popolo illetterato si fa dell’Islam, non si rendeva conto della portata di ciò che aveva fatto.

Quel giorno, al momento della separazione, spontaneamente, con un sorriso di felicità, Yasmina gli diede un bacio, il primo… Per Jacques fu un’ebrezza senza nome, infinita.

Oramai, non appena era libero, anche solo per qualche ora, partiva al galoppo per Timgad.

Per Yasmina, Jacques non era più un roumi, un Kéfer… Egli aveva attestato l’unità assoluta di Dio e la missione del suo Profeta. Un giorno, semplicemente, con tutta la focosa passione della sua razza ella si diede a lui.

Fu un istante d’inesprimibile annientamento, poi come al risveglio, l’anima loro fu illuminata illuminata da una luce novella, quasi fossero emersi solo allora dalle tenebre.

Ormai Jacques poteva dire a Yasmina quasi tutte quelle cose dolci o commoventi che riempivano la sua anima, tanto rapidi erano stati i suoi progressi nello studio della lingua araba. Talvolta la pregava di cantare. Allora, sdraiato accanto a Yasmina, posava la testa sulle sue ginocchia, e, gli occhi chiusi, si abbandonava a un sogno impreciso, dolcissimo.

Da qualche tempo, un’idea singolare veniva ad ossessionarlo, e sebbene sapesse che era infantile, e del tutto irealizzabile si abbandonava ad essa trovandovi uno strano piacere… Abbandonare tutto, per sempre, rinunciare alla propria famiglia, alla Francia e restare per sempre in Africa con Yasmina. Anzi dare le dimissioni ed andarsene, sempre con lei, in burnous e turbante per condurre unì’esistenza pigra e lenta in qualche ksar del Sud. Quando Jacques era lontano da Yasmina, recuperava tutta la propria lucidità e sorrideva di questi maliconici infantilismi. Allorché però si ritrovava accanto a lei, si abbandonava a una sorta di assopimento intellettuale di una dolcezza indicibile. La prendeva tra le braccia e, tuffando il suo sguardo nell’ombra di quello di le, le ripeteva questa tenerissima parola araba:

- Aziza! Aziza! Aziza!

Yasmina non si domandava mai quale sarebbe stato l’esito de suo amore per Jacques. Sapeva che molte delle ragazze della sua razza avevano amanti, che si nascondevano con cura dai genitori ma che in generale tutto finiva con un matrimonio.

Ella viveva. Era felice, così, semplicemente, senza riflettere e senza altro desiderio che quello di vedere la sua felicità durare eternamente.
Quanto a Jacques, egli vedeva molto chiaramente che il loro amore poteva continuare soltanto in questo modo, indefinitamente, egli, infatti, si rendeva conto dell’impossibilità di un matrimonio tra lui che aveva una famiglia, lassù al paese, e questa piccola Beduina che non era nemmeno pensabile di portare in un altro ambiente, su di un suolo lontano e straniero.

Ella gli aveva ben detto che dovevano sposarla a un cahouadji di città, verso la fine dell’autunno.

Ma era così lontana, la fine dell’autunno… E anche lui, Jacques si lasciava andare alla felicità del momento.

- Quando vorranno darmi all’orbo, tu mi prenderai e mi nasconderai in qualche posto sulla montagna, lontano dalla città, perché non mi possano mai ritrovare. Mi piacerebbe vivere in montagna, ci sono alberi grandi più vecchi del più vecchio degli anziani, e acque fresche e pure che scorrono all’ombra, e uccelli dalle piume rosse e verdi e gialle e cantano…

“Come vorrei ascoltarli e dormire all’ombra e bere l’acqua fresca… mi nasconderai in montagna e verrai a trovarmi ogni giorno… imparerò a cantare il canto degli uccelli e lo canterò per te. Insegnerò loro a dire il tuo nome perché me lo ripetano quando sarai assente”.

Così gli parlava Yasmina, talvolta, con il suo strano sguardo serio e ardente.

