domenica, settembre 07, 2008

 
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Giacomo e Teresa

La casa è ancora vuota
È rimasta vuota e bianca nel vuoto dei miei ricordi
In una grande cassa c'era la legna
In uno scrigno prezioso gioielli per il gusto
dei bambini o dei pettirossi
Lui indossava sempre una tuta blu
O forse una giacca grigia
Ricordo adesso che ciondolava la testa
e aveva un dolce sorriso da idiota
Lei indossava qualche vestito di cotone stampato
E scialletti grigi
come pellicce di topolini del Reno
doveva essere davvero brutta
Forse quasi nana
Ma portava sul naso magici occhiali azzuri
Che illuminavano il vuoto
Con un mare di fronde
appena mosse dal vento
Dietro le lenti anche gli occhi erano grigi
Parlavano
- Non ricordo nemmeno di averli uditi parlare -
Con parole lumache
Le loro sillaba lasciavano scie d'argento viscoso
Nell'atmosfera umida d'autuno
Della loro cucina.
Non so bene chi fossero
Tornai da Milano per salutarli.
Parlai loro di Auerbach e della filologia romanza
Mi congedai
Avvolto dal loro silenzio
Continuando a non sapere bene chi fossero
Morirono dopo una duplice dolorosa agonia
La loro sofferenza
È incomprensibile e imperdonabile
Come quella degli animali.

venerdì, settembre 05, 2008

 
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Felissa

L'ultimo dei nostri autunni

L'ultimo dei nostri autunni
Fu ancora capace di agganciarci
Con fili sottili di perle
Filigrane di carpe
Davanti alle vetrine di legno
Delle botteghe dei ricordi
La tua mano era quella riflessa
Tra la colomba imbalsamata
E la torta di ricotta
La tua bocca, quella che non baciai
Nella luce azzurra della lampada
Che friggeva le mosche.

*

Felissa

Felissa era un angelo amaro
Custode della chiave dei pini
Custode della chiave delle conifere
E del mal di gola
Felissa e il suo scialletto nero
Gli occhi duri
Gli occhiali gialli
Felissa come le felci
Con iride a pastiglia valda
E fiato di eucalipto
Ricordo che mi parlave di San Biagio
Mentre con gli occhi cercavo le muscarie
Che sole mi avrebbero salvato
Dalla durezza dei suoi occhi giall
*

lunedì, luglio 28, 2008

Henri Corbin

L'Islam e le eresie cristiane

I passi che seguono sono tratti dall'opera di Henri Corbin sulla Filosofia Islamica. Si tratta di un tentativo di definire le differenze principali tra Islam e Cristianesimo sul piano teologico e su quello filosofico.
Nel quadro metodologico tracciato da Lucian Blaga nella sua opera "L'eone dogmatico" l'Islam sembrerebbe rappresentare la rivincitá del filone mitico-razionalista su quello "dogmatizzante".
La differenza tra Islam e Cristianesimo sarebbe quella tra una visione della religione compatibile con la ragione e una trascinata nel vortice del dogmatismo con le sue aporie e le sue abbaglianti contraddizioni.
L'Islam appare in questo quadro come l'erede diretto dell'adozionsmo e dell'arianesimo. Sembra sorgere dalla fermetazione dei resti compressi e schiacciati delle grandi eresie di massa dei secoli dei Padri.

Il fenomeno del Libro santo ha suscitato strutture corrispondenti nel cristianesimo e nell'Islam; ma, nella misura in cui differisce il modo di accostarsi al senso vero, situazioni e difficoltá differiscono da una parte e dall'altra.
Assenza nell'Islam del fenomeno Chiesa. Nell'Islam, cosí come non esiste un clero detentore dei “mezzi della grazia”, non esiste un magistero dogmatico, né un'autoritá pontificia, né un Concilio che definisce i dogmi. Nel Cristianesimo, a partire dal II secolo, con la repressione del movimento montanista, il magistero dogmatico della Chiesa si è sostituito all'ispirazione profetica e piú generalmente alla libertá di un'ermeneutica spiituale. D'altra parte il nascere e l'evolversi della coscienza cristiana annunciano essenzialmente il risveglio e lo sviluppo della coscienza storica. Il pensiero cristiano è centrato sul fatto avvenuto nell'anno I dell'era cristiana; l?incarnazione divina segna l'ingresso di Dio nella storia. Di conseguenza, il tema su cui la coscienza religiosa si concentrerá con crescente attenzione sará quello del senso storico identificato col senso letterale, col senso vero delle Scritture.
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L'allegoria è inoffensiva, il senso spirituale puó essere rivoluzionario
La coscienza religiosa dell'Islam è centrata non su un fatto della storia, ma della metastoria (che significa non post-storico ma trans-storico). Questo fatto primordiale, anteriore al tempo della nostra storia empirica, è costituito dalla domanda rivolta da Dio agli Spiriti degli esseri umani preesistenti al mondo terrestre “non sono forse il vostro Signore?” (Cor. 7/171) l'acclamazione di gioria che risponde a questa domanda suggella un patto eterno di fedeltá de è la fedeltá a questo patto che i profeti sono venuti, di periodo in periodo, a ricordare agli uomini; la loro successione forma il “ciclo della profezia”. Da ció che hanno enunciato i profeti risulta la lettera della religione positiva
¨¨
I pensatori islamici non vedono il mondo in evoluzione in un senso rettilineo orizzontale, a in ascensione: il passato non è dietro di noi, ma sotto i nostri piedi.
Ali Ibn Abu Talib:
Non esiste alcun versetto coranico che non abbia quattro sensi: l'essoterico (zahir), l'esoterico (batin), il limite (hadd), il disegno divino (mottala). L'essoterico è per la recitazione orale; l'esoterico per la comprensione interiore; il limite sono gli enunciati che stabiliscono il lecito e l'illecito; il disegno divino è ciò che Dio si propone di realizzare nell'uomo con ogni versetto”.
Hadith: “Il Corano ha un'apparenza esteriore e una profonditá nascosta, un senso esoterico e un senso essoterico; il senso esoterico nasconde a sua volta un senso esoterico (questa profonsitá ha una profonditá, a immagine delle Sfere celesti racchiuse le une nelle altre; cosí di seguito fino a sette sensi esoterici.
Il piú antico commento spirituale del Corano è dunque costituito dagli insegnamenti impartiti dagli Imam sciiti durante i loro colloqui con i discepoli. E sono i principi della loro ermeneutica che i sufi hanno raccolto.
A cura di genseki

