martedì, ottobre 07, 2008

Paco Yunque


Farina disse a Paco Yunque:
Tuo papa non c'ha il grano?
Paco Yunque ci pensò su e si ricordó di aver visto una volta sua mamma con qualche peseta in mano e disse a Farina:
Anche mia mamma c'ha il grano.
Quanto? - chiese Farina.
Anche quattro peseta.
Farina disse al maestro a voce alta:
Paco Yunque dice che anche sua mamma c'ha i soldi.
Bugia! - rispose Umberto Grieve – Paco Yunque dice le bugie, sua mama fa la serva a lla mia e non c'ha niente.
Il professre prese il gesso e si mise a scrivere alla lavagna dando le spalle ai bambini.
Umberto Grieve, aprofittando del fatto di non esssere visto dal professore, fece un saltó, diede uno strattone ai capelli di Paco e ritornó di gran carriera al suo banco. Paco Yunque si mise a piangere.
Che cosa succede – disse il professore, girandosi per vedere quello che succedeva.
Paco Farina disse:ç
Grieve gli ha tirato i capelli, signor maestro.
Nossignore – disse Grieve -. Non sono stato io. Se non mi sono mosso!
Bene, bene! - Disse il maestro - Silenzio! Stia zitto Paco Yunque! Silenzio
Continuó a scrivere sulla lavagna e poi chiese a Grieve:
A tirarlo fuori dell'acqua, che cosa gli capita al pesce?
Se en va a vivere nel mio salotto – rispose Grieve.
E i bambini giù a ridere di 'sto Grieve che non sapeva un tubo. Paensava solo a casa sua, al suo salotto, al suo papá e alla sua grana. Diceva sempre fesserie.
Vediamo un po', Paco Yunque -, disse il professore – Che cosa capita al pesce se lo tiriamo fuori dall'acqua?
Paco Yunque, che stava ancora un po' piangendo per lo strattone ai capelli che gli aveva dato Grieve, ripeté tutto d'un fiato quello che aveva detto il professore:
Fuori dall'acqua i pesci muoiono perché gli manca l'aria.
Esatto! Diceva il maestro -, molto bene.
Si rimise a scrivere alla lavagna.
Umberto Grieve colse l'occasione un'altra volta e andó a dare un pugno in bocca a Paco Farina, poi con un salto tornó al suo posto. Farina invece di mettersi a piangere come Paco Yunque disse ad alta voce al maestro:
Signor maestro, Umberto Grieve mi ha appena picchiato!
È cosí Signore! È proprio cosí - dicevano i bambini tutti insieme.
Un brusio terribile cresceva nell'aula.
Il maestro diede un pugno sulla cattedra e disse:
Silenzio!
Nell'aula si fece silenzio e ogni alunn stava nel suo banco serio e ben diritto, guardando ansiosamente il maestro. Questi sono i casini dell'Umberto Grieve! Ecco quello che capitava per colpa sua! Stiamo a vedere adesso come va a finire con il mestro che era tutto rosso di rabbia e per colpa di quel Grieve!
Che caos è questo ? - chiese il maestro a Paco Farina.
Paco Farina, con gli occhi brillanti di rabbia diceva:
Umberto Grieve mi ha dato un pugno e io non gli ho fatto niente.
È cosí, Grieve?
Nossignore – disse Umberto Greieve -. -Non lo ho picchiato io.
Il maestro guardó tutti gli alunni sena sapere che pesci pigliare- Chi dei due diceva la veritá? Farina o Grieve?
Chi lo ha visto? Chiese il maestro a Farina.
Tuttti, Signor Maestro? Anche Paco Yunque lo ha visto.
È vero quello che dice Farina? Chiese il maestro a Yunque.
Paco Yunque guardó Umberto Grieve e non osó ripspondere, perché se diceva di si, Umbertino lo avrebbe picchiato all`uscita. Yunque non disse niente e abasso il capo.
Farina disse:
Yunque non dice niente, Signor maestro, perché Umberto Grieve lo picchia, perché è il suo servo e vive in casa sua.
Il maestro chiese agli altri bambini:
Chi altri ha visto quello che dice Farina?
Io signor Maestro! Io! Io!
Il maestro tornó a domandare a Grieve.
Allora è proprio cosí, ha picchiato Farina?
No, Signor Maestro, non che non l'ho picchiato.
Attento a mentire Grieve, Un bambino perbene non deve dire le bugie!
No, Signore, non l'ho picchiato.
Va bene, Le credi, so che Lei non dice bugie, mai. Bene. Peró stia attento da ora in poi.
Il maestro si mise a passeggiare, pensoso, e tutti gli alunni continuavano circospetti e diritti nei loro banchi.
Paco Farino borbottava come se volesse mettersi a piangere:
Non lo castigano perché suo papá è ricco, Lo vado a dire alla mamma.
Il maestro udí e si piantó incollerito davanti a Farina dicendogli ad alta voce:
Ma cosa dice. Umberto Grieve è un buon alunno. Non dice le bugie, non disturba nessuno. Per questo non lo punisco. Qui tutti i bambini sono uguali, figli di ricchi e figli di poveri. Castigo anche i figli dei ricchi. Se ripete queste cose lo castigheró con due ore di reclusione. Mi ha capito bene?
Paco Farina e Paco Yunque curvarono la schiena. Sapevano tutti e due che Umberto Grieve gli aveva picchiati e che era un gran bugiardo.
Il maestro riprese a scrivere alla lavagna.
Perché non hai detto al maestro che Umberto Grieve mi ha picchiato?
Perché cosí poi mi picchia.
Perché non lo dici a tua mamma?
Cosí mi picchia anche lei e la padrona si irrita.
Mentre il maestro scriveva alla lavagna. Umberto Grieve faceva i disegnini sul quaderno.
Paco Yunque stava pensando a sua mamma. Poi si ricordo della padrona e di Umbertino. Lo avrebbero picchiato a casa? Yunque guardava gli altri bambini che non picchiavano né Yunque né Farina e nessuna altro e non volevano neppure trascinarlo al loro banco come voleva fare Umbertino. Perché Umbertino faceva cosí con lui?

giovedì, ottobre 02, 2008

Wang Xizhi


Storia della calligrafia cinese - Wang Xizhi (303 - 379)

Discendendente da una famiglia nobile del Nord della Cina, devota al taoismo, non giunse mai ad occupare cariche importanti nell'amministrazione, tutte le sue ambizioni le poneva nell'arte.
La sua carriera professionale la inizió nella grande biblioteca imperiale ma viaggio molto, anche in luoghi remoti dell'impero, per svolgere missioni e compiere incarichi di non soverchia importanza.
Alla vita nei grandi centri amministrativi e del potere preferì sempre la calma della natura.
Nel 355 si dimise da funzionario per stabilirsi nella cittá di Kuaiji dove aveva svolto il suo ultimo incarico.

Non ci sono giunti esemplari originali della sua calligrafia, le copie in pietra, tuttavia, furono modelli sublimi per secoli.
Il padre lo avvió a questa disciplina, egli con gli zii era calligrafo e uomo di stato. Undici generazioni della famiglia Wang si distinsero nell'amministrazione e nella calligrafia.

Wang Xizhi e il suo circolo di amici erano soliti discutere di temi inerenti al buddismo e al taoismo, comporre poesie, musica e realizzare calligrafie, immersi nella natura.
Il circolo passó alla storia grazie a una calligrafia che Wang Xizhi realizzó alla fine di uno di questi incontri nel "Padiglione delle Orchidee", in essa narra come il gruppo di amici seduti sulle due sponde di un ruscelletto discutessero di filosofia. Avevano deciso che chi fosse capace di cogliere una delle coppe di vino che le camare lasciavano in balia della corrente su foglie di loto dovesse comporre una poesia.

Le principali opere di Wang Xizhi sono:

Shi Qu Tie di 23 fogli che reca il sigillo di approvazione imperiale dell'imperatore Taizong
Yue Yi Lun
Huang Jing Jing
Dong Fang Shi Hu Zan
Lang Ting Shu calligrafia del padiglione delle peonie.

A cura di genseki

mercoledì, ottobre 01, 2008

Gramsci e l'islam II


Assenza di un clero regolare che serva da trait-d'union tra l'Islam teorico e le credenze popolari. Bisognerebbe studiare bene il tipo di organizzazione ecclesiastica dell'Islam e l'importanza culturale delle universitá teologiche (come quella del Cairo) e dei dottori. Il distacco trai intellettuali e popolo deve essere molto grande, specialmente in certe zone del mondo musulmano: cosí è spiegabile che le tendenze politeiste del folklore rinascano e cerchino di adattarsi al quadro generale del monoteismo maomettano ...
Il fenomeno dei santi è specifico dell'Africa settentrionale ma ha una certa diffusione anche in altre zone. Esso ha la sua ragione di essere nel bisogno (esistente anche nel Cristianesimo) popolare di trovare intermediari tra la divinitá e gli uomini; gli intellettuali (sacerdoti o dottori) avrebbero dovuto mantenere questo legame attraverso i libri sacri; ma tal forma di organizzazione religiosa tende a diventare razionalistica e intelletualistica (cfr. il protestantesimo che ha avuto questa linea di sviluppo) , mentre il popolo primitivo tende a un misticismo prprio, rappresentato dall'unione con la divinitá con la mediazione dei santi (il protestantesimo non ha e non puó avere santi e miracoli); il legame tra gli intellettuali dell'Islam e il popolo divenne solo il “fanatismo” che non puó essere che momentaneo, limitato, ma che accumula masse psichiche di emozioni e di impulsi che si prolungano in tempi anche normali. (Il cattolicesimo agonizza per questa ragione: che non puó creare, periodicamente, come nel passato, ondate di fanatismo; negli ultimi anni, dopo la guerra, ha trovato dei sostituti, le cerimonie collettive eucaristiche che si svolgono con splendore fiabesco e suscitano relativamente un certo fanatismo: anche prima della guerra qualche cosa di simile suscitavano, ma in piccolo, su scala localissima, le così dette missioni, la cui attivitá culminava nell'erezione di un'immensa croce con scene violente di penitenza, ecc.)
Questo movimento nuovo dell'Islam è il sufismo. I santi musulmani sono uomini privilegiati che possono, per speciale favore entrare in contatto con Dio, acquistando una perenne virtù miracolosa e la capacitá di risolvere i problemi e i dubbi teologici della ragione e della coscienza. Il sufismo organizzatosi a sistema de esternatosi nelle scuole sufiche e nelle confraternite sufiche e nelle confraternite religiose, sviluppó una vera teoria della santitá e fissó una vera gerarchia di santi. L'agiografia popolare è più semplice di quella sufica. Sono santi per il popolo i piú celebri fondatori o capi di confraternite religiose; ma anche uno sconosciuto, un viandante che si fermi in una localitá a compiere opere di ascetismo e benefici portentosi a favore delle popolazioni circostanti, può essere proclamato santo dalla pubblica opinione, Molti santi ricordano i vecchi idoli delle relligioni vinte dall'Islam.

