domenica, maggio 04, 2008

La forza mostruosa dell'intelletto

La forza mostruosa dell'intelletto ... (nel linguaggio) ..., fonda la separazione degli elementi e fondandola si fonda su di essa, all'interno di un mondo formato da entitá separate e nominate. Ma facendo questo l'animale umano incontra la morte: e precisamente la morte umana, la sola che spaventa, che raggela, ma soltanto l'uomo assorbito nella coscienza della sua scomparsa futura, in quanto separato e insostituibile; la unica vera morte, quella che suppone la separazione e, a causa del discorso che separa, la coscienza di essere separato - questi testi che ho un po' ricucito dalla Fenomenologia mi pare siano il commento filosico dettagliato di queste note, la loro traduzione in parole e in concetti, la chiave del loro mistero e del loro orrore.
genseki

venerdì, maggio 02, 2008

Fuçûç el-Hikam

Il credente loda soltanto la divinitá che è compresa nel suo credo e a questa aderisce: egli non puó compiere alchun atto che no lo riconduca a se stesso, e allo stesso modo nulla vi è ch'egli lodi senza lodare se stesso. Perché è indubbio che chi loda l'opera ne loda l'autore; la bellezza e la sua assenza ricadono sull'artefice. La divinitá nella quale si crede è plasmata da colui che la concepisce, essa è quindi la sua opera, la lode rivolta a ció che crede è l'elogio diretto a se stesso. Proprio per questo egli condanna qualsiasi credo differente dal proprio; se egli fosse giusto non lo farebbe, ma lo fa, perché resta fermo su di un particolare oggetto di adorazione, è chiaramente nell'ignoranza e per tale motivo il suo credo in Dio implica la negazione di tutto quanto è diverso da esso: se conoscesse il detto di Junaid - Il colore dell'acqua è quello del suo recipiente - consiglierebbe a ogni credente di credere a ció che egli crede, conoscerebbe Dio in ogni forma e in ogni oggetto di credenza, e per questo Allah ha detto: "Io sono conforme all'opinione che il mio servo ha di me". Cioè io gli appaio nella forma del suo credo, se vuole puó ampliarlo oppure ridurlo. La divinitá in cui si crede assume i limiti del credo ed è questa la divinitá contenuta nel cuore del servo; la Divinitá assoluta non essendo contenuta in nessuna cosa perché essa stessa è l'essenza delle cose e contemporaneamente anche la sua essenza.

Ibn Arabi
Fuçûç el-Hikam

giovedì, maggio 01, 2008

Wan Xiaoli II

Le cose sono migliori di quello che pensi.

Questa è un'altra canzone di Wan Xiaoli, non quella che ho tradotto qui sotto che non la ho trovata.
genseki

Wan Xiaoli

Il linguaggio degli uccelli

È la sola persona al mondo
Che comprende il canto degli uccelli
E dentro di lui cresce il desiderio
Di diventare un uccello
Dopo la sua morte
Non importa che tipo di uccello
Se un passero, una rondine o un aquila
Un pavone, una fenice o un corvo
Ogni giorno che passa lo rende
Un poco piú felice
Perché conosce meglio
La lingua degli uccelli.
Quelli che passano
Davanti alla sua finestra
Ascoltano il suo canto
Di passero, di rondine, di aquila
Di pavone, di fenice o di corvo
Nel sogno egli danza per il vento
Vola nella regione di bellezza
Nella luce dorata, dopo la pioggia
Si nutre del fragile profumo della terra
Un giorno ci fu nel cielo una danza di ali
Il sole del crepuscolo tingeva di rosso la grande terra
Tutti gli ucceli parlavano un'altra lingua
Che fino ad oggi nessuno ha saputo comprendere.

Wan Xiaoli
Trad. genseki

lunedì, aprile 28, 2008

Abd al-Qadir as-Sufi

Ti è stato detto: "c'è un fuoco nella foresta".
Lo hai raggiunto, quel fuoco, nel bel mezzo della foresta. Ora lo vedi.
Sei tu il fuoco nella foresta.

trad. genseki

domenica, aprile 27, 2008

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Maya Jie e l'Imperatore


Maya Jie, quando va a dormire, colloca nel sue letto tutte le sue bambole: un pappagallo di pezza di quattro colori: giallo,verde, rosso, nero, una scimmietta dagli arti lunghissime e le mani adesive, due “muñequitas” cinesi, con un visetto pallido, pallido, due bambolloti, anch'essi cinesi, che a peró stanno sempre nudi e si chiamano Tchop-po e Tchop-pa, un orso con una cicatrice sul volto che gli infligge un'emorragia severa di ovatta e che si chiama Ghetto, un'altro orso pancione e pieno di macchie, un gattino che una volta aveva il pelo bianchissimo. É la famiglia di Maya Jie che la accompagna nel viaggio in quel grande oceano che è la notte per una bambina. Nel lettino ci mette anche i suoi libri e i suoi puzzle preferiti e lascia la porta aperta per sentire il respiro della mamma e qualche parola ovattata.

*

L'imperatore Qin Shi Huangdi entra nel regno dela morte, nella sua ultima dimora colloca tutti i suoi soldati, i suoi cavalli, le sue spade, le picche, le frecce di Qin che oscurano il cielo, le sue mogli dalle lunge maniche, le linee degli esagrammi, i fiumi che solcano il suo regno, i pennelli e l'inchiostro rosso, i sigilli di pietra, i dischi di lacca, un leone che artiglia un globo e un leone che artiglia un cucciolo, le colline e le risaie e le case lontane dei contadini. Tutte queste cose saranno rinchiuse nella dimora di Qin Shi Haungdi, quando Qin Shi Huangdi entrerá nella dimora della sua morte.

*

Editto Funerario

Io, l'Imperatore ordino la mia sepoltura: questa montagna ospitale, felice è la campagna che protegge. Vento e acqua nelle vene della terra e le pianure del vento sono propizie. Gradevole questa tomba. Sará mia.

Chiudete dunque la valle con qiuntuplice arco. Chiunque vi penetri sará nobilitato.

Prolungate il viale d'nore: - animali, mostri, uomini.

Edificate lassù l'alta fortezza merlata. Scavate nel momte la solida grotta.

Forte è la mia dimora. Vi penetro. Eccomi, Chiudete la Porta, murate lo spazio davanti ad essa. Sigillate il sentiero per i viventi.

Non ho desiderio di ritornare, non ho rimpianti, non ho fretta né fiato. Non soffoco e non piango. Regno con mansuetudine.Il mio palazzo è comodo e oscuro.

Piacevole è la morte e nobile e dolce. Si abita bene nella morte. Abito nella morte e me ne compiaccio.

Tuttavia lasciate che prosperi laggiú quel piccolo villaggio contadino. Voglio fiutare il fumo dei suoi fuochi serali.

Ascolteró parole.

Victor Ségalen (Stèles) trad. genseki

giovedì, aprile 24, 2008

Because the Night

Per dire dela notte
Cerca parole di cenere
Parole di sale
Parole dalle grandi ossa
Corte e robuste.

Per dire della notte
Cerca parole secche
Parole appassite
Tra pagine di quotidiano
Cerca parole lontane
Lontane dal latte
Che non possano
Suggerirne
Neppure le gocce.

Per dire della notte
Cerca parole cave
Parole lacustri
Parole barattolo.

Per dire della notte
Se ne vuoi dire
Ancora
Cercane parole
Ultime

Come corolle
Screpolate.

genseki

domenica, aprile 20, 2008

Gaber Vallejo - Paco G.

Il brano dei pesci di Paco Yunque mi ha fatto ritornare alla mente il Signor G. che ascoltai alla televisione ai tempi studiosi del ginnasio.
Il pesce fu il simpbolo per indicare Cristo nel cristianesimo catacombale. In fondo Il Signor G e Paco Yunque hanno qualche cosa di cristico. Certamante sono pesci fuor d'acqua.
genseki

PACO YUNQUE

Nel mio salotto i pesci non muoiono mai

Farina si voltó a guardare Grieve e il Grieve mostró i pugni anche a lui, borbottando non so che cosa, di nascosto dal maestro.
Signor Maestro – gridó Farina – 'sto Grieve mi sta mostrando i pugni.

Il maestro disse:
- shhhht! Silenzio, vediamo un po'! Adesso parliamo dei pesci e poi faremo un esercizio scritto su un foglio di quaderno, e poi mi darete la copia perché la corregga.Voglio vedere chi fará l'esercizio piú bello per scrivere il suo nome nel quaderno d'onore della scuola come l'alunno migliore del primo anno. Mi avete sentito bene? Faremo lo stesso che abbiamo fatto la settimana scorsa. Proprio come abbiamo fatto la settimana scorsa. Dovete fare molta attenzione. Dovete copiare bene l'esercizio che sto per scrivere sulla lavagna. Avete capito bene?
Gli alunni risposero in coro:

- Sissignore!
- Molto bene – disse il maestro – Vediamo un po', parleremo dei pesci.

Diversi bambini volevano parlare e il maestro disse di parlare a uno degli Zumiga.