Lucian Blaga

L'eone dogmatico III


L'apparizione del dogmatismo con Filone non restó un fatto isolato. Nei secoli animati da vane aspirazioni di egemonia universale che seguirono, le idee dogmatiche sorsero con insperata abbondanza.
(...) Il cristianesimo che stava creando la sua dottrina, si lasció fecondare dall'ellenismo come era naturale. Nella sua iniziale purezza non avrebbe mai potuto aspirare all'universalitá che finí per conquistare piú tardi. Le idee cristiane assimilarono tutto quello che vinsero. Vinsero concedendo. Il processo di fusione tra l'insegnamento evangelico, la concezione crisologica di Paolo e le idee del mondo pagano dura qualche secolo. Nella formazione delle diverse concezioni teologico cristologiche si distinguono generalmente due tendenze, una mitica e raziocinante e un'altra dogmatica. Cioè una tendenza che organizza il materiale cristologico-teologico in accordo con l'intelligenza umana, e un'altra che lo fa in disaccordo con l'intelligenza postulando una trascndenza delle funzioni logiche. Evidentemente la seconda tendenza non derivava da un principio cosciente di domatizzazione. Tuttavia è altrettanto sicuro che questa tendenza speciale, e finalizzata, è stata seguita con impressionante consequenzialitá nel processo storico di cristalizzazione della dottrina cristiana dalla Chiesa, ogni volta che sorgevano nuove idee che esigevano una decisione.
Gli storici laici inclinano generalmente a pensare che la storia delle idee cristiane è espressione di una lotta naturale tra idee diverse, con il trionfo finale di alcune di esse contro alcune altre per mezzo della forza delle correnti che erano rappresentate da questi conflitti. Secondo questa poinione avrebbe potuto risultare vincente ora un'idea mitico-razionalizzante, ora una dogmatica. Costoro non vedono, nell'evoluzione della dottrina cristiana, nientaltro che il gioco di forze del momento, e no una forza determinante la forma di lungo periodo, qual è la tendenza dogmatizzante. Gli storici cristiani ufficiali, al contrario, si sforzano di dimostrare che le idee definitive della Chiesa vinsero, perché secondo il piano divino seguito dal divenire del cristianesimo, queste idee, date implicitamente nell'insegnamento evangelico, dovevano vincere.
(...)
C'è un fattore determinante di rivelazione, non divino, ma del tutto naturale nella storia dei dogmi, che è costantemente ignorato nonostante si manifesti con evidenza. Si tratta di una tendenza, che potrtemmo chiamare, in mancanza di un termine migliore, “nisus dogmaticus”.
Questo “nisus” ... ebbe un ruolo non solo formativo, ma anche uno di incosciente principio di selezione tra le idee che sorgevano sul terreno del pensiero teologico-filosofico. L'evoluzione delle idee teologiche cristiane non è tanto casuale come vorrebbero alcuni, ma nemmeno tanto poco evolutiva come pretenderebbero altri, specialmente i teologi che gli attribuiscono un tipo di preesistenza in quanto veritá date anche se inaccessibili. Il divenire delle idee teologiche è piú lineare i quello che desiderebbero gli storici laici e piú libera di come la vorrebbero i teologi.
(...)
Analizzando i dibattiti e le dispute intorno alle idee cristaine, si evidenzia il fatto che, almeno nelle sue tappe principali, un fatto curioso: finirono sempre per imporsi quelle idee, che, dal punto di vista dell'intelligenza umana sono le piú inesplicabili. Una comparazione tra le grandi eresie e i dogmi ufficiali che si fornularono contro di esse o indipendentemente da esse dimostra che le eresie sono piú prossime, maggioritariamente a un accordo con l'intelletto, e che contro di esse trionfó sempre l'impossibile e il bizzarro. La storia del pensiero cristiano non consiste solo nella lotta tra idee differenti, di cui alcune vinsero come avrebbero potuto vincere altre se avessero goduto di una piú forte e piú cntinua propaganda. No. Perché si imposero sempre in modo schiacciante e senza eccezzioni, quelle più dogmatiche nella loro struttura interna.
All'epoca del Padri della Chiesa si procede a una selezione tra le idee propostee dai vari creatori di formule, a una scelta che segue un precetto inconscio, ma ostinato. Le loro preferenze si orientano sempre verso il dogmatico “intenso”. Le formule meno dogmatiche o niente affatto dogmatiche, restano in secondo piano o scompaiono.
(...)
