sabato, dicembre 26, 2009

TZARA

Buon Natale 2009

Busoni
Sonatina n. 4
"In Diem Nativitatis Christi 1917"
Pianista
Michael von Zadora

L'uomo approssimativo

Tristan Tzara

Frammento “L'Uomo approssimativo” 1931

Domenica grave coperchio al ribollire del sangue
Ebdomadario peso accoccolato sui suoi muscoli
Caduto al'interno di se stesso ritrovato
Le campane suonano senza ragione e noi pure
Suonate suonate campane senza ragione e pure noi
Noi ci rallegreremo al rumore delle catene
Che faremo suonare in noi con le campane

Che linguaggio è questo che ci scudiscia sussultiamo nella luce
I nostri nervi sono fruste tra le mani del tempo
E viene il dubbio con una sola ala incolore
Che si avvita si comprime si schiaccia in noi
Come la carta stropicciata del pacco aperto
Regalo d'un'altra epoca dagli scivolamenti dei pesci di amarezza

Suonano le campane senza ragione e noi pure
Gli occhi dei frutti ci guardano con attenzione
E tutte le nostre azioni sono controllate nulla è celato
L'acqua del fiume ha tanto a lungo lavato il suo letto
Porta con sé i dolci fili degli sguardi che hanno bighellonato
Ai piedi dei muri nei caffé leccato vite
Allettato i deboli connettato sensazioni disseccato estasi
Approfondito fino in fondo antiche varianti
Aperto il varco alle fonti delle lacrime prigioniere
Le sorgenti atte ai quotidiani soffocamenti
Gli sguardi che prendono con mani secche
Il chiaro prodotto del giorno o l'apparizione in ombra
Che concede l'attenta ricchezza del sorriso
Avvitato come un fiore all'occhiello del mattino
Coloro che pretendono riposo o voluttá
Tocchi di vibrazioni elettriche soprassalti
Avventure fuoco di certezza o schiavitú
Sguardi che hanno strisciato lungo discreti tormenti
Consumato i selciatii delle cittá e espiato molte meschinitá con elemosine
Si susseguono strette attorno ai nastri d'acqua
E scorrono ai mari trascinando al loro passaggio
Sporcizia umana con i suoi miraggi

L'acqua del fiume ha lavato cosí a lungo il suo letto
Che persino la luce striscia sull'onda liscia
E cade al fondo con grave bagliore di pietre

Senza ragione suonano le campane e noi pure
Le preoccupazioni che portiamo con noi
Che sono i nostri abiti interiori
Che indossiamo ogni mattina
Che la notte scioglie con mani di sogno
Ornati d'inutile rebus metallici
Purificati nel bagno dei paesaggi circolari
Nelle cittá preparate per la carneficina il sacrificio
Presso i mari che spazzano le prospettive
Sulle montagne severamente inquiete
Nei paesini dai dolorosi abbandoni
La mano pesante sulla testa
Suonano le campane senza ragione e pure noi
Partiamo in partenza e arriviamo in arrivo
Partiamo con chi arriva e arriviamo con chi parte
Senza ragione un po' duri un po' secchi severi
Pane cibo manca il pane che accompagna
La canzone saporita alla gamma della lingua
I colori depositano il loro peso e pensano
E pensano o gridano e restano e si nutrono
Di frutti leggeri come il fumo planano
Ce pensa al calore che tesse la parola
Attorno al suo nucleo sogno che ci chiama

Suonano le campane senza ragione e pure noi
Marciamo per sfuggire dalle strade formicolanti
Con un flacone di paesaggi una sola una sola malattia
Che coltiviamo fino alla morte
So che io porto in me la melodia e non ho paura
Porto la morte e se muoio è la morte
Che mi porterá nelle sue braccia impercettibili
Fini e leggere come odore d'erbe magre
Fini e leggere come partenze senza scopo
Senza amarezza debiti rimpianto senza
Suonano senza scopo le campane e pure noi
Perché cercare il capo della catena che ci lega alla catena
Campane suonate senza scopo e pure noi
In noi suoneremo vetri rotti
Monete d'argento e false monete
Schegge di feste scoppiate a ridere in tempesta
Alle cui porte si aprirebbero abissi
Tombe di vento mulini che frantimano le osa dell'artico
Feste che ce elevano le teste al cielo
E sputano sui nostri muscoli la notte di piombo fuso

Io parlo di chi parlo e sono solo
Non sono che un piccolo rumore con piccoli rumori in me
Un rumore gelato stropicciato all'incrocio gettato sul marciapiede umido
Ai piedi di quelli che vanno di fretta corrono con i morti attorno alla morte che stende le
braccia
Sul quadrante della sola ora vivente sotto il sole

Spesso si fa il soffio oscuro della notte
E nelle vene cantano flauti marini
Trasposti sulle ottave degl strati di diverse esistenze
Le vite si ripetono all'infinito fino ala magrezza atomica
E in alto cosí in alto che non possiamo vedere con queste vite accanto che non vediamo
L'ultravioletto di tante vie parallele
Che avremmo potuto imboccare
Sule quali avremmo potuto non entrare nel mondo
O averlo abbandonato da così tanto tempo
Che sarebbe dimenticata l'epoca della terra che ci succhió la carneficina
Sali e metalli liquidi limpidi al fondo dei pozzi

Penso al calore che tinge la parola
Attorno al nucleo del sogno che ci chiama.