Signore – disse Zumiga -: sulla spiaggia c'era molta sabbia. Un giorno ci siamo messi nella sabbia e abbiamo trovato un pesce quasi vivo e lo abbiamo portato a casa e è morto per strada...

Humberto Grieve disse:

-Signor Maestro: io ho raccolto molti pesci e li ho portati ha casa e li ho iberati nel salotto e non muoiono mai.

Il maestro domandó:

- Ma lei li tiene in qualche vaso pieno d'acqua?
- No, signore. Stanno liberi. In mezzo ai mobili.

Tutti i bambini scoppiarono a ridere.

Un bambino magrolino e pallido disse:
- Bugie Signor Maestro. Il pesce muore subito, quando lo tirano fuori dall'acqua.

No, Signore – diceva Humberto Grieve – nel mio salotto non muoiono. Il mio salotto è molto elegante. E il mio papà mi ha detto di portare i pesci e di lasciarli liberi tra le sedie.

Paco Farina moriva dal ridere. Gli Zumiga pure, il ragazzo biondo e grasso con la giacca bianca e l'altro ragazzo dalla faccia rotonda e dalla gacchetta verde, ridevano rumorosamente. Che ridicolo Grieve! I pesci in salotto! Tra i mobili! Come uccellini! Che balle contava Grieve. Tutti i bambini esclamavano insieme contorcendosi dalle risate:

- Ah!Ah!Ah!Ah!Ah! Bugie Signor Maestro Ah!Ah!Ah!Ah! Bugie!Bugie!

Humberto Grieve si arrabbiava perché non credevano a quello che raccontava. Tutti lo prendevano i giro per quello che aveva detto ma Grive si ricordava che aveva portato a casa due pesciolini e li aveva mollati nel salotto e erano rimasti li molti giorni e lui li toccava e si muovevano. Non era sicuro se fossero vissuti a lungo o fossero morti subito, perño voleva che credessero a quello che diceva. In mezzo alle risate di tutti disse a uno degli Zumiga:

- Sicuro, il mio papà c'ha tanti soldi. E mi ha detto che mi farà portare a casa tutti i pesci del mare. Tutti per me. Per giocarci. Nel salotto buono.

Il Maestro disse alzando la voce:
- Bene! Bene! Silenzio! Certamente Grieve non si ricorda bene. I pesci muoiono quando...
I bambini continuarono in coro
- ... si itrano fuori dell'acqua.
-È proprio cosí - , disse il maestro.

Il bambino magro e pallido disse:
.Perché i pesci hanno la mamma nell'acqua e se li tiri fuori, poi, restano senza mamma.

- No, no, no! . Disse il maestro. I pesci fuori dall'acqua muoioni perché non possono respirare. Prendono l'aria che sta nell'acqua e quando escono fuori non possono assorbire l'aria che si trova fuori dall'acqua.

- Perché sono giá come morti – disse un bambino.

Humberto Grieve disse:
- Il mio papà può dargli aria anche in casa mia, perché ha abbastanza soldi per comprare tutto.

Il bambini vestito di verde disse:

- Anche mio padre c'ha molti soldi.
Anche mio padre – disse un altro bambino.

Tutti i bambi i dissere che i loro papá avevano molto denaro. Paco Yunque non diceva niente e stava pensando ai pesci che morivano fuori dell'acqua.
trad genseki

mercoledì, aprile 16, 2008

Tibet

Victor Ségalen

XII

A me Thibet, Aiuto! Aiuto! A me! Ecco l'ostacolo imprevisto
Ecco la frontiera del finito.
Occorre passare. Devo passare, malgrado tuto il peso delladisfatta,
Varcare il grande fiume dell'Infinito.
Tasto con il piede la ta falesia e questa faglia terrestre;
Questo ponte che si inarca tra il cielo e l'inferno:
Ha solide balaustre oppure è tessuto d'aerei ricami?
È un sentiero di tavole cerchiate di ferro?
È tronco che sfugge sotto il piede o guado profondo con otri gonfi d'aria?
Sul bacino torrentizio del TA-KIANG,
Oppure si tratta di un getto inventato a misura del misterioso flusso poderoso
Che i Brahamani chiamano Brahmaputra?
Scivola leggero come un cavo unto burro
O si slancia come freccia prigioneira?
Infine si tratta forse del vertiginoso ordigno, che va e vieno, come un pendolo?
Se non lascio la presa - sprofondo - al momemto voluto
Tempo pulsatile,
In questo sudario fluviale.

trad genseki

martedì, aprile 15, 2008

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Tibet

Victor Ségalen
Tibet
Odi

IX

Nel rumore, nella nebbia grigia, nella vergogna
Ovattata, terrosa e sordida
Invoco la tua immensa acconciatura
Orecchini di metallo pregiato e di pietre fatte di te
A coprire il seno della tua pellegrina
Giovinetta con lórica d'argento, coronata, serto e diadema
Indossati con cura
Tibet, Dea Incastonata,
Io ti soppeso ti sorrido come un mercante del Ladak, che sbava
Sulla sua preda risplendente,
Molto piú avaro di lui
Con entrambe le mani stringo le mie ricchezze: i tuoi metalli
e le tue pietre... i tuoi monti, i tuoi laghi e le tue rocce...
Che d'ora innnanzi mai piú
Si possa pensare a te o pronunziare in un grido: “Tibet!”
Senza udire tra le orecchie l'impietoso tichettío di questa parure cesellata,
Sequela delle mie parole gemme,
Pietre mie incastonate miei cristalli tintinnanti in cascata
Che senza alcun timore dell'opera mia,
Minuscolo, in basso, ma non annullato, né troppo umiliato,
Si possa ancora decifrare il mio nome nell'angolo.

**

X

Figlia della terra, figlia dei monti, Signora di un corpo sfinito.
Fatica – ecco l'ora d'ebrezza
Che l'oscuro cantore Indú distilli dalla sua erba pepata
Il liquido pio, ardente e astuto,
Sacrificio e sacrificatore dio.veleno in girandola scoppiettante...
Bevo la tua fatica idolo mio.
Su di un ritmo preparatorio l'incantesimo: “O mortaio! O pestello!
Strumenti d'ebbro sacrifizio
Servitori in marcia ondeggianti in quotidiano supplizio,
O ginocchia, o piante, o talloni!
Spremete e estraete dalla mia carne oh! Il solo succo che le dia vigore:
Succhiate la mia mandragora umana:
Schiacciate, calpestate e vendemmiate l'offerta a te solo Re-Thibet
Bestiame abattuto con una sola mazzata!
Gregge ansimante delle mie membra: devozione mai sopita
La mia pelle si svuota della mia vita
La riconosco e la appendo come dono per te
Con un solo veto
Qual trofeo
Il solo dono del mio essere morente.

Trad genseki

venerdì, aprile 11, 2008

Orazione metasemantica



Ah prato-Dio guàzzero d'azzigli

Accoglici nei lénuli ripagni

Fufurra in eucaristici bisbigli

I fògani, gl'idraschi, i lupidagni.



F. Maraini

Prato

da: "La gnosi delle Fanfole"

giovedì, aprile 10, 2008


La danza di Siva

Dio, diventato materia, si è dilatato nella magnificenza e nella mutua circolazione delle formazioni, diviene consapevole dell'espansione, della perduta puntualitá, si adira per questo. Egli trova il suo essere riversato nella totalitá senza pace nè riposo, dove non c'è nessun presente, ma uno sconfinare desolato oltre i limiti che si vanno riformando ogni volta che sono stati superati.

Questa ira ... è la distruzione della natura ..., è uguamente un andare assoluto dentro se stesso, un divenire verso il centro. In questo centro l'ira divora le sue forme dentrodi sè, ... le loro ossa vengono allora triturate e la loro carne macerata nel flusso che ne consegue.
Hegel

a cura di genseki

sabato, aprile 05, 2008

Il grido di Ivan Ilich


Che cos'è la parola assoluta? Che cosa ne è del discorso completamente terminato? Il discorso che ha esaurito in sé tutte le proprie figure storiche ed è ritornato su di sé non puó essere definitivamente considerato che come una lingua morta?
Queste sono le domande che si pone Agamben nel saggio “Sé. Assoluto, Ereignis” analizzando questi concetti nella prospettiva della Fenomenologia hegeliana e della lettura che di essa da Heidegger.
Prosegue con una citazione dalla Scienza della Logica:

“La logica esprime l'automovimento dell'idea assoluta come la parola originaria che è un profferire, ma che appena profferita svanisce inmediatamente, mentre ancora è. La idea resta, pertanto, solamente in questa autodeterminazione di percepirsi, resta nel puro pensiero, dove la differenza non consiste ancora nell'essere altro, ma che invece è e resta perfettamente trasparente a se stessa”.