La dottrina cristiana, nei suoi primi intenti embrionari di sistemazione, così come veniamo scoprendoal nei pensatori della metá del secondo secolo, ha un aspetto che ricorda solo vagamente i dogmi fissati dai primi sinodi ecumenici (Nicea e Costantinopoli). Questi pensatori, che si videro, per circostanze indipendenti dalla loro volontá, nella situazione, per loro estremamente penosa, di formulare un pensiero, solo per la necessitá di prendere posizioni apologetiche di fronte ai pensatori pagani molto piú esperti nel maneggiare concetti astratti, anche se avevano poca esperienza, fecero tuttavia i primi passi nella direzione della dogmatizzazione della dottrina cristiana. Era una fase in cui si muovevano alla cieca cercando di erigere segnali che potessero servire per orientare. Il modo in cui cercavano di compere questo dovere ce lo mostra in modo impressionente Taziano, Egli considerava il Logos come la prima opera del Padre. Il Logos non godeva quindi di una grande considerazione. In quanto alla relazione tra il Logos e il Padre, Taziano sembra preoccuparsi solo dell'integritá del Padre. Tutte le sue preoccupazioni si concentrano nello sforzo di salvare l'idea del Padre, come esistenza che non è alterata per l'apparizione da lui o attraverso di lui. Taziano è colui che adatta la filosofia di Filone alle necessitá del sistema in divenire del cristianesimo. Non era molto, ma era qualcosa.. I pensatori come Taziano aprivano il corso delle dogmatizzazioni cristiane venture. Di fronte alle dogmatizzazioni iniziali, la tendenza mitico-razionalizzante, sgorgó con piú vigore. Nella fase iniziale della dogmatizzazione della dottrina cristiana ebbe luogo nel quadro del cristianesimo, la riforma monumentale di Marcione. Il coraggioso, originale e ispirato Marcione soteneva l'esistenza di due Dei, quello dell'Antico Testamento (il Testamento della Carne): cioé, il Demiurgo, il creatore del Mondo; e Gesú Cristo (incarnazione del “Dio ignito”), il Dio del Nuovo testamento, delle Spirito che prende il posto del Dio antico privandolo definitivamente della sua sensorialitá. Il cristianesimo di Marcione, essenzialmente evangelico, include tesi dottrinali relativamente prive di difficoltá logiche, limpide e non dogmatiche. L'energica riforma di Marcione si era diffusa in grandi masse di fedeli e minacciava di distruggere per sempre il dogmatismo cristiano ai suoi esordi. Eppure, il marcionismo fu sconfitto dalla corrente dogmatizzante, molto piú timida e dai risultati piú modesti. Questo trionfo della dogmatizzazione sul non dogmatico è la miglior prova del fatto che la dogmatizzazione rispondeva ad alcune profonde necessitá spirituali dell'epoca. Il primo scontro tra il dogmatico, per di piú imperfetto, e la corrente mtico-razionalizzante terminava con la vittoria del primo. Qualche cosa di analogp capiterá poi con l'insegamento di Ario, quando il dogmatismo entró in guerra per la seconda volta contro il logco. Tuttavia prima dell'eresia di Ario dobbiamo soffermarci su di un'altra tappa della dottrina cristiana.
È interessante vedere come a volte, tradu concezioni piú o meno mitico-razionalizzanti, si impone quella che apre un maggior numero di prospettive dogmatiche senza essere dogmatica in sé. Un esempio in questo senso lo offre il principio stesso della cristologia. Due insegnamenti si diputavano l'egemonia: quello “pneumatico” e quello adozionista. Per i pneumatici Cristo era un essere dalla natura divina “incarnata”. Per gli adozionisti era un profeta elevato per grazia di Dio alla dignitá divina. L'adozionismo sosteneva una tesi molto semplice, di carattere definitivo, e non permetteva nessun ulteriore sviluppo, non poteva evolvere, era come un cristallo dagli spigoli taglienti. Diverso è il caso del pneumatismo. La sua tesi era logica, ma la sua natura embrionaria poteva anche svilupparsi in senso illogico. La dottrina pneumatica, anche se non poteva rappresentare senza correzioni importanti, il punto di vista ultimo della chiesa, poté frenare l'adozionismo. Quest'ultimo era certamente piú accettabile per la logica umana, ma nella stessa situazione si trovava anche, piú o meno, il pensiero pneumatico, piú ricco di gran lunga in prospettive dogmatizzanti, comedimostró proprio l'evoluzione posteriore della dottrina cristologica ufficiale. La tesi sull'incarnazione in una persona di un essere di natura divina, anche se logica in sé, costituiva un ammirevole sostrato per tutta la flora dogmatica di corolle antinomiche del futuro; cosa che non si puó dire delle tesi adozioniste che avrebbero proibito qualunque ulteriore possibilitá futura di dogmatizzazione. Se si fosse accettato l'adozionismo non si sarebbe mai giunto ai dogmi di indole antinomica, costruiti con tanta passione dalla chiesa cristiana.
Trad. genseki