Quaderno 5 (IX) 46 bis

martedì, settembre 30, 2008

Calligrafia

Il giorno 19 del secondo mese dell'era Dali ho avuto occasione di assistere, presso l'intendente Yuan Chui a Guizhou, alla rappresentazione della "Danza della Spada" eseguita dalla dodicesima Signora Li originaria di Linying. Pieno di ammirazione per la alta qualitá della sua arte gli chiesi chi fosse stato il suo maestro. Mi rispose: - sono discepola della Signora Gongsun. Mi ricordai, allora, che nel terzo anno dell'era Kaiyuan, quando ero ancora bambino, vidi danzare la Signora Gongsun a Yancheng. I suoi movimenti, gli ampi mulinelli si inanellavano in una metamorfosi continua caratterizzata da un ritmo virile e involvente e questo faceva di lei la migliore danzatrice della sua epoca. Tra tutte le danzatrici delle due scuole di corte Yichun e Liyuan, fin dai Tempi del Grande Imperatore Saggio e del Grande Conquistatore, non si faceva che parlare di lei, si discuteva slo della sua arte e della sua bellezza. Adesso che ho i capelli bianchi e che anche la sua discepola non è più giovanissima, il nostro incontro mi ha rivelato che la grande tradizione comporta un solo lignaggio.
Emozionato per l'evocazione del tempo passato ho composto il "Canto della danza della spada".

Un tempo Zhang Xu eccelleva nella calligrafia; avendo ammirato a piú riprese la "Danza della spada di Xiha" eseguita dalla signora Gongsun, la sua scrittura proggredí enormemente. Possiamo immaginare in che modo il suo stile emozionante e potente si sia ispirato all'arte della grande danzatrice.

Du Fu

trad genseki

lunedì, settembre 29, 2008

Lankavatara Sutra

La parola e la Realtá


Le parole e i discorsi sono prodotti dalla legge di causa e di effetto e sono condizionati reciprocamente da essa – non possono esprimere la Realtá. Anzi, nella Realtá non ci sono differenze che possano essere discriminate e non c'è niente che possa essesre proclamato o affermato relativamente ad essa. La Realtá è uno stato di estasi sublime, non è uno stato di discriminazione e di parola e non si puó entrare in questo stato per mezzo di semplici dichiarazioni intorno ad esso.
*

venerdì, settembre 26, 2008

Frammento della consapevolezza dell'Uno

Riposavano così un corpo su di un altro
Minerali e unghie, branchie e capelli misurandosi riposavano
Sopprattutto là dove apparivano le lande delle crepe
E la densitá dei corpi rendeva massima la distanza
Riposavano cosí nel corpo a corpo, mano per occhio
Dente per coltello avvolti nell'alone dei fiati
poteva capitare che generassero campi di piume
per il resto riposavano uno sull'altro
ogni abito sul suo monaco, ogni piaga a portata del suo dito
ogni crepa nella sua guaina, ogni corpo disabitato
accanto al fagottino dei suoi panni.

giovedì, settembre 25, 2008

L'eone dogmatico IV


Lucian Blaga

La dialettica

La dialettica antica, di Eraclito è troppo metaforica, quella diProclo troppo mitologica per servire da modelli decisivi di questo specie di pensiero: sceglieremo, invece, alcuni esempi del filosofo che portó il pensiero dialettico ad un livello tale che difficilmente sará possibile che possa proggredire ulteriormente. ... Solo in Hegel appare la dialettica per quanto possibile libera da contaminazione con altre forme di pensieri e pienamente cristallizzata dal punto di vista metodologico. ...
Quello che interessa soprattutto in uno studio dedicato al pensiero dogmatico è l'idea hegeliana di concetto concreto. Il pensiero dialettico opera, secondo Hegel, con concetti concreti. Cercare di determinare questi concetti significa, in fondo, esporre proprio il metodo dialettico. I concetti concreti, espressione espressione sommaria de azzeccata di un metodo, non sono concetti nel senso classico della parola. Rappresentano un tipo di costruzione sui generis, di carattere centaurico, ibrido.
Il “concetto concreto” è un costrutto che si avvale tanto dei privilegi dell'astrazione come dei vantaggi della concretezza. Un esempio tra cento possibili è il concetto concreto di “divenire”, preso come concreto e considerato in tale qualitá dal punto di vista astratto-logico, acquista uno strano aspetto di tensione interna, di problemático, sfiorando l'impossibile; considerandolo più da vicino sotto l'aspetto puramente logico, si suddivide in componenti contraddittorie che si escludono reciprocamente. Lo stesso concetto concreto di “divenire”, preso come astratto e visto in questa condizione dal punto di vista “concreto”, si presenta come qualche cosa in perfetto equilibrio, libero da difetti e da qualunque tensione interna, come un tutto solidale al suo interno. Qualunque concetto concreto puó essere scomposto, dal punto di vista logico-astratto, in momenti che si oppongono, qualunque concetto concreto comporta da questo punto di vista formule antinomiche, rappresenta, nel concreto, una sintesi possibile di momenti astratti contradditori. L'antinomia inesistenza-esistenza, alla quale riducimo il concetto concreto di “divenire”, dal punto di vista astratto, è annullata nella sintesi da una totalitá concreta (alla quale sul piano concettuale corrisponde proprio il concetto di “divenire”). Il concetto concreto, come voleva Hegel e come deve essere in ogni sistema dialettico, non si identifica completamente né con il momento astratto né con quello concreto intuitivo; è una formazione per sé, intermedia, o, se così vogliamo chiamarla: centaurica. Un cosiddetto concetto concreto, riflesso nello specchio del logico astratto, si presenta come antinomia; riflesso nel concreto si presenta come sintesi di momenti escludentisi: “Non sarebbe difficile, dice Hegel, mostrare l'unitá di nulla e di esistenza in qualunque atto o pensiero... A proposito dell'esistenza e del nulla si deve affermare che nulla v'é nel cielo e sulla terra che non contenga esistenza e inesistenza” Perché tutto è divenire. Ció che logicamente pare impossibile, antinomico, paradossale, risulta possibile e sintetico una volta concretamente realizzato. Il concreto è il gran campo in cui si risolve qualunque paradosso dialettico. (unitá dei contrari).
Comparato con i paradossi dialettici, il paradosso dogmatico presenta una natura distinta. L'antinomia dogmatica si differenzia da quella dialettica per il fatto che esclude la sintesi nel concreto. Mentre la sintesi dialettica puó essere conosciuta concretamente, la sintesi dogmatico è in contrasto con il concreto. Tutta la struttura, articolazione e configurazione del concreto rigetta l'accordo con l'antinomia dogmatica. Il concreto che, per il paradosso dialettico costituisce il campo supremo della giustificazione si oppone, invece, al paradosso dogmatico. La sintesi antinomica può essere perfettamente concepita con l'aiuto del concreto: “inesistenza+esistenza=
divenire”. Lo stesso concreto, tuttavia, si oppone in modo definitivo e categorico a una sintesi di contenuto come questa: “una sostanza puó perdere sostanza restando comunque integra”. I paradossi dogmatici non sono tali solo sul piano logico come quelli dialettici ma anche sul piano della concreteza. La conoscenza no offre la soluzione del paradosso dogmatico; essa postula la trascendenza.
Se le antinomie dogmatiche si potessero davvero sovrapporre a quelle dialettiche, ci sarebbero tanti dogmi quanti concetti concreti ci sono, poiché ogni concetto concreto ammette, per Hegel, formulazioni antinomiche. Tuttavia conosciamo soloun numero ridotto di dogmi (nel senso che abbiamo dato a questa parola). Solo i pensatori che hanno edificato i propri sistemi sullo scheletro della dialettica possono sostenere che il dogma è una sorta di dialettica embrionaria, un principio, una prima fase. I due tipi di pensiero differiscono essenzialmente. La formulazione dogmatica è una categoria a parte. La relazione della dialettica con ilconcreto è completamente distinta da quella dogmatica.
...
La sintesi dogmatica si trova in radicale disaccordo e fisso con il concreto, non per il fatto di riferirsi alla trascendenza ma indipendentemente da questo. Ci sono tante tesi metafisiche che si riferiscono alla trascendenza, senza per questo essere dogmatiche, ovvero in contrasto con il concreto. I concetti usati nei dogmi, sono concetti comuni, con corrispondenze concrete o pensabili concretamente nell'immaginazione (“persona”, “essere”, “sostanza”, “numero”, “natura”, “essenza”, etc.); il dogma distorce le relazioni logiche inerenti a questo concetti, in modo tale che risulta impossibile una sintesi nel campo del concreto; per questo si postula che la sintesi abbia luogo nella trascendenza.
traduzione e adattamento di genseki

mercoledì, settembre 24, 2008

furu ike ya


Furu ike ya

Furu ike ya
Kawazu tobikomu
Mizu no oto

*

Antico stagno
Vi salta una rana
Rumore d'acqua.

Basho

***

Furu ike ya
Kawazu oiyoku
Ochiba kana

*
Antico stagno
Una rana si allontana
Cade una foglia

Buson

***

Furu ike ya
Sonogi tobikomu
Kaeru nashi

*

Antico stagno
Da allora non salta piú
Nessuna rana

Bosai

***

Ara ike ya
Kawazu tobikomu
Oto mo nashi.

*

Nel nuovo stagno
Salta una rana
Non fa rumore´

Ryokan

martedì, settembre 23, 2008

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Alla fine mi lasciai cadere

Alla fine mi lasciai cadere
e il mare era nero
e la notte era mare
e il sospiro delle fronde
di tutte le foreste
era la carezza di mia madre
tra la schiuma salina
e il profumo immenso
delle rose
l'abisso d'acqua
era notte
la notte acqua
dall'altro lato
non c'era piú niente
*

22/09/08
23:30:35

lunedì, settembre 22, 2008

Le visecere del tramonto, altri frammenti

Le viscere del tramonto, altri frammenti
formano questo romanzo giovanile
Dove una parte importante è lasciata agli agrumi
Al loro sostituire l'acqua per uno sguardo assettato.
Il mio allora era uno sguardo diverso
Dal tuo e anche dal mio come ferito dalle schegge del tramonto
Condividevamo la compassione per i picoli cadaveri dei limoni
Stelle mancate tra l'erba che gli accoglieva
Come fosse notte, secchi e raggrinziti come facce di neonati
E ci rimanevano solo le spine
Spine di limone come ghirlande coagulate
A ferire i tuoi occhi, appunto, e i miei spenti,
come fossero schegge di tramonto.