Come è possibile concepire una parola originaria che una volta pronunciata, inmediatamente si dissolve? Si domanda Agamben. E continua domandandosi ancora se si puó trattare di una parola che si fa voce puramente animale, che l'uomo emette emette senza mediazione così come gli uccelli il loro canto o l'asino il suo raglio.
Egli avanza anche l'ipotesi di considerare questa parola finale come una glossolalia nel senso paolino, una parola antichissima che ha esaurito qualunque capacitá di significazione ulteriore fino a implodere, a farsi interna a se stessa, a diventare inconcepible.
Tale parola non è quella cui si riferisce Lacan quando ci domanda che cosa resta del significante che ha perduto qualsiasi significato?
C`è un testo, credo, in cui questa parola, la parola Assoluta, la parola Originaria è vissuta.
Si, è vissuta come un avvenimento, nella sfera dell'esistenza come l'esperienza cosciente della propria morte:

“A a partire da quel momento cominció un ululato che duró tre giorni, un ululato tanto atroce che non era possibile udirlo senza spaventarsi attraverso due porte. Nello stesso momento in cui aveva risposto di si a sua moglie, Ivan Ilich aveva compreso che era perduto. Che non v'era ritorno possibile che era giunta la fine, la fine di tutto e che tutto i suoi dubbi restavano irrisolti, continuavano ad essere dubbi.
“Oh, oh, oh”, gridava in varie tonalitá. Aveva cominciato gridando non voglio e aveva continuato gridando con la sola lettera O.
Questi tre giorni durante i quali il tempo non aveva significato per lui stette resistendo in quel sacco nero verso il quale lo spingeva una forza invisibile e irresistibile. Resisteva come resiste un condannato a morte nelle mani del boia, sapendo che non puó salvarsi; e ad ogni minuto che passava sentiva che nonostante tutti
i suoi sforzi si avvicinava sempre di pi´´u a ció che tanto lo spaventava. Aveva la sensazione che il suo tormento derivasse dal fatto di venire spinto verso quel buco nero e ancor di più dal fatto che non poteva entrarvi senza sforzo. La causa che gli impediva di entrarvi era la convinzione che la sua vita era stata buona, questa convinzione lo tratteneva, non lo lasciava avanzare, era il peggior tormento...”

Il grido di Ivan Ilich è la sua parola Assoluta, la sua parola originaria, la parola che ha esaurito tutti i significati possibili dell'esperienza. E`il significante nel momento dell'abbandono di ogni ulteriore possibilitá di significazione. Il grido di Ivan Ilich è la vita che si fa trasparente a se stessa proprio nel momento, qui si tratta di due ore prima, della propria morte. La vita di Ivan Ilich è la parola pronunciata che svanisce non appena è pronunciata, mentre ancora è. La luce che Ivan Ilich scorge è la pura trasparenza della vita come idea.
genseki

sabato, marzo 22, 2008


Carilda Oliver Labra

Ti dico adddio, follia dei miei trent'anni
Baciato in luglio con la luna piena
Nella stagione dei gigli e della pena
Addio, mia benda per curare i danni.
Addio, mia scusa, mio disordine bello,
Tenero allarme, mio sconoscente frutto:
Tu astro passeggero del mio lutto,
Tu speranza di tutto pel mio collo.
Addio ragazzo dalla presenza corta;
Addio garzone adetto alla mia aorta
Tristissimo giocattolo violato
Addio verde piacer, falso delitto;
senza grido ne gemito relitto.
Addio mio sogno giammai abbandonato.

Trad. genseki
*

mercoledì, marzo 19, 2008

Eriugena

Sicuramente è un esercizio inutile dal punto di vista della veritá e del concetto ritrarre un Filosofo sullo sfondo del pasaggio, del suo paesaggio. La nottola del concetto e quella della veritá si levano al calar del sole quando il paesaggio sfuma nell'indistinto dei grigi, nell'informe del nero.
Dove è luce anche è vita e molteplicitá di forme che si contraddicono e si sovrappongono, si alimentano e si sviluppano, colore,densitá, crescita, calore.
Johannes Scotus ci appare sullo sfondo di una natura salina, piovosa, ombreggiata di latifoglie dal verde notturno. Il vento spettina praterie antiche ove le fruttificazioni delle graminacee si vincolano immediatamente al sole.
Ci sono grandi rapaci le cui rotazioni venatorie simulano quelle delle sfere celesti.
I muschi formano cortine e veli che moltiplicano la prospettiva lineare dei tronchi dei faggi che con i loro grandi occhi grigi, tra la pelle dei tronchi d'argento osservano la danza delle gocce da foglia a foglia. Anche le gocce sono frammenti di luce.
Così piace immaginare il saggio dagli occhi acquosi, dai capelli di un rosso anacquato come un vino male imbottigliato, vestito di lane clericali dal panneggio ieratico e pastorale ad un tempo.


*

Nostrum orbem terreum differentiam in paradiso iuxta rationem naturae non habere; non enim natura separantur sed qualitatibus et quantitatibus coeterisque varietatibus, quae propter peccatu generale generalis humanae naturae ad poenam eius, imo etiam ad correctionem et exercitationem, huic terrae habitabili superaddita sunt. Non enim mole vel spatiis discernitur paradysus ab isto habitabili orbe terrarum sed diversitate conversationis differentoaque beatitudinis.

*

Non enim potuit ascendere in Deum, nisi prius foret Deus.

*

Radius oculorum nostrorum species rerum sensibilium coloresque non prius potest sentire quam se solaribus radiis inmiscent, namque in ipsis et cum ispsis fiat.

Che ci porta a Goethe: "Wär nicht das Auge sonnenhaft könnte es die Sonne nicht erblicken.

*

Non enim possibile est locum subtracto tempore intellegi, sicut neque tempus sine loci cointelligentia diffiniri potest. Haec, enim, inter ea quae simul et semper sunt inseparabiliter ponantur.

*

Essentia itaque animae nostrae est intellectus qui universitati humanae naturae praesidet.

*

Omnia itaque quae per verbum facta sunt in ipsis vivunt incommutabiliter et vita sunt, in quo neque fuerunt omnia temporalibus intervallis seu localibus nec futura sunt, sed solummodo super omnia tempora et loca in ipso unum sunt et universaliter subsistunt visibilia, invisibilia, corporalia, incorporalia, rationalia, irrationalia et, simpliciter caelum et terra, abyssus et quaecumque in eis sunt, in ipso vivunt et vita sunt et aeternaliter subsistunt.

*

Cuius lux per excellentiam tenebrae nominatur, quoniam a nulla creatura quid vel qualis sit comrehenditur.

*

Nulla seu rationalis seu intellectualis creatura per se ipsam substantialiter lux est, sed participatione unius ac veri luminis substantialis quod ubiquein omnibusque inelligibiliter lucet.

*

Si Pater luminum per seipsum lux est, neque enim Pater luminum esset si in seipso lux non subsisteret omnia quae fecit in sapientia sua, quae et ipsa lux est, quoniam coessentialis Pater luminum est numquid aliter existimandum nisi ut omnia, quae Pater lux in sapientia coessentiali sibi luce condidit, lumina condita credantur et intelligantur.


Con questa vibrante sequenza di luci intrecciate e riflesse che si ritroverá mezzo millennio piú tardi nell'altra grande cattedrale del pensiero medioevale: La Comedia di Dante, lascio il saggio celtico che dominava il greco e spiegava la natura di tutte le cose come un oceano di luce.