giovedì, luglio 17, 2008

Lucian Blaga

L'eone dogmatico II

Compariamo l'idea di sostanza prima dei filosofi greci e l'aspetto che le diede Filone. Dicevamo che Eraclito ammetteva una sostanza primaria, della quale una parte si trasforma nel mondo. Questa tesi se non la confrontiamo con l'esperienza scientifica e la consideriamo solo come un enunciato che non esige altro contorllo che quello della sua logica interna, risulta chiara e intellegibile. Gli stoici sostenevano che la sostanza primaria nella sua totalitá si converte in mondo. De è una tesi tanto chiara e intellegibile come l'altra. Non ci sono contraddizini interne nel corpo logico di questi enunciati. Ció che è perduto da un lato è guadagnato dall'altro. La simmetria interna di qeuste tesi è suffciente. Come si spiega l'attitudine di Filone? Perché egli non accettó la formula precisamente bilanciata del pensiero greco?
Formato nella concezione del monoteismo giudaico per il quale l'inalterabilitá della divinitá era una pietra angolare, debe esersi chiesto: “che razza di divinitá è mai quella che sparisce parzialmente o completamente degradandosi? Nel seno della divinitá, come egli la concepisce secondo la tradizione ebraica, non si poteva ammettere scomparsa o degradazione. Dio che si riveló ai profeti per il suo solo attributo esistenziale deve essere conservato in tutta la sua pienezza. Nel caso della divinità non restava nessuna possibilitá per parlare di diminuzione, esaurimento o frammentazione. Tuttavia Filone si trova obbligato ad ammettere l'emanazione d alcune esistenze secondarie della divinitá (per esempio il Logos). Queste esistenze secondarie possono derivare da alltra cosa che dalla sostanza primaria? Chiaramente no. Due affermazioni antitetiche si impongono quindi a Filone. Da una parte doveva ammettere una divinitá qualitatitavemente quantitativamente inalterabile e dall'altra l'emanazione da essa di esistenze secondarie. La difficoltá che avrebbe sprofondato un altro in uno scetticismo irrimediabile fu per Filone occasione di un'eroica decisione. Egli si decise per la sintesi: ci sono emananzioni della divinitá ma la divinità non è menomata da nessuna di esse. L'intelletto prese posizione cosí, per la prima volta nella storia, per accettare coscientemente una formula che, indipendentemente dalla sua relazione con la realtá, era antinomica in sè, visto che non puó essere pensata interamente nel mondo dell'astrazione logica e neppure in quello concreto.
L'idea dogmatica dell'emanazione, una volta enunciata, divenne un luogo comune dell'epoca. Gli gnostici, in genere, ammettevano un'infinitá di emananzioni della divinitá, senza che questo en significasse la polverizzazione. Un eco della stessa idea si stabilizzó in seguito anche nella dogmatica cristiana: la idea che il Figlio procede dal Padre senza che questi soffra diminuzione o degradazione non è nientaltro che un lontano ricordo della concezione di Filone relativamente all'emanazione. Il contributo di Filone all'introduzione del dogma nella coscienza del suo tempo non si limita a questo. Un'altra idea seminale di alcune importanti elaborazioni dogmatiche posteriori sorge per la prima volta nel suo pensiero. Egli ammette una serie di potenze che emanano dalla divinità; ma sostiene anche che queste potenze non spezzano la sostanza divina nella sua unitá ma restano in essa, in eterna unitá con essa. Si tratta di una nuova formula dogmatica, che contiene un conflitto di termini, irrealizzabile sul piano logico o su quello intuitivo: la separazione tra alcune esistenze derivate e l'esistenza originaria, nella quale, tuttavia, le esistenze derivate seguono relamente unite con quella originaria.
“In che maniera queste potenze formino un'unitá in Dio, questo è il grande mistero”. Filone lo ammette. Questa dichiarazione, cosí esplicita, dimostra in modo sufficiente che la sua affermazione “dogmatica” non era una contraddizione involontaria, bensí una formula, anche se contradditoria, enunciata come tale in modo cosciente. L'atto di Filone non puó essere considerato come sincretismo nel senso peggiorativo del termine, come una di quelle sintesi insensate che sorsero in quell'epoca; esso, al contrario, equivale a un'invenzine spirituale. Un'invenzione spirituale alla quale riconosciamo il merito di essere la prima manifestazione di un nuovo modo di pensare, distinto fondalmentamente distinta dai metodi precedenti. Solo il fatto che il dogmatismo trovo la sua piena e piú ricca cristalizzazione formale e di contenuto nel cristianesimo, e il pregiudizio derivato da qui che il dogma sia una manifestazione esclusivamente cristiana, impedí che Filone fosse considerato il solo pensatore dogmatico.
Si comprenderá, anche dai pochi esempi di pensiero dogmatico che abbiamo menzionato fino ad ora, che in questo saggio non considereremo il dogma nel senso che la teologia cristiana da a questa parola. Per la teologia il dogma è “formula di fede” (accettata dai sinodi ecumenici esclusivamente per pretesa rivelazione), che fa parte della dottrina della Chiesa, che superi o non l'intelletto umano. Per noi il “dogma” è, per il momento, qualunque enunciato intellettuale che in radicale disaccordo con l'intelletto postula la trasecendenza dall logica. Questo indipendentemente dal sistema metafisico in cui lo si incontra. Non condizioniamo il dogma alla sua accettazione senza controllo da parte di una comunitá. Il dogma, in quanto oggetto di questo saggio, cioé dal punto di vista puramente intellettuale, è dogma per la sua struttura interna e non per l'atteggiamento delle persone in relazione ad esso, e nemmeno per le sue relazioni con una qualsiasi collettivitá. Non si definisce per mezzo di qualche cosa di esterno ad esso. Un dogma potrebbe non essere accettato da nessun altro oltre al suo autore, e ciononostante restare un dogma per la sua struttura.. In prima approsimazione delimiteremo il dogma esclusivamente attraverso la natura del suo conflitto con le funzioni abituali dell'intelletto.

mercoledì, luglio 09, 2008

Panaït Istrati


Incontrai Panait Istrati a Mosca. Una atmosfera da accampamento militare regnava quel giorno nella citta imbandierata. Come me era stato invitato dall'Unione Sovietica alle grandi manifestazioni del decimo anniversario della Rivluzione. Non lo avevo mai visto prima, ma conoscevo i suoi racconti, pieni di passoine, di sangue, di grida di angoscia e la sua vita eroica e avventurosa.
Jorge Valsamis, contrabbandiere di Cefalonia, un uomo inquieto, un amante del pericolo, dominato dall'insaziabile piacere della marginalitá che hanno gli abitanti della sua isola, aveva conosciuto a Braila Zoitsa Istrati, una bella e robusta romena, che naturalmente battezzó con il nome di Gerassimos, tipico degli uomini della sua isola natale. Tuttavia piú tardi finirono per chiamarlo Panayotakis o Panait.