*

Avevo dimenticato allora cosa fosse piangere
All'accartocciarsi inopinato e improvviso
Di una foglia di limone
Una foglia, non una fiamma
Come un lampo, un tempo verde,
Si rivelava in un istante volto
D'infante morente.

*

Poi furono le stelle stremate a declinare
Come grandine sulle arterie dei tramonti.

*
21/09/08
22:50:42

giovedì, settembre 18, 2008

Nel ventre del verbo

Nel ventre del verbo fummo
tessuti di fiato da morula a feto
fissati in volute di sensi a cascata
di suoni salivali saziato ogni intersitizio
il verbo gonfiava le gote di vento
e sputava - il verbo - tutti questi pulcini
Noi, gli altri io incatenati per il collo
Da una parola che gocciolova senso
Sulle corde vocali dell'intento.

mercoledì, settembre 17, 2008

Benché stringesse le nocche

Benché strngesse le nocche
Fini a farsi bianche e gli infissi
costretti nelle feritoie
si lamentassero striduli
le ginocchia non si rifiutarono di sorreggerlo
nel passo dopo passo del dolore
disperso come un aroma tra costola e costola.
Ma non erano nuvole?
Avvolte variopinte alle pupille
Seccavano le lacrime insipide
Al tatto ovattate.
L'aroma della mente si fece insidia
pizzicando le squame dell'ossigeno
Prima che potesse vedere attraverso
Il suo sguardo.
*
Finalmente pensó invertebrato
Poi lisca luminosa
Lingua succhiata dal salino
Sciroppo bava bevve
E fu pesce
Nell'astrazione dell'azimut.
*
A ogni spina trafisse una foglia
Secernere chitina fu l'oggetto
Dei buoni propositi serali
Mentre goccia dopo goccia
La clorofilla residua si convertiva
In collagene, in verbena
In cartilagine.
*

lunedì, settembre 15, 2008

Lelio Luttazzi e Gorni Kramer - Carosello 1957

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Poesie di Maresa

Delle meraviglie dei mondi
il picco più alto, sulla cima innevata,
dove urla il fragore senza suono, lì,
sul ponte che unisce gli emisferi,
sale la dolcezza dell'incontro,
diavoli e diavoli rosso porpora
in un crescendo di manichee lo sguardo
che li inquadra fuori dal sogno,
finalmente viventi.

*
eccomi nella terra,
dorme la
tartaruga dal guscio giallo,
di case la città è piena,
verdi, gialle, rosa,
come un pensiero in embrione.

*
Dorme tranquillo il canto,
aspetto che si risvegli,
barcollo come un giovane barbagianni
venuto alla luce.

martedì, settembre 09, 2008


Eiheikoroku di Dogen Zenji II

Il rumore dell'onda
Che si frange suli scogli
Il fragore dei marosi
Dell'Oceano Infinito

È la fede, è il volto di Kannon
Che appare.

Solo guardare
I monti celesti
Dalla finestra degli occhi

a cura di genseki

Eiheikoroku di Dogen Zenji I

La nostra bella amicizia si manifesta
Nel Santo Volto
È il Santo Volto a creare la nostra Dignitá.

Allora è così che mi rivelgeró al mio ospite:

"Se desideri comprendere Kannon,
Sappi che non dimora
Sulle montagne di Hozara.

a cura di genseki

domenica, settembre 07, 2008

 
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Giacomo e Teresa

La casa è ancora vuota
È rimasta vuota e bianca nel vuoto dei miei ricordi
In una grande cassa c'era la legna
In uno scrigno prezioso gioielli per il gusto
dei bambini o dei pettirossi
Lui indossava sempre una tuta blu
O forse una giacca grigia
Ricordo adesso che ciondolava la testa
e aveva un dolce sorriso da idiota
Lei indossava qualche vestito di cotone stampato
E scialletti grigi
come pellicce di topolini del Reno
doveva essere davvero brutta
Forse quasi nana
Ma portava sul naso magici occhiali azzuri
Che illuminavano il vuoto
Con un mare di fronde
appena mosse dal vento
Dietro le lenti anche gli occhi erano grigi
Parlavano
- Non ricordo nemmeno di averli uditi parlare -
Con parole lumache
Le loro sillaba lasciavano scie d'argento viscoso
Nell'atmosfera umida d'autuno
Della loro cucina.
Non so bene chi fossero
Tornai da Milano per salutarli.
Parlai loro di Auerbach e della filologia romanza
Mi congedai
Avvolto dal loro silenzio
Continuando a non sapere bene chi fossero
Morirono dopo una duplice dolorosa agonia
La loro sofferenza
È incomprensibile e imperdonabile
Come quella degli animali.

venerdì, settembre 05, 2008

 
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Felissa

L'ultimo dei nostri autunni

L'ultimo dei nostri autunni
Fu ancora capace di agganciarci
Con fili sottili di perle
Filigrane di carpe
Davanti alle vetrine di legno
Delle botteghe dei ricordi
La tua mano era quella riflessa
Tra la colomba imbalsamata
E la torta di ricotta
La tua bocca, quella che non baciai
Nella luce azzurra della lampada
Che friggeva le mosche.

*

Felissa

Felissa era un angelo amaro
Custode della chiave dei pini
Custode della chiave delle conifere
E del mal di gola
Felissa e il suo scialletto nero
Gli occhi duri
Gli occhiali gialli
Felissa come le felci
Con iride a pastiglia valda
E fiato di eucalipto
Ricordo che mi parlave di San Biagio
Mentre con gli occhi cercavo le muscarie
Che sole mi avrebbero salvato
Dalla durezza dei suoi occhi giall
*

lunedì, luglio 28, 2008

Henri Corbin

L'Islam e le eresie cristiane

I passi che seguono sono tratti dall'opera di Henri Corbin sulla Filosofia Islamica. Si tratta di un tentativo di definire le differenze principali tra Islam e Cristianesimo sul piano teologico e su quello filosofico.
Nel quadro metodologico tracciato da Lucian Blaga nella sua opera "L'eone dogmatico" l'Islam sembrerebbe rappresentare la rivincitá del filone mitico-razionalista su quello "dogmatizzante".
La differenza tra Islam e Cristianesimo sarebbe quella tra una visione della religione compatibile con la ragione e una trascinata nel vortice del dogmatismo con le sue aporie e le sue abbaglianti contraddizioni.
L'Islam appare in questo quadro come l'erede diretto dell'adozionsmo e dell'arianesimo. Sembra sorgere dalla fermetazione dei resti compressi e schiacciati delle grandi eresie di massa dei secoli dei Padri.

Il fenomeno del Libro santo ha suscitato strutture corrispondenti nel cristianesimo e nell'Islam; ma, nella misura in cui differisce il modo di accostarsi al senso vero, situazioni e difficoltá differiscono da una parte e dall'altra.
Assenza nell'Islam del fenomeno Chiesa. Nell'Islam, cosí come non esiste un clero detentore dei “mezzi della grazia”, non esiste un magistero dogmatico, né un'autoritá pontificia, né un Concilio che definisce i dogmi. Nel Cristianesimo, a partire dal II secolo, con la repressione del movimento montanista, il magistero dogmatico della Chiesa si è sostituito all'ispirazione profetica e piú generalmente alla libertá di un'ermeneutica spiituale. D'altra parte il nascere e l'evolversi della coscienza cristiana annunciano essenzialmente il risveglio e lo sviluppo della coscienza storica. Il pensiero cristiano è centrato sul fatto avvenuto nell'anno I dell'era cristiana; l?incarnazione divina segna l'ingresso di Dio nella storia. Di conseguenza, il tema su cui la coscienza religiosa si concentrerá con crescente attenzione sará quello del senso storico identificato col senso letterale, col senso vero delle Scritture.
¨
L'allegoria è inoffensiva, il senso spirituale puó essere rivoluzionario
La coscienza religiosa dell'Islam è centrata non su un fatto della storia, ma della metastoria (che significa non post-storico ma trans-storico). Questo fatto primordiale, anteriore al tempo della nostra storia empirica, è costituito dalla domanda rivolta da Dio agli Spiriti degli esseri umani preesistenti al mondo terrestre “non sono forse il vostro Signore?” (Cor. 7/171) l'acclamazione di gioria che risponde a questa domanda suggella un patto eterno di fedeltá de è la fedeltá a questo patto che i profeti sono venuti, di periodo in periodo, a ricordare agli uomini; la loro successione forma il “ciclo della profezia”. Da ció che hanno enunciato i profeti risulta la lettera della religione positiva
¨¨
I pensatori islamici non vedono il mondo in evoluzione in un senso rettilineo orizzontale, a in ascensione: il passato non è dietro di noi, ma sotto i nostri piedi.
Ali Ibn Abu Talib:
Non esiste alcun versetto coranico che non abbia quattro sensi: l'essoterico (zahir), l'esoterico (batin), il limite (hadd), il disegno divino (mottala). L'essoterico è per la recitazione orale; l'esoterico per la comprensione interiore; il limite sono gli enunciati che stabiliscono il lecito e l'illecito; il disegno divino è ciò che Dio si propone di realizzare nell'uomo con ogni versetto”.
Hadith: “Il Corano ha un'apparenza esteriore e una profonditá nascosta, un senso esoterico e un senso essoterico; il senso esoterico nasconde a sua volta un senso esoterico (questa profonsitá ha una profonditá, a immagine delle Sfere celesti racchiuse le une nelle altre; cosí di seguito fino a sette sensi esoterici.
Il piú antico commento spirituale del Corano è dunque costituito dagli insegnamenti impartiti dagli Imam sciiti durante i loro colloqui con i discepoli. E sono i principi della loro ermeneutica che i sufi hanno raccolto.
A cura di genseki