genseki

domenica, marzo 09, 2008

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PACO YUNQUE

Quella che segue è la prima parte del racconto di Vallejo: Paco Yunque che credo non sia stato tradotto in italiano. Fu scritto da Vallejo nel 1931 e gli editori a cui si rivolse per la pubblicazione pare che lo rifiutarono perché troppo triste per i bambini. Certamente questo racconto è nutrito dell'esperienza come maestro che Vallejo fece per un anno in Trujillo, mi pare nel 1911. Scrivendo queste poche righe un'immagine mi si è formata nella mente quella di Vallejo con Antonio Gramsci, fratelli d'estrema tristezza d'invincibile dignitá.
Quando Paco Yunque e sua madre giunsero alla porta dellla scuola, i bambini stavano giocando nel cortile. Paco, passo dopo passo, si diresse verso il centro, con il suo primo libro, il suo quaderno e il suo lapis. Paco aveva paura, perché era la prima volta che vedeva una scuola; non aveva mai visto così tanti bambini tutti insieme.
Diversi alunni , piccoli come lui, si avvicinarono e Paco, sempre piú timido si incollò al muro e si fece tutto rosso. Che ragazzi svegli erano quelli! Così disinvolti! Come se fossero a casa loro. Gridavano. Correvano. Ridevano a crepapelle. Saltavano. Si prendevano a pugni. Era un caos.
Paco era anche un po' rintontito, perché in campagna non aveva mai ascoltato le voci di tante persone tutte insieme. In campagna prima parlava uno, poi un altro e dopo un altro ancora. A volte gli capitó di udire anche quattro o cinque persone che parlavano tutte insieme. Suo padre, sua madre, don José, Anselmo lo Zoppo e la Tomasa. Ma queste non erano piú voci di persone, erano un'altra cosa. Molto differente. E adesso, questo si, questo del collegio si che era un gran casino, messo su da un mucchio di gente. Paco era assordato.
Un bambino biondo e grasso, vestito di bianco gli stava parlando. Un altro piú piccino, con la voce un po' roca, gli stava parlando anche lui. Gli alunni si staccavano dai gruppetti di cui faceevano parte e si avvicinavano per venire a vedere Paco, e gli facevano molte domande. Paco, però non poteva sentire niente per le strida degli altri.
Un bambino biondastro, con una giacchetta verde ben stretta in vita afferró Paco per un braccio e lo volle trascinare con sè. Paco non si lasció fare. Il biondo lo afferró di nuovo e lo scosse violentemente. Paco si schiacció ancor piú contro la parete e si fece tutto rosso. Proprio in quel momento suonó la campana e tutti entrarono in classe.
Due bambini – i fratelli Zumiga – presero Paco per mano e lo condussero nella classe di prima. Paco, subito, non volle seguirli, dopo, peró, obbedí, quando si accorse che tutti quanti facevano lo stesso. Quando entró in classe impallidí. Di colpo tutto tacque e questo fece paura a Paco. Gli Zumiga lo stavano trascinando uno da un lato e l'altro da l'altro quando di colpo lo lasciarono solo.
Entró il maestro. Tutti i bambini stavano in piedi, con la mano destra alzata all'altezza delle tempie, salutando in silenzio, ben dritti.
Paco senza mollare il libro, il quaderno e il lapis era rimasto fermo nel bel mezzo della classe, tra i primi banchi degli alunni e la cattedra del maestro. Aveva le vertigini. Bambini, pareti gialle. Gruppi di bambini. Vociare. Silenzio. Sbattere di sedie. Il maestro. Solo, immobile, nella scuola. Voleva piangere. Il maestro lo prese per mano e lo portó a uno dei banchi delle prime file accanto a un bambino grande come lui. Il maestro gli domandó:
Come si chiama lei?
Con voce tremante Paco rispose flebilmente:
- Paco
E il suo cognome? Dica per favore come si chiama per intero.
- Paco Yunque
- Molto bene
Il professore ritornó alla sua cattedra e dopo aver gettto un'occhiataccia su tutti gli alunni, disse con voce militare:
- Sedetevi!
Un rumore di banchi mossi e tutti gli alunni stavano giá seduti.
Anche il maestro si sedette e per qualche momento scrisse nei suoi registri. Paco Yunque continuava a tenere in mano il suo libro, il suo quaderno e il suo lapis. Il suo compagno di banco gli disse:
- Posa tutto sul banco come faccio io.
PacoYunque era sempre molto stordito e non gli fece caso. Il suo compagno, allora prese anche i libri e li mise sul banco. Poi gli disse allegramente:
- Anche io mi chiamo Paco, Paco Farina. Non startene triste, giochiamo con la mia scacchiera. C'ha le torri nere. Me l'ha comprata la zia Susanna. Dove vive la tua famiglia, la tua?
Paco Yunque non rispondeva niente. Quest'altro Paco gli dava fastidio. Era sicuramente come tutti gli altri bambini: chiacchieroni e contenti che non avevano più paura della scuola. Perché erano cosí e perché, lui, Paco Yunque ci aveva tanta paura, invece? Guardava furtivamente il maestro, la cattedra, il muro dietro il maestro, il soffitto. Guardava anche di straforo, attraverso la finestra, il cortile che ora era abbandonato e in silenzio. Fuori splendeva io sole. Di quando in quando giugevano voci dalle altre classi e rumori di carri che passavano per le strade.
Che strano stare a scuola! Paco Yunque comincia a ritornare un po` in sé. Pensó a casa sua e alla mamma. E chiese a Paco Farina:
- A che ora si va a casa?
- Alle undici. Dove abiti?
- Da quella parte.
- Ê lontano?
Paco Yunque non sapeva in che strada si trovava la sua casa perché era da poco che lo avevano portato dalla campagna e non conosceva la cittá.
Risuonarono alcuni passi di corsa nel cortile e sulla porta dell'aula apparve Humberto, il figlio del signor Dorian Grieve, un inglese, il padrone della famiglia Yunque, direttore delle ferrovie della “Peruvian Corporation” e sindaco del villaggio.
Paco era dovuto venire dalla campagna proprio per accompagnare a scuola Humberto. Solo che Humberto aveva l'abitudine di arrivare tardi a scuola e questa volta, la signora Grieve aveva detto alla mamma di Paco:
- Porti suo figlio a scuola adesso: Non sta bene che arrivi in ritardo il primo giorno. A partire da domani aspetterá che si alzi Humberto e gli porterá a scuola insieme.
Il maestro, quando vide Humberto Grieve, gli disse:
- Ancora in ritardo?
Humberto con indifferenza rispose:
- È che non mi sono svegliato in tempo.
Va bene – disse il maestro – Ma che non succeda piú. Si sieda.
Humberto Grieve cercó con lo sguardo dove si trovava Paco Yunque. Quando lo scorse, si avvicinó a lui e gli disse imperiosamente.
- Vieni al mio banco con me.
Paco Farina gli disse:
- No, il maestro lo ha messo qui.
- Che cosa te ne frega? Rispose Grieve con violenza, trascinando Yunque per un braccio al suo banco.
- Signore! Gridó allora Farina -, Grieve si sta portando Paco Yunque al suo banco.
Il Maestro smise di scrivere e chiese con voce energica:
- Vediamo un po'! Silenzio! Che cosa succede li?
Farina tornó a ripetere:
- Grieve si è portato Paco Yunque nel suo banco.
Humberto Grieve, sistemato nel suo banco con Paco Yunque disse al maestro:
- Si, signore, Paco Yunque è il mio domestico. Per questo
Il maestro lo sapeva perfettamente e disse a Humberto Grieve:
- Molto bene. Ma io lo ho messo accanto a Paco Farina perché segua meglio le spiegazioni. Lo lasci ritornare al suo posto.
Tutti gli alunni guardavano in silenzio il professore, Humberto Grieve e Paco Yunque.
Farina si alzó e prese per mano Paco Yunque per portarlo di nuovo al suo posto, peró Grieve prese Paco Yunque per l'altro braccio e non lo lasció muoversi.
Il maestro disse ancora una volta a Grieve:
- Grieve! Ma che cosa sta facendo?
- Humberto Grieve, rosso di collera, disse:
- No, signore, voglio che Paco Yunque stia con me.
- Lo lasci stare, le ho detto!
- Nossignore!
- Come?
- No.
Il maestro era indignato e ripeteva minaccoiso:
- Grieve! Grieve!
Humberto Grieve teneva gli occhi bassi e stringeva forte per il braccio Paco Yunque che se en stava li mezzo stordito e si lasciava stirare come uno straccio da Farina e da Grieve. Paco, adesso, aveva più paura di Humberto Grieve che del maestro e di tutti gli altri alunni messi insieme. Perché Paco Yunqe aveva paura di Humberto Grieve? Humberto Grieve era abituato a picchiare Paco Yunque.
Il maestro si avvicinó a Paco Yunque lo prese per un braccio e lo condusse al banco di Farina. Grieve si mise a piangere picchiando furiosammente i pugni sul banco.
Si udirono altri passi nel cortile e un altro alunno, Antonio Gesdres, - figlio di muratore – apparve sulla porta dell'aula. Il maestro gli disse:
- Perché arriva cosí tardi?
- Perché sono andato a comprare il pane per la colazione.
- Perché non c'è andato prima?
- Perché ho dovuto svegliare il mio fratellino e mamma e malata e papá è andato a lavorare.
- Bene – disse il maestro molto serio - , resti li e in piú avrá un'ora di castigo.
Paco Farina si alzó e disse:
- Anche Grieve è arrivato tardi, signore.
- Mente, signore – rispose rapidamente Humberto Grieve. - Non sono arrivato tardi.
Tutti gli alunni dissero in coro:
- Si signore! Grieve è arrivato tardi!
- Sssht! Silenzio! - disse il maestro di cattivo umore e tutti i bambini tacquero.
Il maestro paseggiava pensieroso.
Farina diceva a Yunque in segreto:
- Grieve è arrivato tradi e non lo castigano perché suo padre ha il grano. Arriva tardi tutti i giorni. Tu vivi a casa sua? Eri il suo domestico?
Yunque rispose:
- Io vivo con la mia mamma.
In casa di Humerto Grieve?
- È una casa molto bella. Ci stanno la padrona e il padrone. Ci sta anche la mamma. Io ci sto con la mamma.
Humberto Grieve, dal suo banco dell'altro lato, guardava con rabbia Paco Yunque e gli mostrava i pugni, perché si era lasciato portare al banco di Paco Farina.
Paco Yunque non sapeva che fare. Lo avrebbe picchiato ancora una volta, l'Humberto, per non essere restato con lui. Fuori gli avrebbe dato un colpo nel petto e un calcio in una gamba. L'Humberto era cattivo e picchiava sempre. Per strada. Anche in corridoio. Sulle scale, E anche in cucina, davanti a sua mamma e davanti alla padrona. Adesso lo picchierá, perché gli sta mostrando i pugni e l guarda con occhi feroci. Yunque disse a Farina:
Me ne vado con l'Humberto.
Farina gli diceva:
- Non fare lo scemo, Il maestro ti castigherá.
Parte I
Trad. genseki

giovedì, marzo 06, 2008

Rotterdam

Ne restava uno solo
Ed era proprio quello
Un porto del nord piace
specie quando è lontano
Ci piacerebbe andarci
E poi non si decide
Se fottere il poeta
Oppure la puttana di ...