Valsamis morí quando Panait era ancora in fasce e sua madre, tenera e lavoratrice si diede da fare come serva e lavandaia per poterlo educare. Sognava di dargli un0istruzione e di sposarlo con qualche brava ragazza perché diventasse un giorno – a Dio piacendo – un buon padre di famiglia romeno.

Nelle vene del bambino peró scorreva il sangue ardente di Cefalonia. Non appena ebbe compiuto dodici anni abbandonó sua madre e cominció la sua vita di vagabondo.
Ebbe fame, si ammaló e dormì in strada. Si nascose a volte nelle stive, altre nei vagoni o sui camion e percorse cosí l'Egitto, la Svizzera e l'Italia. Lo bruciava una sete insaziabile di vivere, di vedere e di gustare tutte le allegrie e tutte le pene che l'uomo puó sperimentare su questa terra.
Nel corso dei suoi vagabondaggi legge letteratura russa,ascolta storie orientali e i racconti della mille e una notte. Lavora lo stretto necessario per non morire di fame come sguattero muratore, e, alla fine sulla costa azzurr, fotografo ambulante a Nizza.

Un giorno di gennaio del 1921, stanco della fame e del dolore, decide di uccidersi. Due anni prima aveva scritto una lettera di venti pagine a Romain Rolland, in cui spiegava la sua necessitá di ascoltare una voce amica e di stringere la mano di un vero uomo.
Incontrare un amico fu sempre il piú ardente desiderio di Istrati. Piú dell'amore, delle ricchezze e della gloria è l'amicizia che ha occupato nella sua vita e nella sua opera il posto piú importante, darsi ad un amico che si desse a lui e intraprendere insieme, inseparabili la grande avventura della vita. Spesso era caduto in questa dolce trappola, gli amici, peró, lo avevano tradito e Istrati si era trovato solo nel deserto umano. Disperato, scrisse, quindi al suo padre spirituale, che stava in piedi, solitario, puro, nel bel mezzo delle passioni che ardevano in Europa. Romain Rolland non rispose. Fu allora che Istrati decise di suicidarsi. Si taglia la gola inun giardino pubblico di Nizza, la folla si stringe attorno a lui. Lo portano all'ospedale, Dopo una lunga lotta con la morte si riprende. Quindici giorni dopo senza aspettare la sua completa guarigione la direzione lo caccia fuori dall'ospedale. Nel suo portafoglio avevano trovato una lettera diretta al quotidiano francese “L'Humanité”, in cui, alcune ore prima del suicidio, salutava la russa e il nuovo mndo che sarebbe nato da essa.. Quando la polizia francese ebbe conoscenza di questa lettera ordinò di espellere dall'ospedale questo pericoloso rivoluzionario.

Panait si trova di nuovo in strada, ma questa volta è felice, perché finalmente ha ricevuto la risposta di Romain Rolland che lo invitava a non scrivere piú lettere ma romanzi.
Incoraggiato, Panait andó a Parigi. Un compatriota ciabattino, Ionescu, lo raccoglie, lo sistema in soffitta e gli procura il cibo e il necessario per scrivere.
Qualche mese piú tardi nasce Kyra Kyralina. Libro pieno di passione, di indifferenza, di amore sfrenato della vita, libro allegro e dolce come un corpo umano.
... Kyra Kyralina sgorgó come il grido di una gola che arde.
Romain Rolland salutó Panait Istrati come “Gorki del Balcani”.

Nikos Katzanzakis
Dal Monte Sinai all'Isola di Venere.
A cura di gnseki

martedì, luglio 08, 2008

Zorba


Quando tutto fallisce è un immenso giubilo mettere alla prova il nostro cuore per saggiarne la resistenza e il coraggio!
Un invisibile, onnipotente nemico - alcuni lo chiamano demonio de altri Dio – sembra gettarsi su di noi con l'intenzione di annientarci. Ma noi non ci lasciamo annientare.
Ogni volta che riusciamo ad essere vincitori nel nostro intimo anche se completamente vinti agli occhi del mondo esterno assaporiamo un indescrivibile, orgoglioso gaudio. Le calamitá si sono trasformate in una felicitá suprema e inalienabile.