Lucian Blaga

L'eone dogmatico III


L'apparizione del dogmatismo con Filone non restó un fatto isolato. Nei secoli animati da vane aspirazioni di egemonia universale che seguirono, le idee dogmatiche sorsero con insperata abbondanza.
(...) Il cristianesimo che stava creando la sua dottrina, si lasció fecondare dall'ellenismo come era naturale. Nella sua iniziale purezza non avrebbe mai potuto aspirare all'universalitá che finí per conquistare piú tardi. Le idee cristiane assimilarono tutto quello che vinsero. Vinsero concedendo. Il processo di fusione tra l'insegnamento evangelico, la concezione crisologica di Paolo e le idee del mondo pagano dura qualche secolo. Nella formazione delle diverse concezioni teologico cristologiche si distinguono generalmente due tendenze, una mitica e raziocinante e un'altra dogmatica. Cioè una tendenza che organizza il materiale cristologico-teologico in accordo con l'intelligenza umana, e un'altra che lo fa in disaccordo con l'intelligenza postulando una trascndenza delle funzioni logiche. Evidentemente la seconda tendenza non derivava da un principio cosciente di domatizzazione. Tuttavia è altrettanto sicuro che questa tendenza speciale, e finalizzata, è stata seguita con impressionante consequenzialitá nel processo storico di cristalizzazione della dottrina cristiana dalla Chiesa, ogni volta che sorgevano nuove idee che esigevano una decisione.
Gli storici laici inclinano generalmente a pensare che la storia delle idee cristiane è espressione di una lotta naturale tra idee diverse, con il trionfo finale di alcune di esse contro alcune altre per mezzo della forza delle correnti che erano rappresentate da questi conflitti. Secondo questa poinione avrebbe potuto risultare vincente ora un'idea mitico-razionalizzante, ora una dogmatica. Costoro non vedono, nell'evoluzione della dottrina cristiana, nientaltro che il gioco di forze del momento, e no una forza determinante la forma di lungo periodo, qual è la tendenza dogmatizzante. Gli storici cristiani ufficiali, al contrario, si sforzano di dimostrare che le idee definitive della Chiesa vinsero, perché secondo il piano divino seguito dal divenire del cristianesimo, queste idee, date implicitamente nell'insegnamento evangelico, dovevano vincere.
(...)
C'è un fattore determinante di rivelazione, non divino, ma del tutto naturale nella storia dei dogmi, che è costantemente ignorato nonostante si manifesti con evidenza. Si tratta di una tendenza, che potrtemmo chiamare, in mancanza di un termine migliore, “nisus dogmaticus”.
Questo “nisus” ... ebbe un ruolo non solo formativo, ma anche uno di incosciente principio di selezione tra le idee che sorgevano sul terreno del pensiero teologico-filosofico. L'evoluzione delle idee teologiche cristiane non è tanto casuale come vorrebbero alcuni, ma nemmeno tanto poco evolutiva come pretenderebbero altri, specialmente i teologi che gli attribuiscono un tipo di preesistenza in quanto veritá date anche se inaccessibili. Il divenire delle idee teologiche è piú lineare i quello che desiderebbero gli storici laici e piú libera di come la vorrebbero i teologi.
(...)
Analizzando i dibattiti e le dispute intorno alle idee cristaine, si evidenzia il fatto che, almeno nelle sue tappe principali, un fatto curioso: finirono sempre per imporsi quelle idee, che, dal punto di vista dell'intelligenza umana sono le piú inesplicabili. Una comparazione tra le grandi eresie e i dogmi ufficiali che si fornularono contro di esse o indipendentemente da esse dimostra che le eresie sono piú prossime, maggioritariamente a un accordo con l'intelletto, e che contro di esse trionfó sempre l'impossibile e il bizzarro. La storia del pensiero cristiano non consiste solo nella lotta tra idee differenti, di cui alcune vinsero come avrebbero potuto vincere altre se avessero goduto di una piú forte e piú cntinua propaganda. No. Perché si imposero sempre in modo schiacciante e senza eccezzioni, quelle più dogmatiche nella loro struttura interna.
All'epoca del Padri della Chiesa si procede a una selezione tra le idee propostee dai vari creatori di formule, a una scelta che segue un precetto inconscio, ma ostinato. Le loro preferenze si orientano sempre verso il dogmatico “intenso”. Le formule meno dogmatiche o niente affatto dogmatiche, restano in secondo piano o scompaiono.
(...)
La dottrina cristiana, nei suoi primi intenti embrionari di sistemazione, così come veniamo scoprendoal nei pensatori della metá del secondo secolo, ha un aspetto che ricorda solo vagamente i dogmi fissati dai primi sinodi ecumenici (Nicea e Costantinopoli). Questi pensatori, che si videro, per circostanze indipendenti dalla loro volontá, nella situazione, per loro estremamente penosa, di formulare un pensiero, solo per la necessitá di prendere posizioni apologetiche di fronte ai pensatori pagani molto piú esperti nel maneggiare concetti astratti, anche se avevano poca esperienza, fecero tuttavia i primi passi nella direzione della dogmatizzazione della dottrina cristiana. Era una fase in cui si muovevano alla cieca cercando di erigere segnali che potessero servire per orientare. Il modo in cui cercavano di compere questo dovere ce lo mostra in modo impressionente Taziano, Egli considerava il Logos come la prima opera del Padre. Il Logos non godeva quindi di una grande considerazione. In quanto alla relazione tra il Logos e il Padre, Taziano sembra preoccuparsi solo dell'integritá del Padre. Tutte le sue preoccupazioni si concentrano nello sforzo di salvare l'idea del Padre, come esistenza che non è alterata per l'apparizione da lui o attraverso di lui. Taziano è colui che adatta la filosofia di Filone alle necessitá del sistema in divenire del cristianesimo. Non era molto, ma era qualcosa.. I pensatori come Taziano aprivano il corso delle dogmatizzazioni cristiane venture. Di fronte alle dogmatizzazioni iniziali, la tendenza mitico-razionalizzante, sgorgó con piú vigore. Nella fase iniziale della dogmatizzazione della dottrina cristiana ebbe luogo nel quadro del cristianesimo, la riforma monumentale di Marcione. Il coraggioso, originale e ispirato Marcione soteneva l'esistenza di due Dei, quello dell'Antico Testamento (il Testamento della Carne): cioé, il Demiurgo, il creatore del Mondo; e Gesú Cristo (incarnazione del “Dio ignito”), il Dio del Nuovo testamento, delle Spirito che prende il posto del Dio antico privandolo definitivamente della sua sensorialitá. Il cristianesimo di Marcione, essenzialmente evangelico, include tesi dottrinali relativamente prive di difficoltá logiche, limpide e non dogmatiche. L'energica riforma di Marcione si era diffusa in grandi masse di fedeli e minacciava di distruggere per sempre il dogmatismo cristiano ai suoi esordi. Eppure, il marcionismo fu sconfitto dalla corrente dogmatizzante, molto piú timida e dai risultati piú modesti. Questo trionfo della dogmatizzazione sul non dogmatico è la miglior prova del fatto che la dogmatizzazione rispondeva ad alcune profonde necessitá spirituali dell'epoca. Il primo scontro tra il dogmatico, per di piú imperfetto, e la corrente mtico-razionalizzante terminava con la vittoria del primo. Qualche cosa di analogp capiterá poi con l'insegamento di Ario, quando il dogmatismo entró in guerra per la seconda volta contro il logco. Tuttavia prima dell'eresia di Ario dobbiamo soffermarci su di un'altra tappa della dottrina cristiana.
È interessante vedere come a volte, tradu concezioni piú o meno mitico-razionalizzanti, si impone quella che apre un maggior numero di prospettive dogmatiche senza essere dogmatica in sé. Un esempio in questo senso lo offre il principio stesso della cristologia. Due insegnamenti si diputavano l'egemonia: quello “pneumatico” e quello adozionista. Per i pneumatici Cristo era un essere dalla natura divina “incarnata”. Per gli adozionisti era un profeta elevato per grazia di Dio alla dignitá divina. L'adozionismo sosteneva una tesi molto semplice, di carattere definitivo, e non permetteva nessun ulteriore sviluppo, non poteva evolvere, era come un cristallo dagli spigoli taglienti. Diverso è il caso del pneumatismo. La sua tesi era logica, ma la sua natura embrionaria poteva anche svilupparsi in senso illogico. La dottrina pneumatica, anche se non poteva rappresentare senza correzioni importanti, il punto di vista ultimo della chiesa, poté frenare l'adozionismo. Quest'ultimo era certamente piú accettabile per la logica umana, ma nella stessa situazione si trovava anche, piú o meno, il pensiero pneumatico, piú ricco di gran lunga in prospettive dogmatizzanti, comedimostró proprio l'evoluzione posteriore della dottrina cristologica ufficiale. La tesi sull'incarnazione in una persona di un essere di natura divina, anche se logica in sé, costituiva un ammirevole sostrato per tutta la flora dogmatica di corolle antinomiche del futuro; cosa che non si puó dire delle tesi adozioniste che avrebbero proibito qualunque ulteriore possibilitá futura di dogmatizzazione. Se si fosse accettato l'adozionismo non si sarebbe mai giunto ai dogmi di indole antinomica, costruiti con tanta passione dalla chiesa cristiana.
Trad. genseki