- Ma, diceva, gli uccelli del Djebel Touggour sono musulmani… Non vorranno cantare il tuo nome cristiano, solo un nome musulmano canteranno e sono io che devo dartelo, sono io che devo insegnarlo anche a loro… Ti chiamerai Mabrouk, ci porterà fortuna.

… Per Jacques la lingua araba era diventata una musica soave, era la lingua di lei, e tutto quello che veniva da lei lo inebriava. Jacques non pensava più, viveva.

Era felice.

Un giorno Jaques apprese che era stato designato a un posto nel Sud oranese.

Lesse e rilesse l’ordine implacabile, che per lui significava una cosa soltanto, partire, lasciare Yasmina, lasciare che si sposi con un bottegaio orbo, non rivederla mai più.

Per giorni e giorni, disperatamente, cercò un modo per non partire, di farsi sostituire da un compagno… ma invano.

Fino al’ultimo momento, fin quando aveva potuto conservare una debolissima luce di speranza, egli aveva nascosto a Yasmina la sventura che stava per colpirli.

Nelle lunghe noti di insonnia e di febbre era giunto a prendere decisione estreme: ora era pronto allo scandalo supremo del rapimento e del matrimonio, ora a dare le dimissioni a lasciare tutto per la sua Yasmina, a diventare per davvero quel Mabrouk in cui ella sognava di trasformarlo. Ma un pensiero giungeva sempre che lo tratteneva; aveva un vecchio padre e una madre dai capelli bianchi, lassù nelle Ardenne ed essi sarebbero morti di angoscia se il loro figliolo, “il bel tenente Jacques”, come lo chiamavano al paese avesse davvero fatto tutte quelle cose che passavano per il suo cervello infiammato nelle lente ore di quelle brutte notti.

Yasmina aveva notato, naturalmente, la tristezza e l’inquietudine crescenti del suo Mabrouk e siccome lui non osava ancora confessarle la verità, le diceva che sua vecchia madre era molto malata, lassù, fil Fransa…

Yasmina cercava di consolarlo, di inculcargli il proprio tranquillo fatalismo.

- Mektoub, gli diceva. Siamo tutti in mano a Dio, morremo tutti, ritorneremo a Lui… Non piangere Ya Mabrouk, è scritto.

“Si, rifletteva lui con amarezza, tutti dobbiamo morire, un giorno o l’altro, separarci da tutto quello che ci è caro… Perché allora la sorte, quel Mektoub di cui lei mi parla, ci separa proprio adesso, adesso che siamo ancora in vita tutti e due?”

Alla fine, pochi giorni prima di quello stabilito irrevocabilmente per la sua partenza, Jacques partì per Timgad… Pieno di paura, di angoscia andava a dire la verità a Yasmina. Non voleva dirle, però, che la loro separazione aveva da essere, forse, anzi certamente eterna…

Le parlò soltanto di una missione che avrebbe dovuto durare tre o quattro mesi.

Jacques si aspettava uno scoppio straziante di disperazione.

In piedi davanti a lui ella non si scompose. Continuò a guardarlo diritto in faccia come se avesse voluto leggere nei suoi pensieri più nascosti. Questo sguardo pesante, che non poteva decifrare, lo turbò enermemente. O mio Dio, allora ella credeva che fosse lui che voleva abbandonarla?
Come spiegarle la verità. Come farle comprendere che non era padrone del proprio destino? Per lei un ufficiale francese era quasi onnipotente, completamente libero di far quello che voleva.

… E Yasmina continuava a guardare Jacques diritto in faccia, gli occhi nei suoi occhi. Restava in silenzio…

Non seppe sostenere più a lungo quello sguardo che pareva condannarlo.

La prese tra le braccia:

- O Aziza! Aziza! Disse. Tu ti arrabbi contro di me! Non capisci che il mio cuore si spezza, che io non me ne andrei mai, se solo potessi restare!

Ella agrottò le sottili sopracciglia nere.