Nikos Kazantzakis
Zorba il Greco

A cura di genseki

lunedì, luglio 07, 2008

George Enescu -

Lucian Blaga


L'eone dogmatico

Il periodo storico conosciuto come ellenismo ci da le prime chiavi sulle origini del dogma. Torniamo per un istante a quella grande vigilia dell'era cristiana Ció che soprattutto caratterizza l'ellenismo è una sconcertante fusiono di correnti spirituali. La filosofia greca uscí fuori di sé, si fece estranea a se stessa, si tradí per sperimentare avventure simbiotiche con le piú diverse dottrine e mitologia asiatiche. Il pensiero ellenico perse quell'istinto di conservazione grazie al quale si era difeso in splendido isolamento durante secoli di invasioni barbariche e cominció ad apprendere la virtú dello smarrirsi nell'alteritá. Asia Minore de Egitto si convertirono in terre miracolose di interferenze culturali, di avvicinamenti e di sintesi. La astrazione e la precisione europee si unirono con l'immaginazione e i principi negatori del limite tipici dell'Oriente. Vaghi echi indiani intorno all'unitá suprema, drammatico dualismo persiano, profonda e penetrante mitologia babilonica, messianiche visioni ebraiche, occultismo egizio radicatonell'oltretomba, la rotonda e plastica “idea” greca, convergono qui sotto il segno dell'ellenismo in cerca di una lega di qualitá superiore. Tutte le visioni sul mondo e la vita si erano sviluppate de erano fiorite fino ad allora in relativo isolamento. DA un lato le idee chiare di Platone, dall'altro il mito della caduta dell'uomo nel peccato. In una geografia l'idea sulla lotta permanente tra il bene de il male. In un popolo la speranza nella nascita di un savatore del mondo,in un latro il presentimento di una grande identitá comune riferita a una esistenza suprema, unica. Come per un incantesimo indecifrabile, la differenza tra i prodotti del genio locale di tre continenti era scomparsa. Apollo acquisisce attributi barbarici e gli dei solari della Mesopotamia aggiungono al loro blasone elementi greci. La purezza stilistica delle creazioni filosofiche, mitiche e religiose delle nazioni piú diverse si perde. I pensieri soffrono cosí, dal punto di vista formale e organico, una degradazione, peró si arrchiscono, soprendentemente sul piano del significato. Forze fino a poco prima ostili sentono di colpo il desiderio di conoscersi reciprocamente, di allearsi, dirafforzarsi in nuova unitá. I segreti delle dottrine esoteriche, gelosamente nascosti dagli iniziati, cessano di essere indovinelli insolubili, per convertirsi in un bene piú o meno comune, che circola da tutte le parti come la moneta con l'effigie del cesare. Interpreti perspicaci, grandi maestri di analogia, scoprono affinitá e sommetrie laddove l'occhio normale poteva captare solo differenze e divergenze. Alessandria osserva cone raffinata sorpresa somiglianze tra gli insegnamenti rivelati e i risultati del pensiero “naturale. L'ellenismo è nuovo, rispetto alle epoche passate proprio per questa passione prima sconosciuta per il senso che si nasconde dietro ogni fenomenologia spirituale. Se si cerca il contenuto il seme si separa dal guscio, il contenuto dalla confezione, l'essenza dalla forma accidentale. L'operazione si applica principalmente ai prodotti della mente umana, ai “miti” e alle “idee”. Il risultato generale di questo processo è la riduzione a un denominatore comune dei pensieri espressi e occulti in fondo a tante icone, secondo le circostanze, il tempo e il luogo. Si scopre cosí che un qualunque dio asiatico, sebbene con un volto distinto, è identico a un dio greco o egizio, e che Mosé ebbe pensieri socratici o al contrario. Questa pratica di ridurre un'idea, un mito o una metafora al senso, contribuisce enormemente alla sua circolazione e alla sua diffusione. Liberate dal peso dell'accidentale, le idee, i miti e le metafore viaggiano sfidando le barriere dei tempi passati. L'osmosi tra di loro si intensifica. La coscienza del solitario si arricchisce con la coscienza dei vicini dai quali era stato separato non soltanto da mari e da deserti, ma anche dalla differenza organica tra una coscienza etica e l'altra. Si perse certament l'ingenuitá animica di prima e forse anche l'intensitá dell'esperienza immediata. Il mito diventa allegoria. La visione si converte in idea. Tutto quello che era manufatto plastico tende a sublimarsi in astrazione. Attraverso la mediazione del “senso” che puó prendere, senza perdersi, tante forme differenti la conversione del mito in pensiero astratto si realizza senza difficoltá. L'astrazione a sua volta si trasforma, percorrendo in qualche modo: i concetti si incarnano e acquisiscono qualitá concrete, aspetti di semi-esseri e anche di esseri come il Logos. In questa atmosfera satura di visioni e di pensiero, di speranze sorge il mito cristiano, che accetta tutte le modifiche che un mito doveva soffrire: nato dall'esperienza immediata si complica allegoricamente e poi si associa con l'astrazione filosofica. Tuttavia, perché c'è un “tuttavia” in questo impressionante processo di amalgama, le simmetrie non sono cosí nitide e neppure cosí evidenti come sarebbe piaciuto al pensatore ellenistico. Ci sono anche, tra dottrine e dottrine, tra miti e miti alcuni elementi insuperabili di non corrispondenza. Ponti gettai su precipizi restano sopsesi, senza poter riempire lo iato aperto tra pensiero e pensiero. Nonostante lo sforzo perseverante dell'intelletto, questo non riesce a portare a compimento l'ultima sintesi. Attraverso la tensione irrisolta tra “elementi” e “veritá” dell'ellenismo si va preparando poco a poco il terreno per il dogma. Il dogma suppone cosí, nelle sue complicate origini storiche, una certa crisi di significato plurale, dell'intelletto.All'intelletto che aveva dimostrato apertamente i suoi limiti nel fallire tentando ques'ultima sintesi, si imponeva, almeno in certa misura, una rinuncia a se che tuttavia non debe essere interpretata come un totale abbandono di sé e neppure come un rifugio nella fede. È certo che anime tormentate dai dubbi si rifugiarono nella fede, ma l'intelletto, considearo in se non fu annullato, fuggí da sé in formule che, per la loro struttura, restano inaccesibili alla logica. Niente di piú. Che queste forme apparissero talvolta su uno sfondo di credenza e di esperienza religiosa, è altra cosa.
In queste pagine affrontiamo il problema del dogma solo dal punto di vista dell'intelletto e della teoria metafisicam separato da ogni implicazione religiosa.
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Circoscriviamo cosí rigorosamente la nostra analisi alla struttura puramente intellettuale del dogma. Non dobbiamo perdere di vista il fatto che il dogma anche se suppone, in certa misura, che resta da determinare con piú precisione, una rinuncia all'intelletto si formula ugualmente su di un piano intellettuale. Comunque, non puó essere separato in astratto come una qualsiasi formula metafisica, e trattato come tale esclusivamente dal punto di vista intellettuale. Riducendo il dogma al solo suo aspetto intellettuale non vogliamo nemmeno affermare che, in quanto simbolo religioso esso non presenti anche alcuni aspetti che non siano di natura intellettuale. Questi aspetti legati piú alla forma che al contenuto ci permettiamo di ometterli giacchè soffermarci su di essi renderebbe inutilmente piú difficile il nostro sforzo.
...
Filone di Alessandria, considerato un sincretista come molti altri della sua epoca, ci pare un pensatore decisivo ai fini di questa analisi. Il giudeo Filone, nel suo conflitto con la filosofia greca, cerca per la prima volta di adattare la mitologia ebraica a alla filosofia greca su una base piú ampia, lasciando suggestioni decisive per analoghi tentativi posteriori. Ma non é l'unico merito della sua opera. Egli è il primo pensatore – per quanto possiamo giudicare – che propone enunciato di struttira chiaramente dogmatica. A un sincretismo che consiste in giustapposizioni di elementi disparati in unitá fittizie si dedicarono molti altri. Lo praticavano tutti gli ellenisti che si dilettavano dell'orgia variopinta delle analogia ... peró ... nella sua dottrina incontriamo anche alcune idee capaci di illuminare una coincidenza. La storia dell'idea di emanazione è esemplare. Si sa che Eraclito e con lui, piú tardi gli stoici, ammette nella sua metafisica l'esistenza di una sostanza primaria “divina” concepita come materia e spirito contemporaneamente. Secondo Eraclito, per un processo di differenziazione parte della sostanza primaria si convertí in “mondo”, per gli stoici, tutta la sostanza primaria si converte nel “mondo. Filone di Alessandria distanziandosi dai pensatori greci, diede a questa idea di sostanza primaria un aspetto dogmatico. Egli affermó che dalla sostanza primaria emanano esistenze secondarie senza che per questo essa soffra diminuzione. Proponendo questa formula, Filone intese perfettamente la responsabilitá che si assumeva, ma non si res conto, e non poteva rendersen conto, dell'importanza storica della sua iniziativa.
Il dogma era nato e in seguito si temprará – cristallo misterioso sempre piú sfaccettato – in un incendio estatico che durara un eone intero.
Trad. genseki