giovedì, luglio 17, 2008

Lucian Blaga

L'eone dogmatico II

Compariamo l'idea di sostanza prima dei filosofi greci e l'aspetto che le diede Filone. Dicevamo che Eraclito ammetteva una sostanza primaria, della quale una parte si trasforma nel mondo. Questa tesi se non la confrontiamo con l'esperienza scientifica e la consideriamo solo come un enunciato che non esige altro contorllo che quello della sua logica interna, risulta chiara e intellegibile. Gli stoici sostenevano che la sostanza primaria nella sua totalitá si converte in mondo. De è una tesi tanto chiara e intellegibile come l'altra. Non ci sono contraddizini interne nel corpo logico di questi enunciati. Ció che è perduto da un lato è guadagnato dall'altro. La simmetria interna di qeuste tesi è suffciente. Come si spiega l'attitudine di Filone? Perché egli non accettó la formula precisamente bilanciata del pensiero greco?
Formato nella concezione del monoteismo giudaico per il quale l'inalterabilitá della divinitá era una pietra angolare, debe esersi chiesto: “che razza di divinitá è mai quella che sparisce parzialmente o completamente degradandosi? Nel seno della divinitá, come egli la concepisce secondo la tradizione ebraica, non si poteva ammettere scomparsa o degradazione. Dio che si riveló ai profeti per il suo solo attributo esistenziale deve essere conservato in tutta la sua pienezza. Nel caso della divinità non restava nessuna possibilitá per parlare di diminuzione, esaurimento o frammentazione. Tuttavia Filone si trova obbligato ad ammettere l'emanazione d alcune esistenze secondarie della divinitá (per esempio il Logos). Queste esistenze secondarie possono derivare da alltra cosa che dalla sostanza primaria? Chiaramente no. Due affermazioni antitetiche si impongono quindi a Filone. Da una parte doveva ammettere una divinitá qualitatitavemente quantitativamente inalterabile e dall'altra l'emanazione da essa di esistenze secondarie. La difficoltá che avrebbe sprofondato un altro in uno scetticismo irrimediabile fu per Filone occasione di un'eroica decisione. Egli si decise per la sintesi: ci sono emananzioni della divinitá ma la divinità non è menomata da nessuna di esse. L'intelletto prese posizione cosí, per la prima volta nella storia, per accettare coscientemente una formula che, indipendentemente dalla sua relazione con la realtá, era antinomica in sè, visto che non puó essere pensata interamente nel mondo dell'astrazione logica e neppure in quello concreto.
L'idea dogmatica dell'emanazione, una volta enunciata, divenne un luogo comune dell'epoca. Gli gnostici, in genere, ammettevano un'infinitá di emananzioni della divinitá, senza che questo en significasse la polverizzazione. Un eco della stessa idea si stabilizzó in seguito anche nella dogmatica cristiana: la idea che il Figlio procede dal Padre senza che questi soffra diminuzione o degradazione non è nientaltro che un lontano ricordo della concezione di Filone relativamente all'emanazione. Il contributo di Filone all'introduzione del dogma nella coscienza del suo tempo non si limita a questo. Un'altra idea seminale di alcune importanti elaborazioni dogmatiche posteriori sorge per la prima volta nel suo pensiero. Egli ammette una serie di potenze che emanano dalla divinità; ma sostiene anche che queste potenze non spezzano la sostanza divina nella sua unitá ma restano in essa, in eterna unitá con essa. Si tratta di una nuova formula dogmatica, che contiene un conflitto di termini, irrealizzabile sul piano logico o su quello intuitivo: la separazione tra alcune esistenze derivate e l'esistenza originaria, nella quale, tuttavia, le esistenze derivate seguono relamente unite con quella originaria.
“In che maniera queste potenze formino un'unitá in Dio, questo è il grande mistero”. Filone lo ammette. Questa dichiarazione, cosí esplicita, dimostra in modo sufficiente che la sua affermazione “dogmatica” non era una contraddizione involontaria, bensí una formula, anche se contradditoria, enunciata come tale in modo cosciente. L'atto di Filone non puó essere considerato come sincretismo nel senso peggiorativo del termine, come una di quelle sintesi insensate che sorsero in quell'epoca; esso, al contrario, equivale a un'invenzine spirituale. Un'invenzione spirituale alla quale riconosciamo il merito di essere la prima manifestazione di un nuovo modo di pensare, distinto fondalmentamente distinta dai metodi precedenti. Solo il fatto che il dogmatismo trovo la sua piena e piú ricca cristalizzazione formale e di contenuto nel cristianesimo, e il pregiudizio derivato da qui che il dogma sia una manifestazione esclusivamente cristiana, impedí che Filone fosse considerato il solo pensatore dogmatico.
Si comprenderá, anche dai pochi esempi di pensiero dogmatico che abbiamo menzionato fino ad ora, che in questo saggio non considereremo il dogma nel senso che la teologia cristiana da a questa parola. Per la teologia il dogma è “formula di fede” (accettata dai sinodi ecumenici esclusivamente per pretesa rivelazione), che fa parte della dottrina della Chiesa, che superi o non l'intelletto umano. Per noi il “dogma” è, per il momento, qualunque enunciato intellettuale che in radicale disaccordo con l'intelletto postula la trasecendenza dall logica. Questo indipendentemente dal sistema metafisico in cui lo si incontra. Non condizioniamo il dogma alla sua accettazione senza controllo da parte di una comunitá. Il dogma, in quanto oggetto di questo saggio, cioé dal punto di vista puramente intellettuale, è dogma per la sua struttura interna e non per l'atteggiamento delle persone in relazione ad esso, e nemmeno per le sue relazioni con una qualsiasi collettivitá. Non si definisce per mezzo di qualche cosa di esterno ad esso. Un dogma potrebbe non essere accettato da nessun altro oltre al suo autore, e ciononostante restare un dogma per la sua struttura.. In prima approsimazione delimiteremo il dogma esclusivamente attraverso la natura del suo conflitto con le funzioni abituali dell'intelletto.

mercoledì, luglio 09, 2008

Panaït Istrati


Incontrai Panait Istrati a Mosca. Una atmosfera da accampamento militare regnava quel giorno nella citta imbandierata. Come me era stato invitato dall'Unione Sovietica alle grandi manifestazioni del decimo anniversario della Rivluzione. Non lo avevo mai visto prima, ma conoscevo i suoi racconti, pieni di passoine, di sangue, di grida di angoscia e la sua vita eroica e avventurosa.
Jorge Valsamis, contrabbandiere di Cefalonia, un uomo inquieto, un amante del pericolo, dominato dall'insaziabile piacere della marginalitá che hanno gli abitanti della sua isola, aveva conosciuto a Braila Zoitsa Istrati, una bella e robusta romena, che naturalmente battezzó con il nome di Gerassimos, tipico degli uomini della sua isola natale. Tuttavia piú tardi finirono per chiamarlo Panayotakis o Panait.

Valsamis morí quando Panait era ancora in fasce e sua madre, tenera e lavoratrice si diede da fare come serva e lavandaia per poterlo educare. Sognava di dargli un0istruzione e di sposarlo con qualche brava ragazza perché diventasse un giorno – a Dio piacendo – un buon padre di famiglia romeno.

Nelle vene del bambino peró scorreva il sangue ardente di Cefalonia. Non appena ebbe compiuto dodici anni abbandonó sua madre e cominció la sua vita di vagabondo.
Ebbe fame, si ammaló e dormì in strada. Si nascose a volte nelle stive, altre nei vagoni o sui camion e percorse cosí l'Egitto, la Svizzera e l'Italia. Lo bruciava una sete insaziabile di vivere, di vedere e di gustare tutte le allegrie e tutte le pene che l'uomo puó sperimentare su questa terra.
Nel corso dei suoi vagabondaggi legge letteratura russa,ascolta storie orientali e i racconti della mille e una notte. Lavora lo stretto necessario per non morire di fame come sguattero muratore, e, alla fine sulla costa azzurr, fotografo ambulante a Nizza.

Un giorno di gennaio del 1921, stanco della fame e del dolore, decide di uccidersi. Due anni prima aveva scritto una lettera di venti pagine a Romain Rolland, in cui spiegava la sua necessitá di ascoltare una voce amica e di stringere la mano di un vero uomo.
Incontrare un amico fu sempre il piú ardente desiderio di Istrati. Piú dell'amore, delle ricchezze e della gloria è l'amicizia che ha occupato nella sua vita e nella sua opera il posto piú importante, darsi ad un amico che si desse a lui e intraprendere insieme, inseparabili la grande avventura della vita. Spesso era caduto in questa dolce trappola, gli amici, peró, lo avevano tradito e Istrati si era trovato solo nel deserto umano. Disperato, scrisse, quindi al suo padre spirituale, che stava in piedi, solitario, puro, nel bel mezzo delle passioni che ardevano in Europa. Romain Rolland non rispose. Fu allora che Istrati decise di suicidarsi. Si taglia la gola inun giardino pubblico di Nizza, la folla si stringe attorno a lui. Lo portano all'ospedale, Dopo una lunga lotta con la morte si riprende. Quindici giorni dopo senza aspettare la sua completa guarigione la direzione lo caccia fuori dall'ospedale. Nel suo portafoglio avevano trovato una lettera diretta al quotidiano francese “L'Humanité”, in cui, alcune ore prima del suicidio, salutava la russa e il nuovo mndo che sarebbe nato da essa.. Quando la polizia francese ebbe conoscenza di questa lettera ordinò di espellere dall'ospedale questo pericoloso rivoluzionario.

Panait si trova di nuovo in strada, ma questa volta è felice, perché finalmente ha ricevuto la risposta di Romain Rolland che lo invitava a non scrivere piú lettere ma romanzi.
Incoraggiato, Panait andó a Parigi. Un compatriota ciabattino, Ionescu, lo raccoglie, lo sistema in soffitta e gli procura il cibo e il necessario per scrivere.
Qualche mese piú tardi nasce Kyra Kyralina. Libro pieno di passione, di indifferenza, di amore sfrenato della vita, libro allegro e dolce come un corpo umano.
... Kyra Kyralina sgorgó come il grido di una gola che arde.
Romain Rolland salutó Panait Istrati come “Gorki del Balcani”.

Nikos Katzanzakis
Dal Monte Sinai all'Isola di Venere.
A cura di gnseki

martedì, luglio 08, 2008

Zorba


Quando tutto fallisce è un immenso giubilo mettere alla prova il nostro cuore per saggiarne la resistenza e il coraggio!
Un invisibile, onnipotente nemico - alcuni lo chiamano demonio de altri Dio – sembra gettarsi su di noi con l'intenzione di annientarci. Ma noi non ci lasciamo annientare.
Ogni volta che riusciamo ad essere vincitori nel nostro intimo anche se completamente vinti agli occhi del mondo esterno assaporiamo un indescrivibile, orgoglioso gaudio. Le calamitá si sono trasformate in una felicitá suprema e inalienabile.

