domenica, gennaio 20, 2008

Fronesis

Una descrizione dettagliata della virtú della Prudenza si trova nella “Summa Teologica di Tomaso d'Aquino, Secunda secundae quaestiones 50-51”.

Le righe che seguono ne sono un tentativo goffo e confuso di riesposizione. Il discorso e la riflessione sulle virtú sono scomparsi dal nostro orizzonte culturale.
L'azione degli uomini, oggi, non è orientata ad esse e non è orientata da esse, bensí dalla cieca contingenza.
Per questo è così forte l'impressione che le nostre azioni manchino quasi totalmente di libertá, per questo il mondo ci appare come una rete di sentieri tracciati, di binari fissi, di percorsi obbligati.
Le virtù, spesso, rappresentate nelle pedanti allegorie medioevali nelle forme vaghe di possenti e mature vergini dai gesti maestosi de eleganti, definivano lo spazio di una possibile libertá, indicavano il cammino della scelta e del significato.
Per questo puó essere utile, oggi, come forma di nostalgia, ritornare a contemplarle, anche se da lontano, anche se per poco, anche se in modo inadeguato.
La prudenza

La prudenza è la virtú che i greci chiamavano Fronesis e che Agostino ha descritto così: “Amore che sceglie con sagacitá tra le cose che lo favoriscono e quelle che gli si oppongono”.
La prudenza
non è amore secondo l'essenza, si dice che la prudenza è amore, in quanto è l'amore quello che ci spinge alla prudenza nei nostri atti.
La prudenza ci permette di ordinare secondo l'utilitá o il danno le cose che stiamo per fare. La prudenza, peró non consiste solo nella valutazione bensì anche nell'applicazione del risultato della valutazione ai nostri atti.
Quindi non si tratta solo di una qualitá dell'inteletto come l'arte ma comporta l'applicazione nell'azione concreta.
La prudenza è sapienza applicata alle cose umane, peró non è in alcun modo sapienza assoluta, in quanto non si occupa del bene piú alto, ma appunto dell'uomo che non è il meglio di quanto esiste.

Le parti della prudenza

Secondo Tomaso la prudenza consta di otto parti integrali: memoria, intelligenza sagacitá (che i greci chiamavano eustochia), ragione e docilitá che appartengono alla prudenza considerata come virtú conoscitiva; previsione, precauzione e circospezione che corrispondono alla prudenza come virtú precettiva, cioè che applica la conoscenza alla pratica.
Oltre alle parti integrali la prudenza possiede tre parti potenziali, ovvero tre virtú coadiuvanti che non coincidono totalmente con essa ma che ad essa sono indispenzabili.

Queste virtú sono:

Eubulia
Synesis
Gnome

La Eubulia è la virtù di dare buoni consigli. La parola “Eubulia” è una parola greca, presente nell'”Etica Nicomachea” è composta dalle parole greche “eu” che significa buono e “boule” che significa consiglio. Si tratta dell'arte, della capacità di dare buoni consigli agli altri de a se stessi. In quanto arte di consigliare bene Eubulia richiede non solo la capacitá di escogitare consigli che siano adeguati al proprio fine, al fine che si propongono, ma deve tener conto, soppesare anche molte altre circostanze, come, per esempio, che i tempi del consiglio siano quelli giusti , un consiglio non deve arrivare troppo presto, e neppure troppo tardi; o la maniera di proporre il consiglio che può essere, per esempio, più o meno ferma, piú o meno dolce e cosí via.

La Sinesi è la virtù che permette di giudicare rettamente. La Sinesi è una virtú di un grado superiore alla Eubulia come il giudizio è superiore al consiglio. La Sinesi comporta il retto giudizio non relativamente alle cose che sono oggetto di speculazione ma alle cose particolari concrete oggetto dell'azione, si tratta. Insomma, di una forma di buon senso. Il retto giudizio, secondo Tomaso consiste nel fatto che la forza conoscitiva comprende la cosa, la afferra, così come essa è in se stessa. Proprio come fa lo specchio, che se ben orientato riproduce le forme dei corpi proprio come sono. Se lo specchio é mal orientato, invece, le immagini che si formano sono brutte o deformi. La virtú conoscitiva é ben disposta quando la si esercita molto,oppure per dono della grazia.
Il giudizio dei malvagi puó essere retto nell'ambito delle cose generiche ma è sempre corrotto nel particolare.
Così i malvagi nopn hanno possibilitá di esercitare la Sinesi.