mercoledì, luglio 02, 2008

Il linguaggio e il reale

È con il linguaggio che gli uomini entrano nella morte.
Vivere è sfinire le parole.
Dissanguare il senso possibile di ogni discorso.
Fino a che non resti che un grido plurale: inarticolato. Il grido da cui sgorga l'Animale, perfetto nel suo "eterno ultimo istante".
Schiumante d'impermanenza.
Immortale

genseki

lunedì, giugno 16, 2008

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pippa bacca

shin jin datsuraku
"Deporre corpo mente"
Eihei Dogen

L'immagine della prima pagina del sito di pippa bacca è molto bella. Almeno io la trovo molto bella. La sua foto vestita da sposa migratoria, invece, mi fa rabbia. La prima impressione che da è quella di un'ingenuitá militante, di un disarmarsi violento.Il vestito da sposa è una anti-lorica. Un talismano inverso.C'è una smorfia di sfida infantile nel volto che appare in tutto quel bianco.Proserpina, tuttavia, va sposa alla casa di Plutone. Il viaggio di pippa bacca è un viaggio antiorario, va dalla merce-ragione al mito. L'arte è una sostanza intessuta di morte, una pasta che la morte fermenta e capita che l'artista la incontri in forme diverse, impreviste ma cercate, sul suo cammino. Così è stato per pippa bacca. La cui figura è tanto lontana dal mio immaginario, la cui rivelazione tanto vicina al mio cuore. Un mondo che sia davvero umano è ancora lontano. Come possiamo sopportarlo? Un mondo dove la negazione sia gioco e creazione ci appare insopportabile, a fulminarci basta il súbito bagliore della sua possibilitá dalla soglia dischiusa dell'informazione. Ed ecco il coro informe, quello si infernale, di coloro che accusano la stupiditá e l'ingenuitá dell'artista e dei suoi piú intimi: - è colpa sua, del suo esibizionismo irresponsabile, della sua cecitá, della sua ingenuitá idiota. È come il sospiro di sollievo di coloro che non possono sopportare nemmeno l'idea che il mondo non sia l'inferno, che la speranza possa affrontare il male, che si possa vivere per progettare l'esistenza. É il sospiro di sollievo di quelli che per stare tranquilli hanno bisogno di una conferma: la conferma che vivono e possono continuare a vivere nella routine dell'osceno; che chi depone il corpo e lo spirito in disarmata speranza è il vero nemico, l'imperdonabile, l'imperdonato.
genseki