Nikos Kazantzakis
Zorba il Greco

A cura di genseki

lunedì, luglio 07, 2008

George Enescu -

Lucian Blaga


L'eone dogmatico

Il periodo storico conosciuto come ellenismo ci da le prime chiavi sulle origini del dogma. Torniamo per un istante a quella grande vigilia dell'era cristiana Ció che soprattutto caratterizza l'ellenismo è una sconcertante fusiono di correnti spirituali. La filosofia greca uscí fuori di sé, si fece estranea a se stessa, si tradí per sperimentare avventure simbiotiche con le piú diverse dottrine e mitologia asiatiche. Il pensiero ellenico perse quell'istinto di conservazione grazie al quale si era difeso in splendido isolamento durante secoli di invasioni barbariche e cominció ad apprendere la virtú dello smarrirsi nell'alteritá. Asia Minore de Egitto si convertirono in terre miracolose di interferenze culturali, di avvicinamenti e di sintesi. La astrazione e la precisione europee si unirono con l'immaginazione e i principi negatori del limite tipici dell'Oriente. Vaghi echi indiani intorno all'unitá suprema, drammatico dualismo persiano, profonda e penetrante mitologia babilonica, messianiche visioni ebraiche, occultismo egizio radicatonell'oltretomba, la rotonda e plastica “idea” greca, convergono qui sotto il segno dell'ellenismo in cerca di una lega di qualitá superiore. Tutte le visioni sul mondo e la vita si erano sviluppate de erano fiorite fino ad allora in relativo isolamento. DA un lato le idee chiare di Platone, dall'altro il mito della caduta dell'uomo nel peccato. In una geografia l'idea sulla lotta permanente tra il bene de il male. In un popolo la speranza nella nascita di un savatore del mondo,in un latro il presentimento di una grande identitá comune riferita a una esistenza suprema, unica. Come per un incantesimo indecifrabile, la differenza tra i prodotti del genio locale di tre continenti era scomparsa. Apollo acquisisce attributi barbarici e gli dei solari della Mesopotamia aggiungono al loro blasone elementi greci. La purezza stilistica delle creazioni filosofiche, mitiche e religiose delle nazioni piú diverse si perde. I pensieri soffrono cosí, dal punto di vista formale e organico, una degradazione, peró si arrchiscono, soprendentemente sul piano del significato. Forze fino a poco prima ostili sentono di colpo il desiderio di conoscersi reciprocamente, di allearsi, dirafforzarsi in nuova unitá. I segreti delle dottrine esoteriche, gelosamente nascosti dagli iniziati, cessano di essere indovinelli insolubili, per convertirsi in un bene piú o meno comune, che circola da tutte le parti come la moneta con l'effigie del cesare. Interpreti perspicaci, grandi maestri di analogia, scoprono affinitá e sommetrie laddove l'occhio normale poteva captare solo differenze e divergenze. Alessandria osserva cone raffinata sorpresa somiglianze tra gli insegnamenti rivelati e i risultati del pensiero “naturale. L'ellenismo è nuovo, rispetto alle epoche passate proprio per questa passione prima sconosciuta per il senso che si nasconde dietro ogni fenomenologia spirituale. Se si cerca il contenuto il seme si separa dal guscio, il contenuto dalla confezione, l'essenza dalla forma accidentale. L'operazione si applica principalmente ai prodotti della mente umana, ai “miti” e alle “idee”. Il risultato generale di questo processo è la riduzione a un denominatore comune dei pensieri espressi e occulti in fondo a tante icone, secondo le circostanze, il tempo e il luogo. Si scopre cosí che un qualunque dio asiatico, sebbene con un volto distinto, è identico a un dio greco o egizio, e che Mosé ebbe pensieri socratici o al contrario. Questa pratica di ridurre un'idea, un mito o una metafora al senso, contribuisce enormemente alla sua circolazione e alla sua diffusione. Liberate dal peso dell'accidentale, le idee, i miti e le metafore viaggiano sfidando le barriere dei tempi passati. L'osmosi tra di loro si intensifica. La coscienza del solitario si arricchisce con la coscienza dei vicini dai quali era stato separato non soltanto da mari e da deserti, ma anche dalla differenza organica tra una coscienza etica e l'altra. Si perse certament l'ingenuitá animica di prima e forse anche l'intensitá dell'esperienza immediata. Il mito diventa allegoria. La visione si converte in idea. Tutto quello che era manufatto plastico tende a sublimarsi in astrazione. Attraverso la mediazione del “senso” che puó prendere, senza perdersi, tante forme differenti la conversione del mito in pensiero astratto si realizza senza difficoltá. L'astrazione a sua volta si trasforma, percorrendo in qualche modo: i concetti si incarnano e acquisiscono qualitá concrete, aspetti di semi-esseri e anche di esseri come il Logos. In questa atmosfera satura di visioni e di pensiero, di speranze sorge il mito cristiano, che accetta tutte le modifiche che un mito doveva soffrire: nato dall'esperienza immediata si complica allegoricamente e poi si associa con l'astrazione filosofica. Tuttavia, perché c'è un “tuttavia” in questo impressionante processo di amalgama, le simmetrie non sono cosí nitide e neppure cosí evidenti come sarebbe piaciuto al pensatore ellenistico. Ci sono anche, tra dottrine e dottrine, tra miti e miti alcuni elementi insuperabili di non corrispondenza. Ponti gettai su precipizi restano sopsesi, senza poter riempire lo iato aperto tra pensiero e pensiero. Nonostante lo sforzo perseverante dell'intelletto, questo non riesce a portare a compimento l'ultima sintesi. Attraverso la tensione irrisolta tra “elementi” e “veritá” dell'ellenismo si va preparando poco a poco il terreno per il dogma. Il dogma suppone cosí, nelle sue complicate origini storiche, una certa crisi di significato plurale, dell'intelletto.All'intelletto che aveva dimostrato apertamente i suoi limiti nel fallire tentando ques'ultima sintesi, si imponeva, almeno in certa misura, una rinuncia a se che tuttavia non debe essere interpretata come un totale abbandono di sé e neppure come un rifugio nella fede. È certo che anime tormentate dai dubbi si rifugiarono nella fede, ma l'intelletto, considearo in se non fu annullato, fuggí da sé in formule che, per la loro struttura, restano inaccesibili alla logica. Niente di piú. Che queste forme apparissero talvolta su uno sfondo di credenza e di esperienza religiosa, è altra cosa.
In queste pagine affrontiamo il problema del dogma solo dal punto di vista dell'intelletto e della teoria metafisicam separato da ogni implicazione religiosa.
...
Circoscriviamo cosí rigorosamente la nostra analisi alla struttura puramente intellettuale del dogma. Non dobbiamo perdere di vista il fatto che il dogma anche se suppone, in certa misura, che resta da determinare con piú precisione, una rinuncia all'intelletto si formula ugualmente su di un piano intellettuale. Comunque, non puó essere separato in astratto come una qualsiasi formula metafisica, e trattato come tale esclusivamente dal punto di vista intellettuale. Riducendo il dogma al solo suo aspetto intellettuale non vogliamo nemmeno affermare che, in quanto simbolo religioso esso non presenti anche alcuni aspetti che non siano di natura intellettuale. Questi aspetti legati piú alla forma che al contenuto ci permettiamo di ometterli giacchè soffermarci su di essi renderebbe inutilmente piú difficile il nostro sforzo.
...
Filone di Alessandria, considerato un sincretista come molti altri della sua epoca, ci pare un pensatore decisivo ai fini di questa analisi. Il giudeo Filone, nel suo conflitto con la filosofia greca, cerca per la prima volta di adattare la mitologia ebraica a alla filosofia greca su una base piú ampia, lasciando suggestioni decisive per analoghi tentativi posteriori. Ma non é l'unico merito della sua opera. Egli è il primo pensatore – per quanto possiamo giudicare – che propone enunciato di struttira chiaramente dogmatica. A un sincretismo che consiste in giustapposizioni di elementi disparati in unitá fittizie si dedicarono molti altri. Lo praticavano tutti gli ellenisti che si dilettavano dell'orgia variopinta delle analogia ... peró ... nella sua dottrina incontriamo anche alcune idee capaci di illuminare una coincidenza. La storia dell'idea di emanazione è esemplare. Si sa che Eraclito e con lui, piú tardi gli stoici, ammette nella sua metafisica l'esistenza di una sostanza primaria “divina” concepita come materia e spirito contemporaneamente. Secondo Eraclito, per un processo di differenziazione parte della sostanza primaria si convertí in “mondo”, per gli stoici, tutta la sostanza primaria si converte nel “mondo. Filone di Alessandria distanziandosi dai pensatori greci, diede a questa idea di sostanza primaria un aspetto dogmatico. Egli affermó che dalla sostanza primaria emanano esistenze secondarie senza che per questo essa soffra diminuzione. Proponendo questa formula, Filone intese perfettamente la responsabilitá che si assumeva, ma non si res conto, e non poteva rendersen conto, dell'importanza storica della sua iniziativa.
Il dogma era nato e in seguito si temprará – cristallo misterioso sempre piú sfaccettato – in un incendio estatico che durara un eone intero.
Trad. genseki

mercoledì, luglio 02, 2008

Il linguaggio e il reale

È con il linguaggio che gli uomini entrano nella morte.
Vivere è sfinire le parole.
Dissanguare il senso possibile di ogni discorso.
Fino a che non resti che un grido plurale: inarticolato. Il grido da cui sgorga l'Animale, perfetto nel suo "eterno ultimo istante".
Schiumante d'impermanenza.
Immortale

genseki

lunedì, giugno 16, 2008

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pippa bacca

shin jin datsuraku
"Deporre corpo mente"
Eihei Dogen

L'immagine della prima pagina del sito di pippa bacca è molto bella. Almeno io la trovo molto bella. La sua foto vestita da sposa migratoria, invece, mi fa rabbia. La prima impressione che da è quella di un'ingenuitá militante, di un disarmarsi violento.Il vestito da sposa è una anti-lorica. Un talismano inverso.C'è una smorfia di sfida infantile nel volto che appare in tutto quel bianco.Proserpina, tuttavia, va sposa alla casa di Plutone. Il viaggio di pippa bacca è un viaggio antiorario, va dalla merce-ragione al mito. L'arte è una sostanza intessuta di morte, una pasta che la morte fermenta e capita che l'artista la incontri in forme diverse, impreviste ma cercate, sul suo cammino. Così è stato per pippa bacca. La cui figura è tanto lontana dal mio immaginario, la cui rivelazione tanto vicina al mio cuore. Un mondo che sia davvero umano è ancora lontano. Come possiamo sopportarlo? Un mondo dove la negazione sia gioco e creazione ci appare insopportabile, a fulminarci basta il súbito bagliore della sua possibilitá dalla soglia dischiusa dell'informazione. Ed ecco il coro informe, quello si infernale, di coloro che accusano la stupiditá e l'ingenuitá dell'artista e dei suoi piú intimi: - è colpa sua, del suo esibizionismo irresponsabile, della sua cecitá, della sua ingenuitá idiota. È come il sospiro di sollievo di coloro che non possono sopportare nemmeno l'idea che il mondo non sia l'inferno, che la speranza possa affrontare il male, che si possa vivere per progettare l'esistenza. É il sospiro di sollievo di quelli che per stare tranquilli hanno bisogno di una conferma: la conferma che vivono e possono continuare a vivere nella routine dell'osceno; che chi depone il corpo e lo spirito in disarmata speranza è il vero nemico, l'imperdonabile, l'imperdonato.
genseki

giovedì, giugno 12, 2008

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Inni e dinastie

L'Imperatore Giallo classificó i funzionari in "Nuvole" di diverse categorie.
L'Imperatore vide in sogno due dragoni che gli presentavano un disegno, si purificó con l'astinenza, poi si recó sulla riva del Fiiume Giallo. Improvvisamente un pesce-tartaruga gigantesco, risalendo la corrente si presentó a lui. L'Imperatore, prosternatosi copió il disegno che il pesce portava sulla schiena... Fece poi costruire un osservatorio che affidó ad alcuni ufficiali incaricati dei cinque grandi compiti: osservazione del cielo, calcolo del calendario, ispezione del vento, delle nuvole e delle emananzioni terrestri. È da allora che si registrano i fenomeni metereologici, che sono i segni attraverso i quali il cielo istruisce gli uomini. - L'Imperatore fece comporre il ciclo di sessanta anni, per contare gli anni. Fissó le leggi dell'aritmetica, da cui derivarono i toni musicali, le misure, i volumi e i pesi. Creó la gamma; fuse, per fissarla, dodici campane del diapason, che davano i dodici toni fondamentali; alla fine compose l'inno del suo regno, intitolato: "I Laghi"