La Gnome è l'ultima delle virtú potenziali della Prudenza
Così come la sapienza, nella speculazione si occupa di principi piú alti che la scienza e per questo si distingue da essa, la stessa cosa accade nella pratica. Ovvero ci sono atti che devono essere giudicati senza riferimento ai principi comuni, alle regole abituali, ma in base a principi e a regole più elevate di quelli che determinano il giudizio secondo la sinesi. Questi principi e queste regole piú alti richiedono una virtú giudicativa anch'essa più alta che si chiama gnome.
La sinesi è sufficiente per giudicare tutte quelle cose che dipendono dalle regole comuni, ma per quello che sfugge alle regole comuni é necessaria la gnome.
Tutte le cose che stanno al di sopra o al di la del corso comune possono essere giudicate soltanto dalla provvidenza divina, tuttavia tra gli uomini, chi sia piú perspicace puó giudicare molte di esse in ragione dei loro propri principi. E questo è il caso della gnome che comporta proprio questo tipo di perspicacia.
Genseki
01:41:4720/01/08

martedì, gennaio 15, 2008

Rapsodia sul tema di Antigone


Come figlia, la donna deve veder disparire i genitori con commozione naturale e con calma etica; ché solo a costo di questa relazione essa giunge all'esser-per-sé, di cui è capace; intuisce dunque nei genitori il suo esser-per-sé, ma non in guisa positiva. Ma le relazioni di madre e di moglie hanno la singolarità, da una parte, come qualcosa di naturale appartenente al piacere, d'altra parte come qualcosa di negativo, che ivi scorge solo il suo dileguare; e d'altra parte ancora appunto per ciò quella singolarità è un alcunché di accidentale che può venire sostituito da un'altra. Poiché dunque a tale comportamento della moglie è mista la singolarità, l'eticità di esso non è pura; ma in quanto l'eticità è tale, singolarità è indifferente, e la moglie è priva del momento del riconoscersi come questo Sé nell'altro.

(Hegel, Fenomenologia dello spirito)


Canto del riflesso

Mio limpido specchio - pensò quel giorno
salendo per l'ultima volta sull'autobus -
vado alla città del dolore ma è mattina
di gran sole oggi d'illusione di erbe profumate
di tutte le estati vissute di corse nei campi
di risate nella gola. Mio specchio mio riflesso
di giovinezza quando correvi veloce
quando poi allungavi come i miei i capelli
e quasi m'invidiavi il canto.
Lo so - diceva - è inutile l'agire
dispendio senza misura e senza approdo.
Come se in lei premessero generazioni
sconosciute. Una cripta segreta, mio specchio,
una immensa spaventevole folla
ho al posto del cuore, una nebbia.
Anche tu, infine, sei andato.
Chiudiamo allora questo assedio - pensò -
diamo oblio a queste schiere di non dimenticati
a questi resti mai inceneriti.
Così - dice - guardai nei giorni che restavano
il verde dei campi, il verde più di tutto
mancherà a questi occhi,
e il mutare della luce nelle ore
come l'alba arrivava lentamente
come alla sera si spegnevano sui volti i colori.
E notti intere ho vegliato per contare
ancora una volta i minuti nel silenzio
e portare nella mente come di lontano
i gridi si rispondono di animali spaventati eccitati
come le cose si richiamano nel buio
assicurandosi così del loro esistere.
Confine. Invidiabile licenza.
Lei non più tra i vivi, non ancora tra i sepolti
ma accesa, come se il vasto mondo
la prendesse nel suo sogno
solo allora a lei svelandolo, in dono.
Infine, mio chiaro specchio, ho preso quell'autobus.
Ma prima, nella vetrina del negozio, a lungo ho guardato quelle bellissime
scarpe - erano rosse, erano di vernice
erano come le avevo sempre
sognate

Laura Silvestri

***

Un problema nuovo si presenta, non era chiaro nemmeno a Hegel. Hegel ha lungamente cercato, nella "Fenomenologia dello spirito di articolare" la tragedia della storia umana in termini di conflitto di discorsi. Si è compiaciuto, tra tutte, della tragedia di Antigono, in quanto vi vedeva , l'opposizione piú chiara tra il discorso della famiglia e quello dello stato. Per noi, però, le cose sono molto meno chiare.

...

Goethe corregge, con sicurezza ció che per Hegel rappresenta il tema essenziale, l'opposizione di Creonte ad Antigone come due principi della legge, del discorso. Il conflitto sarebbe legato alle strutture. Geothe mostra al contrario che Creonte, spinto dal suo desiderio, batte la campagna, prendendo di mira il suo nemico Polynice oltre i limitia lui consentiti.