giovedì, giugno 12, 2008

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Inni e dinastie

L'Imperatore Giallo classificó i funzionari in "Nuvole" di diverse categorie.
L'Imperatore vide in sogno due dragoni che gli presentavano un disegno, si purificó con l'astinenza, poi si recó sulla riva del Fiiume Giallo. Improvvisamente un pesce-tartaruga gigantesco, risalendo la corrente si presentó a lui. L'Imperatore, prosternatosi copió il disegno che il pesce portava sulla schiena... Fece poi costruire un osservatorio che affidó ad alcuni ufficiali incaricati dei cinque grandi compiti: osservazione del cielo, calcolo del calendario, ispezione del vento, delle nuvole e delle emananzioni terrestri. È da allora che si registrano i fenomeni metereologici, che sono i segni attraverso i quali il cielo istruisce gli uomini. - L'Imperatore fece comporre il ciclo di sessanta anni, per contare gli anni. Fissó le leggi dell'aritmetica, da cui derivarono i toni musicali, le misure, i volumi e i pesi. Creó la gamma; fuse, per fissarla, dodici campane del diapason, che davano i dodici toni fondamentali; alla fine compose l'inno del suo regno, intitolato: "I Laghi"

*

Essendo apparsa la Fenice, l'Imperatore Shaohao classificó i suoi funzionari in Uccelli di diversi gradi. L'inno del suo regno fu intitolato "L'Abisso". Il suo governo fu troppo bonario, nove mebri del potente clan Li, feudatari di allora, misero disordine negli usi e negli insegnamenti antichi. Shaohao, troppo debole non seppe reprimerli. Allora il popolo si mise a temere gli Spiriti e i Mostri, a servirsi di stregoni nelle proprie case; ci si inebriava di oblazioni illecite. Shaohao morí dopo aver regnato 84 anni. Fu sepolto nella localitá di Yunyang (nuvole e sole) presso la sua capitale e ricevette il nome di Yunyangshi (Imperatore di nuvole e sole).
a cura di genseki

domenica, maggio 04, 2008

La forza mostruosa dell'intelletto

La forza mostruosa dell'intelletto ... (nel linguaggio) ..., fonda la separazione degli elementi e fondandola si fonda su di essa, all'interno di un mondo formato da entitá separate e nominate. Ma facendo questo l'animale umano incontra la morte: e precisamente la morte umana, la sola che spaventa, che raggela, ma soltanto l'uomo assorbito nella coscienza della sua scomparsa futura, in quanto separato e insostituibile; la unica vera morte, quella che suppone la separazione e, a causa del discorso che separa, la coscienza di essere separato - questi testi che ho un po' ricucito dalla Fenomenologia mi pare siano il commento filosico dettagliato di queste note, la loro traduzione in parole e in concetti, la chiave del loro mistero e del loro orrore.
genseki

venerdì, maggio 02, 2008

Fuçûç el-Hikam

Il credente loda soltanto la divinitá che è compresa nel suo credo e a questa aderisce: egli non puó compiere alchun atto che no lo riconduca a se stesso, e allo stesso modo nulla vi è ch'egli lodi senza lodare se stesso. Perché è indubbio che chi loda l'opera ne loda l'autore; la bellezza e la sua assenza ricadono sull'artefice. La divinitá nella quale si crede è plasmata da colui che la concepisce, essa è quindi la sua opera, la lode rivolta a ció che crede è l'elogio diretto a se stesso. Proprio per questo egli condanna qualsiasi credo differente dal proprio; se egli fosse giusto non lo farebbe, ma lo fa, perché resta fermo su di un particolare oggetto di adorazione, è chiaramente nell'ignoranza e per tale motivo il suo credo in Dio implica la negazione di tutto quanto è diverso da esso: se conoscesse il detto di Junaid - Il colore dell'acqua è quello del suo recipiente - consiglierebbe a ogni credente di credere a ció che egli crede, conoscerebbe Dio in ogni forma e in ogni oggetto di credenza, e per questo Allah ha detto: "Io sono conforme all'opinione che il mio servo ha di me". Cioè io gli appaio nella forma del suo credo, se vuole puó ampliarlo oppure ridurlo. La divinitá in cui si crede assume i limiti del credo ed è questa la divinitá contenuta nel cuore del servo; la Divinitá assoluta non essendo contenuta in nessuna cosa perché essa stessa è l'essenza delle cose e contemporaneamente anche la sua essenza.

Ibn Arabi
Fuçûç el-Hikam

giovedì, maggio 01, 2008

Wan Xiaoli II

Le cose sono migliori di quello che pensi.

Questa è un'altra canzone di Wan Xiaoli, non quella che ho tradotto qui sotto che non la ho trovata.
genseki

Wan Xiaoli

Il linguaggio degli uccelli

È la sola persona al mondo
Che comprende il canto degli uccelli
E dentro di lui cresce il desiderio
Di diventare un uccello
Dopo la sua morte
Non importa che tipo di uccello
Se un passero, una rondine o un aquila
Un pavone, una fenice o un corvo
Ogni giorno che passa lo rende
Un poco piú felice
Perché conosce meglio
La lingua degli uccelli.
Quelli che passano
Davanti alla sua finestra
Ascoltano il suo canto
Di passero, di rondine, di aquila
Di pavone, di fenice o di corvo
Nel sogno egli danza per il vento
Vola nella regione di bellezza
Nella luce dorata, dopo la pioggia
Si nutre del fragile profumo della terra
Un giorno ci fu nel cielo una danza di ali
Il sole del crepuscolo tingeva di rosso la grande terra
Tutti gli ucceli parlavano un'altra lingua
Che fino ad oggi nessuno ha saputo comprendere.

Wan Xiaoli
Trad. genseki