*

Essendo apparsa la Fenice, l'Imperatore Shaohao classificó i suoi funzionari in Uccelli di diversi gradi. L'inno del suo regno fu intitolato "L'Abisso". Il suo governo fu troppo bonario, nove mebri del potente clan Li, feudatari di allora, misero disordine negli usi e negli insegnamenti antichi. Shaohao, troppo debole non seppe reprimerli. Allora il popolo si mise a temere gli Spiriti e i Mostri, a servirsi di stregoni nelle proprie case; ci si inebriava di oblazioni illecite. Shaohao morí dopo aver regnato 84 anni. Fu sepolto nella localitá di Yunyang (nuvole e sole) presso la sua capitale e ricevette il nome di Yunyangshi (Imperatore di nuvole e sole).
a cura di genseki

domenica, maggio 04, 2008

La forza mostruosa dell'intelletto

La forza mostruosa dell'intelletto ... (nel linguaggio) ..., fonda la separazione degli elementi e fondandola si fonda su di essa, all'interno di un mondo formato da entitá separate e nominate. Ma facendo questo l'animale umano incontra la morte: e precisamente la morte umana, la sola che spaventa, che raggela, ma soltanto l'uomo assorbito nella coscienza della sua scomparsa futura, in quanto separato e insostituibile; la unica vera morte, quella che suppone la separazione e, a causa del discorso che separa, la coscienza di essere separato - questi testi che ho un po' ricucito dalla Fenomenologia mi pare siano il commento filosico dettagliato di queste note, la loro traduzione in parole e in concetti, la chiave del loro mistero e del loro orrore.
genseki

venerdì, maggio 02, 2008

Fuçûç el-Hikam

Il credente loda soltanto la divinitá che è compresa nel suo credo e a questa aderisce: egli non puó compiere alchun atto che no lo riconduca a se stesso, e allo stesso modo nulla vi è ch'egli lodi senza lodare se stesso. Perché è indubbio che chi loda l'opera ne loda l'autore; la bellezza e la sua assenza ricadono sull'artefice. La divinitá nella quale si crede è plasmata da colui che la concepisce, essa è quindi la sua opera, la lode rivolta a ció che crede è l'elogio diretto a se stesso. Proprio per questo egli condanna qualsiasi credo differente dal proprio; se egli fosse giusto non lo farebbe, ma lo fa, perché resta fermo su di un particolare oggetto di adorazione, è chiaramente nell'ignoranza e per tale motivo il suo credo in Dio implica la negazione di tutto quanto è diverso da esso: se conoscesse il detto di Junaid - Il colore dell'acqua è quello del suo recipiente - consiglierebbe a ogni credente di credere a ció che egli crede, conoscerebbe Dio in ogni forma e in ogni oggetto di credenza, e per questo Allah ha detto: "Io sono conforme all'opinione che il mio servo ha di me". Cioè io gli appaio nella forma del suo credo, se vuole puó ampliarlo oppure ridurlo. La divinitá in cui si crede assume i limiti del credo ed è questa la divinitá contenuta nel cuore del servo; la Divinitá assoluta non essendo contenuta in nessuna cosa perché essa stessa è l'essenza delle cose e contemporaneamente anche la sua essenza.

Ibn Arabi
Fuçûç el-Hikam

giovedì, maggio 01, 2008

Wan Xiaoli II

Le cose sono migliori di quello che pensi.

Questa è un'altra canzone di Wan Xiaoli, non quella che ho tradotto qui sotto che non la ho trovata.
genseki

Wan Xiaoli

Il linguaggio degli uccelli

È la sola persona al mondo
Che comprende il canto degli uccelli
E dentro di lui cresce il desiderio
Di diventare un uccello
Dopo la sua morte
Non importa che tipo di uccello
Se un passero, una rondine o un aquila
Un pavone, una fenice o un corvo
Ogni giorno che passa lo rende
Un poco piú felice
Perché conosce meglio
La lingua degli uccelli.
Quelli che passano
Davanti alla sua finestra
Ascoltano il suo canto
Di passero, di rondine, di aquila
Di pavone, di fenice o di corvo
Nel sogno egli danza per il vento
Vola nella regione di bellezza
Nella luce dorata, dopo la pioggia
Si nutre del fragile profumo della terra
Un giorno ci fu nel cielo una danza di ali
Il sole del crepuscolo tingeva di rosso la grande terra
Tutti gli ucceli parlavano un'altra lingua
Che fino ad oggi nessuno ha saputo comprendere.

Wan Xiaoli
Trad. genseki

lunedì, aprile 28, 2008

Abd al-Qadir as-Sufi

Ti è stato detto: "c'è un fuoco nella foresta".
Lo hai raggiunto, quel fuoco, nel bel mezzo della foresta. Ora lo vedi.
Sei tu il fuoco nella foresta.

trad. genseki

domenica, aprile 27, 2008

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Maya Jie e l'Imperatore


Maya Jie, quando va a dormire, colloca nel sue letto tutte le sue bambole: un pappagallo di pezza di quattro colori: giallo,verde, rosso, nero, una scimmietta dagli arti lunghissime e le mani adesive, due “muñequitas” cinesi, con un visetto pallido, pallido, due bambolloti, anch'essi cinesi, che a peró stanno sempre nudi e si chiamano Tchop-po e Tchop-pa, un orso con una cicatrice sul volto che gli infligge un'emorragia severa di ovatta e che si chiama Ghetto, un'altro orso pancione e pieno di macchie, un gattino che una volta aveva il pelo bianchissimo. É la famiglia di Maya Jie che la accompagna nel viaggio in quel grande oceano che è la notte per una bambina. Nel lettino ci mette anche i suoi libri e i suoi puzzle preferiti e lascia la porta aperta per sentire il respiro della mamma e qualche parola ovattata.

*

L'imperatore Qin Shi Huangdi entra nel regno dela morte, nella sua ultima dimora colloca tutti i suoi soldati, i suoi cavalli, le sue spade, le picche, le frecce di Qin che oscurano il cielo, le sue mogli dalle lunge maniche, le linee degli esagrammi, i fiumi che solcano il suo regno, i pennelli e l'inchiostro rosso, i sigilli di pietra, i dischi di lacca, un leone che artiglia un globo e un leone che artiglia un cucciolo, le colline e le risaie e le case lontane dei contadini. Tutte queste cose saranno rinchiuse nella dimora di Qin Shi Haungdi, quando Qin Shi Huangdi entrerá nella dimora della sua morte.

*

Editto Funerario

Io, l'Imperatore ordino la mia sepoltura: questa montagna ospitale, felice è la campagna che protegge. Vento e acqua nelle vene della terra e le pianure del vento sono propizie. Gradevole questa tomba. Sará mia.

Chiudete dunque la valle con qiuntuplice arco. Chiunque vi penetri sará nobilitato.

Prolungate il viale d'nore: - animali, mostri, uomini.

Edificate lassù l'alta fortezza merlata. Scavate nel momte la solida grotta.

Forte è la mia dimora. Vi penetro. Eccomi, Chiudete la Porta, murate lo spazio davanti ad essa. Sigillate il sentiero per i viventi.

Non ho desiderio di ritornare, non ho rimpianti, non ho fretta né fiato. Non soffoco e non piango. Regno con mansuetudine.Il mio palazzo è comodo e oscuro.

Piacevole è la morte e nobile e dolce. Si abita bene nella morte. Abito nella morte e me ne compiaccio.

Tuttavia lasciate che prosperi laggiú quel piccolo villaggio contadino. Voglio fiutare il fumo dei suoi fuochi serali.

Ascolteró parole.

Victor Ségalen (Stèles) trad. genseki

giovedì, aprile 24, 2008

Because the Night

Per dire dela notte
Cerca parole di cenere
Parole di sale
Parole dalle grandi ossa
Corte e robuste.

Per dire della notte
Cerca parole secche
Parole appassite
Tra pagine di quotidiano
Cerca parole lontane
Lontane dal latte
Che non possano
Suggerirne
Neppure le gocce.

Per dire della notte
Cerca parole cave
Parole lacustri
Parole barattolo.

Per dire della notte
Se ne vuoi dire
Ancora
Cercane parole
Ultime

Come corolle
Screpolate.

genseki

domenica, aprile 20, 2008

Gaber Vallejo - Paco G.

Il brano dei pesci di Paco Yunque mi ha fatto ritornare alla mente il Signor G. che ascoltai alla televisione ai tempi studiosi del ginnasio.
Il pesce fu il simpbolo per indicare Cristo nel cristianesimo catacombale. In fondo Il Signor G e Paco Yunque hanno qualche cosa di cristico. Certamante sono pesci fuor d'acqua.
genseki

PACO YUNQUE

Nel mio salotto i pesci non muoiono mai

Farina si voltó a guardare Grieve e il Grieve mostró i pugni anche a lui, borbottando non so che cosa, di nascosto dal maestro.
Signor Maestro – gridó Farina – 'sto Grieve mi sta mostrando i pugni.

Il maestro disse:
- shhhht! Silenzio, vediamo un po'! Adesso parliamo dei pesci e poi faremo un esercizio scritto su un foglio di quaderno, e poi mi darete la copia perché la corregga.Voglio vedere chi fará l'esercizio piú bello per scrivere il suo nome nel quaderno d'onore della scuola come l'alunno migliore del primo anno. Mi avete sentito bene? Faremo lo stesso che abbiamo fatto la settimana scorsa. Proprio come abbiamo fatto la settimana scorsa. Dovete fare molta attenzione. Dovete copiare bene l'esercizio che sto per scrivere sulla lavagna. Avete capito bene?
Gli alunni risposero in coro:

- Sissignore!
- Molto bene – disse il maestro – Vediamo un po', parleremo dei pesci.

Diversi bambini volevano parlare e il maestro disse di parlare a uno degli Zumiga.

Signore – disse Zumiga -: sulla spiaggia c'era molta sabbia. Un giorno ci siamo messi nella sabbia e abbiamo trovato un pesce quasi vivo e lo abbiamo portato a casa e è morto per strada...

Humberto Grieve disse:

-Signor Maestro: io ho raccolto molti pesci e li ho portati ha casa e li ho iberati nel salotto e non muoiono mai.

Il maestro domandó:

- Ma lei li tiene in qualche vaso pieno d'acqua?
- No, signore. Stanno liberi. In mezzo ai mobili.

Tutti i bambini scoppiarono a ridere.

Un bambino magrolino e pallido disse:
- Bugie Signor Maestro. Il pesce muore subito, quando lo tirano fuori dall'acqua.

No, Signore – diceva Humberto Grieve – nel mio salotto non muoiono. Il mio salotto è molto elegante. E il mio papà mi ha detto di portare i pesci e di lasciarli liberi tra le sedie.

Paco Farina moriva dal ridere. Gli Zumiga pure, il ragazzo biondo e grasso con la giacca bianca e l'altro ragazzo dalla faccia rotonda e dalla gacchetta verde, ridevano rumorosamente. Che ridicolo Grieve! I pesci in salotto! Tra i mobili! Come uccellini! Che balle contava Grieve. Tutti i bambini esclamavano insieme contorcendosi dalle risate:

- Ah!Ah!Ah!Ah!Ah! Bugie Signor Maestro Ah!Ah!Ah!Ah! Bugie!Bugie!