Rotterdam
Non ci son solo troie
O solo marinai
Ci son cani perduti
E bambini di strada
Non ci son solo chiatte
né soltanto botteghe
Ci son vecchi cavalli
Che sfidano la morte
Poliziotti cinesi
Che sembrano regine
E ragazze di seta
A sfilarsi la gonna
Sul bordo della strada
Come un dolore ancora
Come un dolore nuovo
Da portare stasera
Lungo tutta la strada
Che neppure assomiglia
Un poco a Rotterdam

Ci son ratti scoppiati
Come anche a Parigi
Ed incroci di gatti
Con sudici topastri
Dove solo si importa
Dove lungi dal porto
Le coppie degli amanti
Si formano e si disfano
Dove le banconote
Stanno all'orlo dei tanga
Ci sono raggazzacci
Che vendon cianfrusaglie
E qualche disgraziato
Che venderebbe il culo
Se vendendosi il culo
Fosse poi fortunato
O se potesse, almeno,
Trovarsi a Rotterdam

Poi ci son gli assassini
Annegati nel Whisky
Ed i poveri folli
Che non vedranno l'alba
Dove le sigarette
Sanno di caramello
Dove qualche soldato
scoperebbe un cammello
Dove un Povero Cristo
Dietro un caffé di notte
Discute con la fine
La fine della notte
Qui incontri gli esiliati
Che estraggono l'esilio
Nel cielo recintato
Da manifesti stupidi
Che nemmeno somigliano
Un poco a Rotterdam

Dove io non andró
Perche io cerco il sole
Dove tu non andrai
Perché sarebbe uguale
Prendo il treno del sud
Prendi il treno del sud
Fino n fondo alla notte
Che potrebbe sembrare
l'Italia.

Léo Ferré
Trad genseki

martedì, febbraio 26, 2008

martedì, febbraio 19, 2008

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Hajj Imad Mugniyeh

Un libro restò all'orlo della tua vita spenta
Un corpo germinava dalla tua morta salma
Portaron via l'eroe
Corporea, ferale la sua bocca entró nel nostro fiato
Tutti sudammo con l'ombelico in spalla;
Ci seguivano lune pellegrine
Ed anche il morto sudava la tristezza.

Un libro alla battaglia di Toledo
Un libro dietro un libro, sopra un libro, germogliava dal cadavere
Di poesia dalla zigom violetto, tra il dire
E il tacere
Poesia nel testamento che sigilla
Il suo cuore
Solo il libro restó,
non ci sono insetti nellla tomba,
All'orlo della sua manica si inumidiva l'aria
Fino a farsi gassosa, infinita.

Tutti sudammo con l'ombelico in spalla,
Ed il morto sudava di tristezza
Ed un libro, lo vidi. con passione
Un libro, dietro un libro, sopra un libro
Un libro germogliava dal cadavere.

Vallejo
trad. genseki
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Tawhid

L'Islam non è per Allah, ma per te. Il tuo corpo non ha necessitá del tawhid; di partecipare al tawhid; di realizzare la Unicitá di Allah. Il corpo cerca il tawhid senza discriminare che tipo di immersione nel Tutto gli garantirá la distruzione e quale sarà il cemento dell'esistenza, perché discriminare non è la sua missione, bensì tendere al Tutto, così come la nafs tende all'isolamento dentro al Tutto. Il corpo cerca l'orgasmo, la hadra dei sufi, l'alcol, le droghe, il dikr, il riposo... senza discriminare, perché una qualunque di queste esperienze lo fanno riposarsi da se stesso nel Tutto. Mettono il contatore mentale a zero, per cominciare di nuovo una volta recuperata la coscienza. Nell'Islam è ben chiaro che non si puó comprendere il tawhid per via intellettuale. La piú alta conoscenza dell'Islam (la ma'arifa) deve essere un lasciarci battere al ritmo del nostro proprio cuore e un abbandono all'essere delle cose che ci circondano...

Abdelmunim Aya
Opúsculo contra el alma
trad. genseki

venerdì, febbraio 08, 2008

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Occhio pidocchio

La mamma è quasi cieca.
Vede solo forme sfuocate.
Vive con la nonna:
Madre e figlia
Nello stesso condominio
Stesso pianerottolo
In due appartamenti diversi
La mamma dice che è per colpa della nonna
Che lei è cieca.
Per colpa sua
Per questo la odia
Da anni si odiano
E convivono
Fu quando la nonna le versò sulla testa
Il veleno per i pidocchi
Alle elementari
Che aveva un odore terribile
E appiccicoso
Quell'odore
E scendendo per la testa
Le ha ammazzato gli occhi
Il veleno per i pidocchi
Che nessuno poi ce li aveva i pidocchi
Ma tutti avevano fame, invece,
E lei non lo voleva
Non lo voleva proprio
Per davvero
Il veleno per i pidocchi
Che così adesso è quasi cieca
Per colpa di sua madre
Di tua nonna.

Genseki
23:00:58
07/02/08

giovedì, febbraio 07, 2008

Zen petit a

Che cos'è quello che resta di un significante quando ormai non ha più significato?

*

Questa è la risposta del significante, oltre ogni significato. Credi di agire quando non ti muovo secondo il capriccio dei fili con i quali lego i tuoi desideri che così possono crescere in forza e si moltiplicano in oggetti che ritornano a condurti alla frammentazione della tua infanzia straziata.

Lacan
Seminario sulla "Lettera Rubata"
trad genseki

***

Che cosa è la realtà immediata prima che si abbia avuto il tempo di aggiungervi i prodotti del pensiero?

Nishida Kitaro
trad genseki

***

martedì, febbraio 05, 2008

Le linee della vita

Il testo che precede dal Futuhat di Ibn Arabi ha come un'eco lontana, sorda, rara, deformata nei versi di Hölderlin:

Le linee della vita
son molte, diverse
Son come i crinali dei monti,
Pari ai sentieri
Ciò che noi siamo quaggiú
Di là potrá compierlo un Dio
Con premio di pace,
Di eterna armonia.

trad genseki

Questo canto flebile e maestoso, apre uno spazio visuale, forse già in quella torre sul Neckar, su un vasto paesaggio di valli e di monti, e un canto che si avvolge sul mondo e che trascina il nostro sguardo verso l'alto.
Le parole del Doctor Maximus non permettono prospettiva. Il cammino percorso non illumina il cammino da percorrere, il nuovo cammino appare quando il vecchio pareva averci portato definitivamente alla meta e la meta si svela come niente altro che un punto in piú sulla starada e nemmeno un punto panoramico. Ogni cammino trae il suo senso dalla sua meta o dalla sua propria impossibilitá di trovare una meta, di riposare in una meta.
Ogni cammino, per il sodale di Hegel, è un elemento di un disegno e trae il suo senso dalla sua relazione con tutti gli altri percorsi, le strade della vita sono come le linee tracciate con un lapis su di un foglio bianco, allontaniamo lo sguardo, per qualche altra incombenza, ed ecco apparire un volto, un albero, quel volto, quel fiore.
Ma chi puó veder il disegno della vita?

Il Folle della Torre e il Grande Sceicco si guardano per un istante nel sogno di queste righe.

genseki
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La sosta e il cammmino



Quando lungo il tuo cammino ti avvicini ad una una stazione esclamando: “Finamlmente ho raggiunto la mia meta!” ecco che, proprio allora, una nuova strada si apre davanti a te. Ti procuri le provviste necessarie ad un nuovo viaggio e parti. Non c'è nessuna stazione , sul tuo cammino che tu non accolga dicendo: “Alla buon'ora ho guadagnato la mia meta”. Quando la raggiungi davvero, tuttavia, non trascorrerá molto tempo prima che tu decida di metterti in viaggio ancora una volta”

Futuhat
Trad. genseki

lunedì, gennaio 28, 2008

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Ruh e nafs


La dialettica di nafs e ruh è fondamentale nella metafisica e nella spiritualitá islamiche. I brani che seguono sono parti di un'analisi della nafs, della ruh e del loro ruolo nel sufismo mistico condotta da Abdelmuninn Aya, che mi pare essere, oggi, uno dei filosofi più liberi e interessanti del pensiero neo-andalusì.
I concetti di nafs e ruh hanno corrispetivi scolastici: intellectus agens, intellectus possibilis e possono essere utilmente posti a confronto con la coppia dialettica intelletto/ragione in Hegel. Una mappa della analogie e delle differenze debe essere ancora tracciata
genseki