...

Non si tratta di un diritto che si oppone a un diritto, ma di un torto che si oppone - a che? a un'altra cosa che è rappresentata da Antigone. Vi dirò che non si tratta semplicemente della difesa dei sacri diritti del morto e della famiglia.

...

Quando si spiega davanto a Creonte su ciò che ha fatto. Antigone si presenta con un : "è così perchè è così", come la presentificazione dell'individualitá assoluta. In nome di che cosa? E, prima di tutto, sulla base di cosa? Ella dice nettissimamente - Hai fatto le leggi. E di nuovo si elude il senso per tradurre alla lettera - perché in nessun modo Zeus era colui che ha proclamato a me queste cose. - Naturalmente, si comprende quello che vuole dire, e io vi ho sempre detto che è importante che la comprensione non sia fine a se stessa: Non è Zeus che ti da il diritto di dire queste cose. Ma non è quello che lei dice. Ella nega che sia Zeus che gli ha ordinato di fare ció.
ma Antigone conduce al limite il compimento di ció che si puó chiamare il desiderio puro e semplice, il desidrio di morte come tale. Questo desiderio, ella lo incarna.

Pensateci bene, che fine ha fatto il suo desiderio? Non è forse il desiderio dell'Altro, collegarsi al desiderio della madre? Il desidero della madre, il testo vi allude, è all'origine di tutto. Il desiderio della madre è contemporaneamente il desiderio fondante di tutta la struttura, quello che fa venire alla luce questi discendenti unici, Eteocle, Polynice, Antigone, Ismene, ed è al tempo stesso un desiderio criminale.

Lacan
Seminario
Libro VII

a cura di genseki

Jacques Lacan - hacen bien en creer que van a morir.

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Eielson


Ormai tutto si fa rapidamente
La rugiada
Si fabbrica in un minuto
Lo sguardo non è più necesario
Al suo posto
C'è uno schermo
Che sa tutto. Ma non fa niente.
Ci restano sempre le magnolie.
Le cose si metteranno male davvero
Quando sparirá il dolore
O si sintetizzerá la solitudine
Artificiale.

***

Jorge Eduardo Eielson

trad. genseki

lunedì, gennaio 14, 2008

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Haiku

Anno concluso
Pregano rosse foglie
Degli aceri.

*

Bosco intatto.
Fremono al vento i faggi,
Morde la notte.

*

A chi dici addio
Luna lupino,
A chi lo dici?
E chi resta?

*

L'amore inquieto
Delle tue cellule
Morde il cuore.

*

Maresa di Noto

***

Troppo spesso, quasi sempre lo haiku occidentale è ideologia, esotismo, genere, escapismo.
Anche nei massimi poeti come Borges e nei minimi come Sanguineti.
Gli haiku di Maresa, sono carezze, parole d'amore sono tracce di carne paure e lacrime, poi c'è la notte, solo la notte, la notte per sempre o per un solo istante.
Gli haiku di Maresa meriterebbero di essere liberati dal punto finale. Esso è il solo limite al loro farsi istante ad ogni istante.
genseki

giovedì, dicembre 20, 2007

Un antico Budda

Il melo nell’Oceano

Un vecchio mastro, un antico Buddha disse:

In un luogo dell’Oceano, a una profondità infinita, un melo sboccia in una moltitudine di fiori. Chi vuole vederlo e si immerge nell’acqua deve perdere qualche cosa, una scarpa, i capelli o un ricordo.
Più profondamente egli si immerge più cose di se stesso perde ed oblia nell’acqua verde e frusciante come un bosco di faggi.
Per esempio dimentica di respirare.
Eppure respira. E non respira acqua.
Chi giunge a vedere il melo come lui sboccia in fiori di carne e di acqua luminosa.
Come fare a immergersi?
In quel punto dell’Oceano l’acqua è così densa che neppure uno spillo potrebbe penetrarla!
Dimentico anche dello spillo, il drago azzurro vi scompare in un diadema di spruzzi.
Ogni goccia ricadendo diviene un seme.
Ogni seme, sul fondo dell’Oceano, si sviluppa in un albero di melo. Ogni melo fiorisce di fiori preziosi.
E il drago?
Non c’è mai stato.
Così neppure l’albero di mele.
Ogni respiro si fa fiore nella profondità della mente.

genseki

Hui Neng


mercoledì, dicembre 19, 2007

Hui Neng

Il Maestro Konin si era fatto vecchio e voleva sapere quale dei suoi discepoli avrebbe potuto spstituirlo e trasmettere il suo insegnamento. Chiese, perció a tutti i monaci di esprimere la loro comprensione dello zen con un poema. Molti conoscono,ormai, questa storia che è diventata famosa.
Jinshu che era il primo, il piú prossimo dei discepoli compose questo poema:
"Il corpo è l'albero della Bodhi
Lo spirito è uno specchio puro
Senza sosta abbiamo da spolverarlo
Per non permettere che la polvere vi si depositi.