- Menti! Disse. Tu menti! Tu non ami più Yasmina, la tua amante, la tua donna, la tua serva , quella cui hai preso la verginità. Sei tu che vuoi andartene! E poi menti ancora quando mi dici che tornerai presto… No, tu non tornerai, non tornerai mai più, mai più, mai più!

Questa parola ripetuta con ostinazione risuonò alle orecchie di Jacques come il rintocco funebre della sua giovinezza.

Abadane! Abadane! Nel suono stesso di questa parola v’era qualche cosa di definitivo, d’inesorabile e di fatale.

- Si, te ne vai… Vai a sposare la tua roumia, lassù in Francia…

Una fiamma cupa si accese nei grandi occhi rossi della nomade. Ella si era liberata quasi bruscamente dall’abbraccio di Jacques, sputò per tera, con sdegno, con un movimento selvaggio di indignazione.

- Cani e figli di cani, voi tutti roumis!

- O Yasmina, quanto sei ingiusta con me! Ti giuro che ho implorato tutti i miei compagni, uno dopo l’altro di partire al posto mio… non hanno voluto.

- Ecco lo vedi anche tu, quando un ufficiale non vuole partire, non parte!

- Ma i miei compagni sono io che li ho pregati di partire al mio posto e loro non dipendono da me, io invece dipendo dal generale, dal ministro della guerra…

Ma Yasmina incredula restava ostile e chiusa.
E Jacques rimpiangeva che lo scoppio di disperazione che aveva tanto paventato nel viaggio non si fosse davvero verificato.

Restarono a lungo così, silenziosi, un abisso ormai li separava, tutte quelle cose europee che dominavano tirannicamente la sua vita e che lei, Yasmina, non avrebbe mai potuto comprendere…

Infine con il cuore gonfio d’amarezza Jacques pianse, la testa abbandonata sulle ginocchia di Yasmina.

Quando lo vide piangere così disperatamente, ella comprese la sua sincerità… Strinse il capo tanto amato contro il suo, piangendo anch’ella, infine.

- Mabrouk, O tu, pupilla deglli occhi miei! Tu, luce mia! O macchiolina del mio cuore! Non piangere mio Signore! Non andartene, Ya Sidi. Se tu vuoi partire, mi sdraierò sul tuo cammino e morirò. Passerai sul cadavere di Yasmina. Ma se devi partire, assolutamente partire, ebbene, portami via con te. Sarò la tua schiava, Mi prenderò cura della tua casa e del tuo cavallo… Quando sarai malato, ti guarirò con il sangue delle mie vene… No, morirò per te. Ya Mabrouk! Ya Sidi! portami via con te…

Siccome egli restava in silenzio, spezzato dall’impossibilità di quello che lei chiedeva, ella riprese:

- Allora vieni, vestiti da arabo. Scappiamo insieme sulle montagne, no, più lontano ancora, nel deserto, nel paese dei Chaamba e dei Tuareg. Ti farai musulmano, la Francia, la dimenticherai…

- Non posso… Non chiedermi l’impossibile. Ho i miei vecchi genitori lassù, in Francia, ne morirebbero… Dio solo sa come vorrei tenerti accanto a me per sempre.

Sentiva le calde labbra di Yasmina accarezzargli dolcemente le mani mentre le loro lacrime scorrevano confondendosi… Questo contatto risvegliò in lui altri pensieri, ebbero ancora un istante di gioia così profonda come non ne avevano mai goduto di simile nemmeno nei giorni della loro tranquilla felicità.

- Come possiamo lasciarci! Balbettava Yasmina mentre le sue lacrime continuavano a scorrere.

Ancra due volte Jacques ritornò e ancora essi conobbero l’indicibile estasi che pareva stringerli l’uno con l’altra per sempre, indissolubilmente.

Poi suonò l’ora solenne degli addii… che l’uno sapeva e l’altra presentiva eterni…

Tutta la loro anima l’infusero nell’ultimo bacio…


Trad. genseki