Saturday, December 17, 2016

Poesie di genseki

La pioggia leggera che saliva dal mare
La frescura delle palme libere dalla verticalitá del sole
A piccoli passi sembrava godere
dell'umiditá del granito
scalza come la mattina tra le cortine di luce soffusa
dove un gatto dormirebbe volentieri
sudiciamente accoccolato
intorno a se stesso,
il giorno le veniva incontro dal mare
e lei andava incontro al giorno
con i capelli grigi con gli occhi socchiusi
nel fresco dell'alba appena dischiusa
nella stanchezza del vino mal bevuto
il viso accorto teso alla finestra
la brocca nel circolo rosso del lavabo
la pioggia leggera sui tavolini di zinco
Le pagine di un quotidiano abbandonato
Volteggiavano intorno al monumento delle fucine
come una minaccia di oblio.

I gerani sonnecchiavano nei loro vasi
al vertice di tutte quelle scale
e un grasso bruco bianco
strisciavdia sul viadotto tra i neon
sbrecciati (...)
ancora accesi, si stropicciava gli occhi
con i pugni profumati di finocchio
decisa a godere della pioggerella
Della grigia brezza marina
Della focaccia di ceci,
Di un'altra vita ove possibile
Con un altro vestito piú chiaro ancora.

Era risvegliarsi in un mondo di preghiera
un mondo di rose e di usignoli melodiosi
il mondo del rosario, delle vergini
avvolte nelle cappe screziate
con il figlio come il frutto maturo
di qualche albero araldico
il figlio che sarebbe apparso come un sole
nella cavitá del muro di recinzione
tra i rampicanti, il convolvolo
l'edera, la vite, il ribes
un soloe dolce dalla polpa succosa
mentre al limite del bosco,
le volpi maligne come rosse saette
di colpo restavano immoblili
rapprese in un ghigno minerale.

Lui? Lui, invece, era da tempo in cammino
seguiva il muro che separa il porto dalla cittá
un muro di piccoli mattoni rossi

sbrecciato lo appartava dal suo desiderio
limitava l'orizzonte fino a una ampiezza
Che potesse accettare, la vecchia casa
l'aveva perduta con le mimose, l'araucaria
Le spazzole di ricino tra le sbarre della cancellata
La sua stanza al piano terra
All'ombra del ficus, poteva udire il canto
della fontana, le ninfe di pietra grigia
la statua del cervo con le zampe spezzate
Entro pochi metri si sarebbe aperta
la piazza sul mare, il suolo reso lucido dalla pioggia
rifletteva le grandi catene di bronzo del Monumento
I voli sudici dei colombi, i margini delle nubi
sullo sfondo plumbeo del cielo
il mare poteva presentirlo, fiutarlo
come una casseruola di bronzo
verde specchio risonante mescolando odori,
nostalgie, abbandoni, pesava sulle sue palpebre
come pesa il sonno dell'infermo sul vespro ospitale

Anche la sua di preghiera sanguinava
Sanguinava come il nibbio impigliato en biancospino
Come il jacarandá quando tarda il tramonto di aprile
e l'odore dolce dei ceri inebria intorno i pochi
frettolosi passanti, no la sua preghiera non sgorgava
dal pozzo del cuore, non sorgeva dal turgore del bosco
era faticosa litania, monocorde nenia stentata
alla quale si agrappava attraversando a gran passi
i campi di ananas sollevando il volo dei merli
e le proteste delle cicale
pregava con testarda speranza, con vergogna,
con igoranza, con emozione, con commozione,
con disperazione, timidamente pregava,
con scetticismo, con fede, con convinzione,
si arrendeva alla preghiera come al meno peggio
incredulo della pioggerella, che aliviava l'arsura sua
l'arsura delle cose..

Peró, insomma, alla fine aveva fame, e la pioggia
fresca salina impregnava i tavolini di zinco
l'aria dei caffe aperti era densa di muffa e di dolore
oscura e opaca come un crimine attentamente occultato,
e poi come mangiare quando voleva essere degno dei gabbiani,
del salvatore crocifisso, del veliero gonfie le vele
della fresca speranza della virginitá?