Lo scrisse su di una parete. Tutti quanti ne furono impressionati.



Hui Neng lavorava in cucina. Era stato boscaiolo e non sapeva scrivere. Passando di là, sorpreso dall'asembramento chiese che qualcuno gli leggesse il poema e poi che qualcuno volesse scrivere un suo testo al lato di quello di Jinshu. Eccolo:



Bodhi non è albero
Specchio non v'è
Né nulla consiste
Ove la polvere possa posarsi."



Questo è uno dei testi fondativi del Buddhismo Zen nella versione, che ho liberamente tradotto, data da Raphael Triet in Usui 3 (pag. 44).



Le due poesie rappresentano i due poli della dialettica zen: Attenzione-Abbandono, Concentrazione-Dispersione.

Il testo di Hui Neng (Eno) sembra la negazione puntuale del testo di Jinshu:
Non c'è albero, non c'è specchio, non c'è nemmeno polvere.
A una metafora triadica si contrappone una negazione metaforica triadica.
Hui Neng, tuttavia, chiede ai monaci di scrivere la sua poesia accanto a quella di Jinshu, e lo fa dopo averla lodata.
Non pone il suo testo al posto di quello del rivale nè al di sopra e neppure al di sotto. Bensì accanto.
Inoltre la scelta della negazione puntuale dello schema metaforico del testo di Jinshu fa sì che la poesia di Hui Neng si possa comprendere solo se si conosce quella del suo antagonista. Hui Neng lega il destino del suo testo al destino del testo dell'altro. A tal punto che il testo di Jinshu appare come la chiave per la decifrazione del testo di Hui Neng.
Si tratta del primo movimento di una variazione. Non si intenderebbe Beethoven senza aver prima ascoltato con attenzione Diabelli.
Il secondo movimento è quello che fa dipendere la comprensione del testo di Jinshu da quello di Hui Neng, è la poesia del sesto patriarca che rende possibile lo schiuderi del senso dell'altra.
La variazione musicale è una forma della dialettica, forse la piú alta.
"L'Aufheben" di Hui Neng consiste nel movimento che fa della negazione una variazione, nel movimento che nega l'opposizione nel momento stesso in cui la innalza.
Non è pòssibile Hui Neng senza Jinshu ed è Hui Neng che rende possibile Jinshu e Hui Neng.
genseki

lunedì, dicembre 17, 2007

Manos


Natale 2007

Rivoluzione

***

Una mano
Più un'altra mano
Non son due mani
Son mani unite
Unisci la tua mano
Alle nostre mani
Perché il mondo
No sia in mano di pochi
Ma in tutte le mani.

*

Gonzalo Arango
trad genseki

lunedì, dicembre 10, 2007

The Legend of Suram Fortress

Mi sono ricordato di questo viaggio magico leggendo il bellissimo post di Kelebek sulla poesia di Rustaveli. Da dove viene la bellezza di quella scrittura la sintassi perfetta di queste immagini che decifrano e rappresentano il Mundus Imaginalis nelle sue articolazioni in forma tanto pefetta? Quale grazia le permette di varcare i secoli e di parlarci del bene e del male, del bello e del tutto in una lingua che non possiamo decifrare ma sulla cui perfezione non possiamo non piangere, noi ridotti a cercare i suoni della foresta nei parcheggi dei CARREFOUR di questo mondo.
genseki