La ruh è il soffio di vita nell'uomo, appartiene ad Allah ma vivica l'uomo mentre dura la sua esistenza temporale in lui. In quanto ruh non giunge mai a far parte dell'uomo. È come la pioggia che cade dal cielo e feconda la terra al suo passaggio, ma che quando è tempo evapora di nuovo senza portare con sè la terra che ha irrigato.
Che funzione compie la ruh? Animare gli esseri viventi. Tutti. La ruh è la vita. L'uomo confonde la presenza di questa ruh dentro di sè e crede che il lui abiti Allah. La ruh, tuttavia non è Allah, e non sará mai proprietá dell'individuo, bensì da Allah viene ad Allah fa ritorno. ... Tu vivi grazie alla ruh, peró la ruh non è parte di te; ti muovi, vivi e i sviluppi grazie ad essa, ma non puoi dire la mia ruh come, invece, puoi dire la mia nafs. Con ragione puoi dire che la tua nafs è tua perchè essa muore con te; l'uomo non si divide in ruh, nafs e corpo, bensì è solo un corpo attivato dalla ruh di Allah e che in funzione delle proprie necessitá materiali va forgiando la propria nafs.
Il sentimento di se stessa che ha ogni creatura, e che nell'Islam si chiama nafs non è una invenzione perversa della natura.
(...) In realtá non ci sono “invenzioni perverse” nella natura. La nafs è la maniera di organizzare l'esistenza in modo che ogni cosa badi a se stessa- Quando un shaij consiglia qualcuno di far scomparire la propria nafs, in realtá gli sta chiedenso di dare compimento alla necessitá della sua natura di estendere i limiti del suo “io” -quello che lo proccupa, che ama, per cui morirebbe – tanto lontano quanto gli paia possibile. Perché la vita altruistica di quelli che vivono per gli altri non è altro che un “io” grande come tutta la societá, e portato ancora piú avanti, non è altro che identificare la propria nafs con l'unitá fondamentale della natura – che chiamiamo Allah – è l'unione mistica. Il mistico non è l'uomo che, arrivato a un certo punto della sua vita, abbia cominciato a distruggere il proprio “io” come falso e veicolo di tutti gli errori e di tutti i vizi.
In primo luogo, che l'uomo abbia coscienza di se non è falso e non è erroneo che l'uomo creda nella realtá della sua nafs, come la foglia di un albero non si sbaglierebbe se avesse coscienza di essere una foglia. La nafs non è una struttura illusoria della realtá. Questa è la differenza tra l'induismo e l'Islam. La foglia è altrettanto reale dell'albero di cui fa parte. Questo non vuo dire che la foglia pensante che abbiamo posto come esempio non abbia una comprensione di se stessa piú ampia, una comprensione completa, nel tutto in cui si trova. L'albero, peró, non è più vero della foglia. Di piú, ancora, l'albero è reale perché sono reali le sue foglie, le sue radici, i suoi rami de i suoi fiori. Ció che ci porta a considerare l'Uno e il Molteplice, Allahu Ahad e le sue manifestazioni nell'esistenza, come punti di vista differenti nel considerare il reale. In secondo luogo, gli errori e persino le cattiverie che comette la creatura non sono da attribuirsi alla sua nafs. Il danno che, con questi atti, la creatura fa a se stessa non è causato dal fatto che l'uomo obbedisce agli impulsi della sua nafs ma perché confonde ciò che gli giova con ciò che lo pregiudica. La funzione della nafs non è sapere ció che conviene alla creatura, per questo essa ha un cuore, è conseguire per la creatura ció ch'essa pensa le convenga. Per questo un uomo con un cuore sano che obbedisca alla sua nafs non si sbaglierá.
...
Ciò che esiste – la manifestazione di Allah – si organizza mediante la divisione in individualitá, ciascuna delle quali si occupa di preservare la sua parcella di esistenza. Il mistico non fa eccezione. Non cerca di destrutturare l'esistente per mezzo di quella specie di boicottaggio ontologico che è l'abolizione del proprio io. Al contrario il mistico è l'espressione piú alta della legge di Allah nella natura.
Il cui compito dalla cellula fino all'uomo è di estendere l' “io” tanto quanto possibile. L'obiettivo del mistico è il tawhid che non è un pensiero o una credenza ma una missione: rendere l'uno possibile. La missione del mistico consiste nell'essere parte dell'esistenza che , ritornando continuamente verso Allah realizza la coscienza dell'unitá del tutto. La sua missione è essere gli occhi di Allah e le sue orecchie, e le sue mani come ci ricorda lo hadith qudsi.
Fondamentalmente il mistico non è qualcuno che abbia distrutto il proprio “io”, la sua unitá come essere vivente, ma al contrario: con il contatto con Allah la creatura diventa piú sana, piú allegra, piú forte e maggiormente capace di amore sociale, famigliare, ecologico e dell'amore del propro corpo
Il mistico è l'uomo perfetto in quanto è la massima espressione di ció che organizza l'esistente: l'io che distingue un essere dall'altro e che differenziando le parti dal tutto lo rende possibile. Senza comprendere l'io non si puó comprendere la Natura e neppure intuire che siamo in Allah.
Si dice spesso che il mistico è colui che cerca, risalendo a ritroso il cammino percorso, di distruggere la nafs costruita da quando era bambino fino all'etá adulta, di ritornare all'innocenza. Ma il mistico non distrugge nulla. Chi sente la forte pulsione di ritornare a Allah si costituisce in quel punto della natura dove la nafs non si trattiene nei limiti del “mio” ma prosegue oltre, fino all'unitá che ingloba il cosmo intero.
Infatti tutte le espressione di nafs sono mezzi differenti con cui l'individuo protegge quello che esiste. Protegge se stesso, la sua famiglia, la sua societá e rende possibile il tawhid.

Le citazioni qui sopra sono tratte da:
“Opuscolo contro l'anima” di Abdelmuninn Aya.
Trad genseki

mercoledì, gennaio 23, 2008

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Islam e politica

Il brano che segue è tratto dal terzo volume delle memorie del poeta e monaco benedettino del Nicaragua Ernesto Cardenal. Sono uno degli approcci possibili all'Islam da un punto di vista cristano e rivoluzionario. Tratta del valore della vita e della morte, dell'amore e della guerra e certamente apre una breccia di comprensione che nessuno poi si é curato di ampliare.
genseki

Iran
Ho incontrato un mistico che pare non essere tale (forse è uno di quei sufi che, ho letto, fanno credere di non essere religiosi per essere tenuti in poca stima) e è anche un rivoluzionario che è stato molto torturato. Gli ho chiesto delle cause immediate dell'insurrezione. Egli mi ha parlato di cose non cosí immediate (rimontó a molti secoli prima) che peró mi hanno spiegato molte cose relative a questa rivoluzione. Mi disse che in primo luogo devo tener conto del fatto che la dottrina del perdono e dell'amore per i nemici che ci fu insegnata da Gesú non è una dottrina islamica. La guerra santa, invece, è uno dei pilastri dell'Islam. “Nell'Islam il lider religioso debe essere un uomo di orazione, un mistico e anche una persona del cambio sociale e della guerra santa, Anche il leader politico debe essere un mistico. (Penso che questo lo insegna anche la Bibbia anche se il papa ha dichiarato a Puebla che il sacerdote non debe mettersi in politica). Mi disse anche. “Un leader religioso cattivo che agisca male in politica può far molti danni e en ha fatti in passato. Nella religione musulmana il diritto non è qualche cosa che si riceve, ma che si conquista. Nell'Islam la morte è qualche cosa che si desidera, che si anela. Ma non la morte nel proprio letto. La morte la si ambisce, però è la morte per difendere le strutture della Vita. ... E la guerra santa è per questo. Khomeini la dichiaró; ma non volle dichiararla per tutto l'Iran perché così si sarebbero lanciati a morire trentacinque millioni, ma solo per Teheran. L'esercito aveva anticipato il coprifuoco, quel giorno doveva essere alle quattro e mezza invece che alle sei. Chiunque uscisse in strada dopo quell'ora doveva essere ucciso. Khomeini ordinó che a Teheran tutto il mondo uscisse in strada dopo quell'ora, dopo il coprifuoco. E tutti uscirono, molti con il sudario nel quale sarebbero stati sepolto sotto i vestiti, e molti dopo essersi lavati, perchè qui i morti li si lava. E fu allora che cadde lo Sha.”
Terminò dicendo: “la morte per i musulmani, quando è in queste condizioni è come seminare un seme”.
Restai con il pensiero che dovevano esserci molti mistici travestiti, sufi, tra quelli che stavano facendo quella rivoluzione.

Ernesto Cardenal
La revolución perdida
trad genseki

domenica, gennaio 20, 2008

Beethoven Grosse Fuge pt-1

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Fronesis

Una descrizione dettagliata della virtú della Prudenza si trova nella “Summa Teologica di Tomaso d'Aquino, Secunda secundae quaestiones 50-51”.