O la parola fresca, la parola che naviga l'oceano
la sola parla di speranza che apre la scia e tra la schiuma
la seguono giocondi delfini, azzurrri figli delle libere equazioni
signori delle sfere e della fragilitá marina
dei coralli che sussurrano tra le alghe laboriose,
o la parola la sua parola la sola parola tante volte rinnegata
e ancora altrettante volte parola, parola maturata
Nel ventre della conchiglia, vergine dei pellicani
placton della saggezza dei cetacei.
O la parola morula, feto della parola, parola placenta
Parola ombelicale, amniotico battesimo di ogni grumo
Di affetto
poteva udirla ora nel ticchettio quasi impercettibile
di miliardi di salse goccioline di pioggia
parola per lui solo per i suoi due cuori
e per tutti gli affliiti afflitti di afflizione


Inno alla Madre sua

ora sei benedetta tra le spighe
e marci sulle orme dei santi
eucalipti dorati ti danno ombra
germoglio di madreperla
la tua anima bambina
tu agnella impigliata tra le spine
Il tuo antico dolore instancabile
cesella ora le gioie che ti adornano
e i raggi della luna ti incoronano
verdi scintille i tuoi occhi come foglie
é Sion la tua dimora, tra le tende
dei beduini che salgono al santuario
crescono i virgulti sui tuoi passi sciolti
e l'olio profumato ti impregna i capelli.
Sei una carezza ora alla mia fronte
Perdonami per quello che MI HAI FATTO.


*


La pioggia era solo una speranza
Il sorriso dell'uva un abbaglio
Le nuvole erano cosí basse
Che entravamo e uscivamo
Dalle loro spirali
Come i raggi visuali da uno specchio
Scomparsi i nostri corpi da tutte le foto
Restavano solo i paesaggi:
I Castelli della Loira, il Palazzo dei Papi
La Beauce, il Lago di Como,
A confermare quella sola domanda
Che evitavo di formulare.



Notte di falce notte di leone
Grandinava sugli ultimi tulipani
Dal balcone spargevi ricami di luna
Pallidi come il varco celeste
Il richiamo dolente della mia modestia
La traparenza oscena delle calzette
Tirate sui talloni
Il rigoroso rumore della grandine
Ruggiva sulla pergola in rovina
Autunnale era il panneggio
Della tua tunica del tuo mantello
Con quel fragore di onde
Di opale con i brividi
Degli scarabei smarriti
Angeli artropodi ricamavano il blasone
Delizia d'ombra del fico
Fratello delle alabarde.

*

Afferra il fumo stringilo forte
Non lasciare che scivoli via sul cielo
Ramificandosi insinuandosi
Dissipandosi come un soffio
Agguantalo prima che diventi latte
Cera molle osso poroso
Liberalo da ingiurie allora
Lascia che sia cavo
Come amplesso d'ombre
Nell'occhio del gigante
Del profeta

*

Com'è vuota l'ombra dei limone
Cava e fresca
Nella notte di dicembre
Notte caprina
Nel sibilo angustiato della luna
La madre fugge nel canneto
I colombi neri sono bianchi
I suoi piedi inverdiscono l'erba
Spremono il latte delle radici
L'ultimo rifugo è un battito
Che scava nella paura
L'utero della rinascita.

*

Tutti i tuoi sorrisi messi in fila
Non facevano un volo intero
Non abbozzzavano un balzo
La tua tenerezza era l'estremitá di una malinconia
Una campana smarrita nella neve
La neve che il suo passato rende eterna
Era l'affetto avvinto dalla perdita
La carezza del lutto
La candela di Natale sull'ombra stilizzata del terebinto
Sulla sua ragione spezzata
La tua fermezza un tabernacolo di ferite
Il tremore dell'olio nella lampada
Quando la sua luce si sintonizza con la tua stella.

*

La luna si dirama
Come un ontano
Sui frammenti del greto del torrente
Aspro l'alone della tua mano
Sulla pelle dell'acqua
Con l'altra mi benedici
Come una dispersione.


Post a Comment