martedì, dicembre 04, 2007

Sugli aforismi di Gómez Dávila

Che senso ha essere antimoderno nella Colombia di oggi? Che significa richiamarsi all' "ancien Régime?
Gómez Dávila è un pensatore irreale. Un pensatore che non ha realtá che è stato immaginato da qualcuno o da qualche cosa per essere asslutamente fittizio.
Gli aforismi che ho tradotto nella pagina precedente sono stati scelti in modo del tutto casuale. Il quadro che se ne ricava è quello di un mimetismo sospetto, il mimetismo di qualcuno che non è reale ma che gesticola per sembrare tale. Nel suo gesticolare il buon Gómez assume toni da giansenista, si atteggia a Arnauld o a Nicole, a gran signore nello stile La Rochefoucauld, per ricadere poi nello schema della dialettica decimomonica, quasi senza rendersene conto, come nell'aforisma sulla veritá e la coerenza che è comprensibile solo nel quadrodell'hegelismo. Dell'hegelismo aforismatico, naturalmente.
La "Fenomenologia dello Spirito" non è forse una raccolta di aforismi presentata come un lungo discorso apparente? Se la si legge così è di sicuro meno oscura.
Il buon Gómez gesticola ancora come quegli alcolizzati nelle mattine grige sui viali lungo il grande fiume di qualche capitale e gesticolando dimentica che uno dei principi base del marxismo è che la coscienza di sè può venire ala classe dominata solo dall'esterno, cioè dalla classe dominante: la borghesia. Così i marxisti non solo non occultano di essere borghesi ma adirittura lo teorizzano come necessario.
Gómez smarrito si atteggia ad aristocratico, cattolico e libertino e non si avvede che la figura più prossima a quello che doveva essere un nobile del secolo XVIII è in Colombia il Narcotrafficante e che il modello del Reazionario gomeziano sembra il medesimo Pablo Escobar?
Il filosofo inesistente a fianco del narcotrafficante reale.
Leo Strauss ha stancato i neocon, Adelfi serve loro un altro mito strampalato.

genseki

lunedì, dicembre 03, 2007

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Aforismi colombiani

Nicolás Gómez Dávila


Le perfezioni di coloro che amiamo non sono finzioni dell'amore. Amore, è, al contrario, il privilegio di avvertire una perfezione invisibile agli occhi degli alri.

Degli esseri che amiamo ci basta l'esistenza.

Dio è la sostanza di quello che amiamo.

Se Dio fosse la conclusione di un ragionamento non sentirei la necessitá di adorarlo. Dio, peró non è solo la sostanza di ció che spero, bensì la sostanza di ciò che vivo.

La coerenza di un discorso non prova la sua verità , bensí la sua coerenza. La veritá è la somma di evidenze incoerenti.

La societá del futuro: una schiavitù senza padroni.

Dare una definizione di nobiltá sarebbe impertinente con certi lettori e enigmatico per altri.

La volgaritá consiste nel pretendere di essere ió che non siamo.

Le idee confuse e gli stagni torbidi sembrano profondi.

Necessitiamo che ci contraddicano per affinare le nostre idee.

La prolissitá non è eccesso di parole, bensí scarsezza di idee.

Diciamo egoista colui che non si sacrifica al nostro egoismo.

L'intelligenza da tutto alla mente che sceglie, meno la certezza di essere intelligente.

Eleganza, dignità, nobiltà, sono gli unici valori cui la vita non giunge a mancare di rispetto.

La gente difficilmente comprende che non comprende.

La libertà non è un fine ma un mezzo, chi la prende per un fine non sa che farsene quando la ottiene.

Borgehsia è ogni gruppo di individui scontenti di quello che hanno e soddisfatti di quello che sono.

I marxisti definiscono economicamente la borghesia per occultarci che le appartengono.

Negarsi alla meraviglia è il marchio della bestia.

Non concediamo alle opinioni stupide il piacere di scandalizzarci.

Chi reclama eguaglianza di opportunità finisce per esigere che si penalizi chi é ricco di talenti.

L'antagonismo radicale tra gli uomini si rivela nel modo in cui, parlando del piacere, gli uni si sollevano verso la metafisica e gli altri scivolino verso la filososfia.

La vita è la ghigliottina delle verità.

Gli uomini cambiano meno di idea di quanto le idee non mutino di travestimento. Nel corso dei secoli sono sempre le stesse voci che dialogano.

Solo ci convince pienamente quell'idea che non ha bisogno di argomentazioni per convincerci.

Ogni fine che non sia Dio ci disonora.

Di ció che conta davvero non abbiamo prove, solo testimonianze.

***


Scelta e traduzione a cura di genseki

sabato, dicembre 01, 2007

Omaggio alla Romania

Lucian BLAGA (1895 - 1961)

Le tre etá dell’uomo

Ride il bambino:”Il gioco è per me saggezza e amore”
Il giovin canta:”L’amore è per me gioco e saggezza”
Il vecchio tace: ”Amore e gioco è per me la la saggezza”.

*

Trad. genseki