Le righe che seguono ne sono un tentativo goffo e confuso di riesposizione. Il discorso e la riflessione sulle virtú sono scomparsi dal nostro orizzonte culturale.
L'azione degli uomini, oggi, non è orientata ad esse e non è orientata da esse, bensí dalla cieca contingenza.
Per questo è così forte l'impressione che le nostre azioni manchino quasi totalmente di libertá, per questo il mondo ci appare come una rete di sentieri tracciati, di binari fissi, di percorsi obbligati.
Le virtù, spesso, rappresentate nelle pedanti allegorie medioevali nelle forme vaghe di possenti e mature vergini dai gesti maestosi de eleganti, definivano lo spazio di una possibile libertá, indicavano il cammino della scelta e del significato.
Per questo puó essere utile, oggi, come forma di nostalgia, ritornare a contemplarle, anche se da lontano, anche se per poco, anche se in modo inadeguato.
La prudenza

La prudenza è la virtú che i greci chiamavano Fronesis e che Agostino ha descritto così: “Amore che sceglie con sagacitá tra le cose che lo favoriscono e quelle che gli si oppongono”.
La prudenza
non è amore secondo l'essenza, si dice che la prudenza è amore, in quanto è l'amore quello che ci spinge alla prudenza nei nostri atti.
La prudenza ci permette di ordinare secondo l'utilitá o il danno le cose che stiamo per fare. La prudenza, peró non consiste solo nella valutazione bensì anche nell'applicazione del risultato della valutazione ai nostri atti.
Quindi non si tratta solo di una qualitá dell'inteletto come l'arte ma comporta l'applicazione nell'azione concreta.
La prudenza è sapienza applicata alle cose umane, peró non è in alcun modo sapienza assoluta, in quanto non si occupa del bene piú alto, ma appunto dell'uomo che non è il meglio di quanto esiste.

Le parti della prudenza

Secondo Tomaso la prudenza consta di otto parti integrali: memoria, intelligenza sagacitá (che i greci chiamavano eustochia), ragione e docilitá che appartengono alla prudenza considerata come virtú conoscitiva; previsione, precauzione e circospezione che corrispondono alla prudenza come virtú precettiva, cioè che applica la conoscenza alla pratica.
Oltre alle parti integrali la prudenza possiede tre parti potenziali, ovvero tre virtú coadiuvanti che non coincidono totalmente con essa ma che ad essa sono indispenzabili.

Queste virtú sono:

Eubulia
Synesis
Gnome

La Eubulia è la virtù di dare buoni consigli. La parola “Eubulia” è una parola greca, presente nell'”Etica Nicomachea” è composta dalle parole greche “eu” che significa buono e “boule” che significa consiglio. Si tratta dell'arte, della capacità di dare buoni consigli agli altri de a se stessi. In quanto arte di consigliare bene Eubulia richiede non solo la capacitá di escogitare consigli che siano adeguati al proprio fine, al fine che si propongono, ma deve tener conto, soppesare anche molte altre circostanze, come, per esempio, che i tempi del consiglio siano quelli giusti , un consiglio non deve arrivare troppo presto, e neppure troppo tardi; o la maniera di proporre il consiglio che può essere, per esempio, più o meno ferma, piú o meno dolce e cosí via.

La Sinesi è la virtù che permette di giudicare rettamente. La Sinesi è una virtú di un grado superiore alla Eubulia come il giudizio è superiore al consiglio. La Sinesi comporta il retto giudizio non relativamente alle cose che sono oggetto di speculazione ma alle cose particolari concrete oggetto dell'azione, si tratta. Insomma, di una forma di buon senso. Il retto giudizio, secondo Tomaso consiste nel fatto che la forza conoscitiva comprende la cosa, la afferra, così come essa è in se stessa. Proprio come fa lo specchio, che se ben orientato riproduce le forme dei corpi proprio come sono. Se lo specchio é mal orientato, invece, le immagini che si formano sono brutte o deformi. La virtú conoscitiva é ben disposta quando la si esercita molto,oppure per dono della grazia.
Il giudizio dei malvagi puó essere retto nell'ambito delle cose generiche ma è sempre corrotto nel particolare.
Così i malvagi nopn hanno possibilitá di esercitare la Sinesi.

La Gnome è l'ultima delle virtú potenziali della Prudenza
Così come la sapienza, nella speculazione si occupa di principi piú alti che la scienza e per questo si distingue da essa, la stessa cosa accade nella pratica. Ovvero ci sono atti che devono essere giudicati senza riferimento ai principi comuni, alle regole abituali, ma in base a principi e a regole più elevate di quelli che determinano il giudizio secondo la sinesi. Questi principi e queste regole piú alti richiedono una virtú giudicativa anch'essa più alta che si chiama gnome.
La sinesi è sufficiente per giudicare tutte quelle cose che dipendono dalle regole comuni, ma per quello che sfugge alle regole comuni é necessaria la gnome.
Tutte le cose che stanno al di sopra o al di la del corso comune possono essere giudicate soltanto dalla provvidenza divina, tuttavia tra gli uomini, chi sia piú perspicace puó giudicare molte di esse in ragione dei loro propri principi. E questo è il caso della gnome che comporta proprio questo tipo di perspicacia.
Genseki
01:41:4720/01/08

martedì, gennaio 15, 2008

Rapsodia sul tema di Antigone


Come figlia, la donna deve veder disparire i genitori con commozione naturale e con calma etica; ché solo a costo di questa relazione essa giunge all'esser-per-sé, di cui è capace; intuisce dunque nei genitori il suo esser-per-sé, ma non in guisa positiva. Ma le relazioni di madre e di moglie hanno la singolarità, da una parte, come qualcosa di naturale appartenente al piacere, d'altra parte come qualcosa di negativo, che ivi scorge solo il suo dileguare; e d'altra parte ancora appunto per ciò quella singolarità è un alcunché di accidentale che può venire sostituito da un'altra. Poiché dunque a tale comportamento della moglie è mista la singolarità, l'eticità di esso non è pura; ma in quanto l'eticità è tale, singolarità è indifferente, e la moglie è priva del momento del riconoscersi come questo Sé nell'altro.

(Hegel, Fenomenologia dello spirito)


Canto del riflesso

Mio limpido specchio - pensò quel giorno
salendo per l'ultima volta sull'autobus -
vado alla città del dolore ma è mattina
di gran sole oggi d'illusione di erbe profumate
di tutte le estati vissute di corse nei campi
di risate nella gola. Mio specchio mio riflesso
di giovinezza quando correvi veloce
quando poi allungavi come i miei i capelli
e quasi m'invidiavi il canto.
Lo so - diceva - è inutile l'agire
dispendio senza misura e senza approdo.
Come se in lei premessero generazioni
sconosciute. Una cripta segreta, mio specchio,
una immensa spaventevole folla
ho al posto del cuore, una nebbia.
Anche tu, infine, sei andato.
Chiudiamo allora questo assedio - pensò -
diamo oblio a queste schiere di non dimenticati
a questi resti mai inceneriti.
Così - dice - guardai nei giorni che restavano
il verde dei campi, il verde più di tutto
mancherà a questi occhi,
e il mutare della luce nelle ore
come l'alba arrivava lentamente
come alla sera si spegnevano sui volti i colori.
E notti intere ho vegliato per contare
ancora una volta i minuti nel silenzio
e portare nella mente come di lontano
i gridi si rispondono di animali spaventati eccitati
come le cose si richiamano nel buio
assicurandosi così del loro esistere.
Confine. Invidiabile licenza.
Lei non più tra i vivi, non ancora tra i sepolti
ma accesa, come se il vasto mondo
la prendesse nel suo sogno
solo allora a lei svelandolo, in dono.
Infine, mio chiaro specchio, ho preso quell'autobus.
Ma prima, nella vetrina del negozio, a lungo ho guardato quelle bellissime
scarpe - erano rosse, erano di vernice
erano come le avevo sempre
sognate

Laura Silvestri

***

Un problema nuovo si presenta, non era chiaro nemmeno a Hegel. Hegel ha lungamente cercato, nella "Fenomenologia dello spirito di articolare" la tragedia della storia umana in termini di conflitto di discorsi. Si è compiaciuto, tra tutte, della tragedia di Antigono, in quanto vi vedeva , l'opposizione piú chiara tra il discorso della famiglia e quello dello stato. Per noi, però, le cose sono molto meno chiare.

...

Goethe corregge, con sicurezza ció che per Hegel rappresenta il tema essenziale, l'opposizione di Creonte ad Antigone come due principi della legge, del discorso. Il conflitto sarebbe legato alle strutture. Geothe mostra al contrario che Creonte, spinto dal suo desiderio, batte la campagna, prendendo di mira il suo nemico Polynice oltre i limitia lui consentiti.

...

Non si tratta di un diritto che si oppone a un diritto, ma di un torto che si oppone - a che? a un'altra cosa che è rappresentata da Antigone. Vi dirò che non si tratta semplicemente della difesa dei sacri diritti del morto e della famiglia.

...

Quando si spiega davanto a Creonte su ciò che ha fatto. Antigone si presenta con un : "è così perchè è così", come la presentificazione dell'individualitá assoluta. In nome di che cosa? E, prima di tutto, sulla base di cosa? Ella dice nettissimamente - Hai fatto le leggi. E di nuovo si elude il senso per tradurre alla lettera - perché in nessun modo Zeus era colui che ha proclamato a me queste cose. - Naturalmente, si comprende quello che vuole dire, e io vi ho sempre detto che è importante che la comprensione non sia fine a se stessa: Non è Zeus che ti da il diritto di dire queste cose. Ma non è quello che lei dice. Ella nega che sia Zeus che gli ha ordinato di fare ció.
ma Antigone conduce al limite il compimento di ció che si puó chiamare il desiderio puro e semplice, il desidrio di morte come tale. Questo desiderio, ella lo incarna.