Humberto Grieve si arrabbiava perché non credevano a quello che raccontava. Tutti lo prendevano i giro per quello che aveva detto ma Grive si ricordava che aveva portato a casa due pesciolini e li aveva mollati nel salotto e erano rimasti li molti giorni e lui li toccava e si muovevano. Non era sicuro se fossero vissuti a lungo o fossero morti subito, perño voleva che credessero a quello che diceva. In mezzo alle risate di tutti disse a uno degli Zumiga:

- Sicuro, il mio papà c'ha tanti soldi. E mi ha detto che mi farà portare a casa tutti i pesci del mare. Tutti per me. Per giocarci. Nel salotto buono.

Il Maestro disse alzando la voce:
- Bene! Bene! Silenzio! Certamente Grieve non si ricorda bene. I pesci muoiono quando...
I bambini continuarono in coro
- ... si itrano fuori dell'acqua.
-È proprio cosí - , disse il maestro.

Il bambino magro e pallido disse:
.Perché i pesci hanno la mamma nell'acqua e se li tiri fuori, poi, restano senza mamma.

- No, no, no! . Disse il maestro. I pesci fuori dall'acqua muoioni perché non possono respirare. Prendono l'aria che sta nell'acqua e quando escono fuori non possono assorbire l'aria che si trova fuori dall'acqua.

- Perché sono giá come morti – disse un bambino.

Humberto Grieve disse:
- Il mio papà può dargli aria anche in casa mia, perché ha abbastanza soldi per comprare tutto.

Il bambini vestito di verde disse:

- Anche mio padre c'ha molti soldi.
Anche mio padre – disse un altro bambino.

Tutti i bambi i dissere che i loro papá avevano molto denaro. Paco Yunque non diceva niente e stava pensando ai pesci che morivano fuori dell'acqua.
trad genseki

mercoledì, aprile 16, 2008

Tibet

Victor Ségalen

XII

A me Thibet, Aiuto! Aiuto! A me! Ecco l'ostacolo imprevisto
Ecco la frontiera del finito.
Occorre passare. Devo passare, malgrado tuto il peso delladisfatta,
Varcare il grande fiume dell'Infinito.
Tasto con il piede la ta falesia e questa faglia terrestre;
Questo ponte che si inarca tra il cielo e l'inferno:
Ha solide balaustre oppure è tessuto d'aerei ricami?
È un sentiero di tavole cerchiate di ferro?
È tronco che sfugge sotto il piede o guado profondo con otri gonfi d'aria?
Sul bacino torrentizio del TA-KIANG,
Oppure si tratta di un getto inventato a misura del misterioso flusso poderoso
Che i Brahamani chiamano Brahmaputra?
Scivola leggero come un cavo unto burro
O si slancia come freccia prigioneira?
Infine si tratta forse del vertiginoso ordigno, che va e vieno, come un pendolo?
Se non lascio la presa - sprofondo - al momemto voluto
Tempo pulsatile,
In questo sudario fluviale.

trad genseki

martedì, aprile 15, 2008

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Tibet

Victor Ségalen
Tibet
Odi

IX

Nel rumore, nella nebbia grigia, nella vergogna
Ovattata, terrosa e sordida
Invoco la tua immensa acconciatura
Orecchini di metallo pregiato e di pietre fatte di te
A coprire il seno della tua pellegrina
Giovinetta con lórica d'argento, coronata, serto e diadema
Indossati con cura
Tibet, Dea Incastonata,
Io ti soppeso ti sorrido come un mercante del Ladak, che sbava
Sulla sua preda risplendente,
Molto piú avaro di lui
Con entrambe le mani stringo le mie ricchezze: i tuoi metalli
e le tue pietre... i tuoi monti, i tuoi laghi e le tue rocce...
Che d'ora innnanzi mai piú
Si possa pensare a te o pronunziare in un grido: “Tibet!”
Senza udire tra le orecchie l'impietoso tichettío di questa parure cesellata,
Sequela delle mie parole gemme,
Pietre mie incastonate miei cristalli tintinnanti in cascata
Che senza alcun timore dell'opera mia,
Minuscolo, in basso, ma non annullato, né troppo umiliato,
Si possa ancora decifrare il mio nome nell'angolo.

**

X

Figlia della terra, figlia dei monti, Signora di un corpo sfinito.
Fatica – ecco l'ora d'ebrezza
Che l'oscuro cantore Indú distilli dalla sua erba pepata
Il liquido pio, ardente e astuto,
Sacrificio e sacrificatore dio.veleno in girandola scoppiettante...
Bevo la tua fatica idolo mio.
Su di un ritmo preparatorio l'incantesimo: “O mortaio! O pestello!
Strumenti d'ebbro sacrifizio
Servitori in marcia ondeggianti in quotidiano supplizio,
O ginocchia, o piante, o talloni!
Spremete e estraete dalla mia carne oh! Il solo succo che le dia vigore:
Succhiate la mia mandragora umana:
Schiacciate, calpestate e vendemmiate l'offerta a te solo Re-Thibet
Bestiame abattuto con una sola mazzata!
Gregge ansimante delle mie membra: devozione mai sopita
La mia pelle si svuota della mia vita
La riconosco e la appendo come dono per te
Con un solo veto
Qual trofeo
Il solo dono del mio essere morente.

Trad genseki

venerdì, aprile 11, 2008

Orazione metasemantica



Ah prato-Dio guàzzero d'azzigli

Accoglici nei lénuli ripagni

Fufurra in eucaristici bisbigli

I fògani, gl'idraschi, i lupidagni.



F. Maraini

Prato

da: "La gnosi delle Fanfole"

giovedì, aprile 10, 2008


La danza di Siva

Dio, diventato materia, si è dilatato nella magnificenza e nella mutua circolazione delle formazioni, diviene consapevole dell'espansione, della perduta puntualitá, si adira per questo. Egli trova il suo essere riversato nella totalitá senza pace nè riposo, dove non c'è nessun presente, ma uno sconfinare desolato oltre i limiti che si vanno riformando ogni volta che sono stati superati.

Questa ira ... è la distruzione della natura ..., è uguamente un andare assoluto dentro se stesso, un divenire verso il centro. In questo centro l'ira divora le sue forme dentrodi sè, ... le loro ossa vengono allora triturate e la loro carne macerata nel flusso che ne consegue.
Hegel

a cura di genseki

sabato, aprile 05, 2008

Il grido di Ivan Ilich


Che cos'è la parola assoluta? Che cosa ne è del discorso completamente terminato? Il discorso che ha esaurito in sé tutte le proprie figure storiche ed è ritornato su di sé non puó essere definitivamente considerato che come una lingua morta?
Queste sono le domande che si pone Agamben nel saggio “Sé. Assoluto, Ereignis” analizzando questi concetti nella prospettiva della Fenomenologia hegeliana e della lettura che di essa da Heidegger.
Prosegue con una citazione dalla Scienza della Logica:

“La logica esprime l'automovimento dell'idea assoluta come la parola originaria che è un profferire, ma che appena profferita svanisce inmediatamente, mentre ancora è. La idea resta, pertanto, solamente in questa autodeterminazione di percepirsi, resta nel puro pensiero, dove la differenza non consiste ancora nell'essere altro, ma che invece è e resta perfettamente trasparente a se stessa”.

Come è possibile concepire una parola originaria che una volta pronunciata, inmediatamente si dissolve? Si domanda Agamben. E continua domandandosi ancora se si puó trattare di una parola che si fa voce puramente animale, che l'uomo emette emette senza mediazione così come gli uccelli il loro canto o l'asino il suo raglio.
Egli avanza anche l'ipotesi di considerare questa parola finale come una glossolalia nel senso paolino, una parola antichissima che ha esaurito qualunque capacitá di significazione ulteriore fino a implodere, a farsi interna a se stessa, a diventare inconcepible.
Tale parola non è quella cui si riferisce Lacan quando ci domanda che cosa resta del significante che ha perduto qualsiasi significato?
C`è un testo, credo, in cui questa parola, la parola Assoluta, la parola Originaria è vissuta.
Si, è vissuta come un avvenimento, nella sfera dell'esistenza come l'esperienza cosciente della propria morte:

“A a partire da quel momento cominció un ululato che duró tre giorni, un ululato tanto atroce che non era possibile udirlo senza spaventarsi attraverso due porte. Nello stesso momento in cui aveva risposto di si a sua moglie, Ivan Ilich aveva compreso che era perduto. Che non v'era ritorno possibile che era giunta la fine, la fine di tutto e che tutto i suoi dubbi restavano irrisolti, continuavano ad essere dubbi.
“Oh, oh, oh”, gridava in varie tonalitá. Aveva cominciato gridando non voglio e aveva continuato gridando con la sola lettera O.
Questi tre giorni durante i quali il tempo non aveva significato per lui stette resistendo in quel sacco nero verso il quale lo spingeva una forza invisibile e irresistibile. Resisteva come resiste un condannato a morte nelle mani del boia, sapendo che non puó salvarsi; e ad ogni minuto che passava sentiva che nonostante tutti
i suoi sforzi si avvicinava sempre di pi´´u a ció che tanto lo spaventava. Aveva la sensazione che il suo tormento derivasse dal fatto di venire spinto verso quel buco nero e ancor di più dal fatto che non poteva entrarvi senza sforzo. La causa che gli impediva di entrarvi era la convinzione che la sua vita era stata buona, questa convinzione lo tratteneva, non lo lasciava avanzare, era il peggior tormento...”

Il grido di Ivan Ilich è la sua parola Assoluta, la sua parola originaria, la parola che ha esaurito tutti i significati possibili dell'esperienza. E`il significante nel momento dell'abbandono di ogni ulteriore possibilitá di significazione. Il grido di Ivan Ilich è la vita che si fa trasparente a se stessa proprio nel momento, qui si tratta di due ore prima, della propria morte. La vita di Ivan Ilich è la parola pronunciata che svanisce non appena è pronunciata, mentre ancora è. La luce che Ivan Ilich scorge è la pura trasparenza della vita come idea.
genseki

sabato, marzo 22, 2008


Carilda Oliver Labra

Ti dico adddio, follia dei miei trent'anni
Baciato in luglio con la luna piena
Nella stagione dei gigli e della pena
Addio, mia benda per curare i danni.
Addio, mia scusa, mio disordine bello,
Tenero allarme, mio sconoscente frutto:
Tu astro passeggero del mio lutto,
Tu speranza di tutto pel mio collo.
Addio ragazzo dalla presenza corta;
Addio garzone adetto alla mia aorta
Tristissimo giocattolo violato
Addio verde piacer, falso delitto;
senza grido ne gemito relitto.
Addio mio sogno giammai abbandonato.

Trad. genseki
*