Pensateci bene, che fine ha fatto il suo desiderio? Non è forse il desiderio dell'Altro, collegarsi al desiderio della madre? Il desidero della madre, il testo vi allude, è all'origine di tutto. Il desiderio della madre è contemporaneamente il desiderio fondante di tutta la struttura, quello che fa venire alla luce questi discendenti unici, Eteocle, Polynice, Antigone, Ismene, ed è al tempo stesso un desiderio criminale.

Lacan
Seminario
Libro VII

a cura di genseki

Jacques Lacan - hacen bien en creer que van a morir.

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Eielson


Ormai tutto si fa rapidamente
La rugiada
Si fabbrica in un minuto
Lo sguardo non è più necesario
Al suo posto
C'è uno schermo
Che sa tutto. Ma non fa niente.
Ci restano sempre le magnolie.
Le cose si metteranno male davvero
Quando sparirá il dolore
O si sintetizzerá la solitudine
Artificiale.

***

Jorge Eduardo Eielson

trad. genseki

lunedì, gennaio 14, 2008

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Haiku

Anno concluso
Pregano rosse foglie
Degli aceri.

*

Bosco intatto.
Fremono al vento i faggi,
Morde la notte.

*

A chi dici addio
Luna lupino,
A chi lo dici?
E chi resta?

*

L'amore inquieto
Delle tue cellule
Morde il cuore.

*

Maresa di Noto

***

Troppo spesso, quasi sempre lo haiku occidentale è ideologia, esotismo, genere, escapismo.
Anche nei massimi poeti come Borges e nei minimi come Sanguineti.
Gli haiku di Maresa, sono carezze, parole d'amore sono tracce di carne paure e lacrime, poi c'è la notte, solo la notte, la notte per sempre o per un solo istante.
Gli haiku di Maresa meriterebbero di essere liberati dal punto finale. Esso è il solo limite al loro farsi istante ad ogni istante.
genseki

giovedì, dicembre 20, 2007

Un antico Budda

Il melo nell’Oceano

Un vecchio mastro, un antico Buddha disse:

In un luogo dell’Oceano, a una profondità infinita, un melo sboccia in una moltitudine di fiori. Chi vuole vederlo e si immerge nell’acqua deve perdere qualche cosa, una scarpa, i capelli o un ricordo.
Più profondamente egli si immerge più cose di se stesso perde ed oblia nell’acqua verde e frusciante come un bosco di faggi.
Per esempio dimentica di respirare.
Eppure respira. E non respira acqua.
Chi giunge a vedere il melo come lui sboccia in fiori di carne e di acqua luminosa.
Come fare a immergersi?
In quel punto dell’Oceano l’acqua è così densa che neppure uno spillo potrebbe penetrarla!
Dimentico anche dello spillo, il drago azzurro vi scompare in un diadema di spruzzi.
Ogni goccia ricadendo diviene un seme.
Ogni seme, sul fondo dell’Oceano, si sviluppa in un albero di melo. Ogni melo fiorisce di fiori preziosi.
E il drago?
Non c’è mai stato.
Così neppure l’albero di mele.
Ogni respiro si fa fiore nella profondità della mente.

genseki

Hui Neng


mercoledì, dicembre 19, 2007

Hui Neng

Il Maestro Konin si era fatto vecchio e voleva sapere quale dei suoi discepoli avrebbe potuto spstituirlo e trasmettere il suo insegnamento. Chiese, perció a tutti i monaci di esprimere la loro comprensione dello zen con un poema. Molti conoscono,ormai, questa storia che è diventata famosa.
Jinshu che era il primo, il piú prossimo dei discepoli compose questo poema:
"Il corpo è l'albero della Bodhi
Lo spirito è uno specchio puro
Senza sosta abbiamo da spolverarlo
Per non permettere che la polvere vi si depositi.


Lo scrisse su di una parete. Tutti quanti ne furono impressionati.



Hui Neng lavorava in cucina. Era stato boscaiolo e non sapeva scrivere. Passando di là, sorpreso dall'asembramento chiese che qualcuno gli leggesse il poema e poi che qualcuno volesse scrivere un suo testo al lato di quello di Jinshu. Eccolo:



Bodhi non è albero
Specchio non v'è
Né nulla consiste
Ove la polvere possa posarsi."



Questo è uno dei testi fondativi del Buddhismo Zen nella versione, che ho liberamente tradotto, data da Raphael Triet in Usui 3 (pag. 44).



Le due poesie rappresentano i due poli della dialettica zen: Attenzione-Abbandono, Concentrazione-Dispersione.

Il testo di Hui Neng (Eno) sembra la negazione puntuale del testo di Jinshu:
Non c'è albero, non c'è specchio, non c'è nemmeno polvere.
A una metafora triadica si contrappone una negazione metaforica triadica.
Hui Neng, tuttavia, chiede ai monaci di scrivere la sua poesia accanto a quella di Jinshu, e lo fa dopo averla lodata.
Non pone il suo testo al posto di quello del rivale nè al di sopra e neppure al di sotto. Bensì accanto.
Inoltre la scelta della negazione puntuale dello schema metaforico del testo di Jinshu fa sì che la poesia di Hui Neng si possa comprendere solo se si conosce quella del suo antagonista. Hui Neng lega il destino del suo testo al destino del testo dell'altro. A tal punto che il testo di Jinshu appare come la chiave per la decifrazione del testo di Hui Neng.
Si tratta del primo movimento di una variazione. Non si intenderebbe Beethoven senza aver prima ascoltato con attenzione Diabelli.
Il secondo movimento è quello che fa dipendere la comprensione del testo di Jinshu da quello di Hui Neng, è la poesia del sesto patriarca che rende possibile lo schiuderi del senso dell'altra.
La variazione musicale è una forma della dialettica, forse la piú alta.
"L'Aufheben" di Hui Neng consiste nel movimento che fa della negazione una variazione, nel movimento che nega l'opposizione nel momento stesso in cui la innalza.
Non è pòssibile Hui Neng senza Jinshu ed è Hui Neng che rende possibile Jinshu e Hui Neng.
genseki

lunedì, dicembre 17, 2007

Manos


Natale 2007

Rivoluzione

***

Una mano
Più un'altra mano
Non son due mani
Son mani unite
Unisci la tua mano
Alle nostre mani
Perché il mondo
No sia in mano di pochi
Ma in tutte le mani.

*

Gonzalo Arango
trad genseki

lunedì, dicembre 10, 2007

The Legend of Suram Fortress

Mi sono ricordato di questo viaggio magico leggendo il bellissimo post di Kelebek sulla poesia di Rustaveli. Da dove viene la bellezza di quella scrittura la sintassi perfetta di queste immagini che decifrano e rappresentano il Mundus Imaginalis nelle sue articolazioni in forma tanto pefetta? Quale grazia le permette di varcare i secoli e di parlarci del bene e del male, del bello e del tutto in una lingua che non possiamo decifrare ma sulla cui perfezione non possiamo non piangere, noi ridotti a cercare i suoni della foresta nei parcheggi dei CARREFOUR di questo mondo.
genseki

martedì, dicembre 04, 2007

Sugli aforismi di Gómez Dávila

Che senso ha essere antimoderno nella Colombia di oggi? Che significa richiamarsi all' "ancien Régime?
Gómez Dávila è un pensatore irreale. Un pensatore che non ha realtá che è stato immaginato da qualcuno o da qualche cosa per essere asslutamente fittizio.
Gli aforismi che ho tradotto nella pagina precedente sono stati scelti in modo del tutto casuale. Il quadro che se ne ricava è quello di un mimetismo sospetto, il mimetismo di qualcuno che non è reale ma che gesticola per sembrare tale. Nel suo gesticolare il buon Gómez assume toni da giansenista, si atteggia a Arnauld o a Nicole, a gran signore nello stile La Rochefoucauld, per ricadere poi nello schema della dialettica decimomonica, quasi senza rendersene conto, come nell'aforisma sulla veritá e la coerenza che è comprensibile solo nel quadrodell'hegelismo. Dell'hegelismo aforismatico, naturalmente.
La "Fenomenologia dello Spirito" non è forse una raccolta di aforismi presentata come un lungo discorso apparente? Se la si legge così è di sicuro meno oscura.
Il buon Gómez gesticola ancora come quegli alcolizzati nelle mattine grige sui viali lungo il grande fiume di qualche capitale e gesticolando dimentica che uno dei principi base del marxismo è che la coscienza di sè può venire ala classe dominata solo dall'esterno, cioè dalla classe dominante: la borghesia. Così i marxisti non solo non occultano di essere borghesi ma adirittura lo teorizzano come necessario.
Gómez smarrito si atteggia ad aristocratico, cattolico e libertino e non si avvede che la figura più prossima a quello che doveva essere un nobile del secolo XVIII è in Colombia il Narcotrafficante e che il modello del Reazionario gomeziano sembra il medesimo Pablo Escobar?
Il filosofo inesistente a fianco del narcotrafficante reale.
Leo Strauss ha stancato i neocon, Adelfi serve loro un altro mito strampalato.

genseki