Trad genseki

giovedì, dicembre 24, 2009

Era anche nella mente dei delfini

Era anche nella mente dei delfini
In quella delle balene, forse
D'altri cetacei, l'agonia della bambina
Caduta nel pozzo
Profondo come un'occhio
Tra il grano dorato, lei correndo
Nell'azzurro, tra due ispirazioni
Il delfino è consapevole della luce
Della schiuma, della purezza dello iodio
Del buio che ferisce laggiú
Ci sono scale fungose, muco fosforescente
La bambina non è sicura di essere
Davvero mai esistita nella mia mente
L'oro del grano, l'odore rosso delle ginocchia
Le balene soffiano rabbiose
Tremano gli alberi di amarene
La pianura rovente i delfini
Scarabocchiano con la schiuma
Raggi azzurri dalla loro alla mia mente
E lei cade tra altri funghi
Questi anche piú deformi maligni
In altre menti, in altri cetacei
Inconsapevole di quell'odore di cuoio
Di quell'occhio appena lacrimoso
Dell'oscuro che si apre un varco
Tra l'oro i delfini e i suoi capelli rossi
Nella mente della balena
Nella mia mente scivolando
Dall'una all'altra mentre
Lui la apre e qualcosa sanguina
Tra il grano e l'azzuro richiamo
del mare.

genseki

Natale 2009

Oggi la Vergine da alla luce
Colui che per l'Essenza è l'Eccelso
La Terra offre accesso a una grotta
A colui che è inaccessibile.
Angeli e pastori intonano canti di lode
I Magi nel loro cammino
Seguono la stella.
Ecco per noi è nato un bambino:
Egli è il Dio senza tempo.

Kontakion di Natale
Romano il Melode
trad. genseki

martedì, dicembre 22, 2009

Sul dorso della colline

Sul dorso delle colline
Dormivamo interminabili
Fino a rendere trasparente il sonno
Fino al profumo di spine e ginepro
Il vento, infatti, era davvero vetro
E noi oscillavamo come fiamme di candela
Come candele ci accendevamo
L'un l'altra nel profumo del timo
Le tue radici le cercavo a tentoni
Andavo cercandole sotto le pietre
I miei occhi li accarezzavi tra lo sparto
Dove si erano infitti nell'urto
Con le tue lunghe dita di scoiattolo;
Io ero lepre pronta alle tue fughe:
O fuggimi, fuggimi ancora
Come se fossi l'ultima parola
Il corpo in canna, la foglia sospesa
Il lapsus, la stella che non vuol cadere
La falce di luna piena del sorriso
Fuggimi, dormimi sul filo tagliente
Sul coltello della collina come conchiglia
Fossile accoccolato nella marna
Levigato dalla marea del tuo cuore
Con tutti quei coralli e le galassie

*

Il merlo lo avrebbe detto a tutti
A chi non aveva mani per guardare
Corolle per captare le radiazioni della rugiada
Il merlo alla fine ci avrebbe traditi lo stesso
Avrebbe portato nel becco il filo rosso
Per connetterlo alla maledetta bobina
Per connetterlo a tutta quella sofferenza
Per questo non riuscivamo piú a sciogliere
L'intreccio delle nostre dita
Unite tra di loro come la noce al suo martello
La nuditá al cappotto
Come l'invito alla perdizione
L'ubriaco alla paura
La luna alle nuvole notturne
Il giglio alla libellula cobalto
Il telefono ed il tuo salotto vuoto
Le persiane alla serratura dei gerani
I passi di tuo padre e la sua bara
Le sue scarpe di vernice e i tuoi collant
La mia cravatta e il tuo smalto da unghie
Strette come un nodo stretto al suo tumore
Si gonfiavano le nostre dita, e poi
Si facevano bianche bianche
Come un grappolo di scheletri di feti.

*

La libertá lasciva ci versava
Il mosto delle sue lacrime
Tra le pieghe della tua tunica
Pullulavano bruchi in preghiera.

*

genseki

lunedì, dicembre 21, 2009

Tristan Tzara


Due testi di Tristan Tzara

Fu allora che un fuocherello si fece largo tra gli uomini
O Spagna madre di tutti coloro che la terra non ha cessato di mordere da quando hanno avuto la crudeltà di vivere
Forza del sole alle putrelle di vecchi pani
Nessun sorriso che non si sia disfatto in sangue
Con gli occhi sbarrati hanno taciuto le campane
Bambole di terrore mettono i bimbi a letto
L'uomo si è spogliato del mistero delle parole
Le campagne mostrano gli artigli le case spente
Quelle ancora in piedi nei sudari si asciugano al sole
Sparite immagini pietose ai nudi denti
Risuonano gli stivali della mercede dei traditori

Avrei avuto per me la chiarezza
Sulle strade di Joigny dal sole collegato
Che sono io protetto da un'apparenza in marcia
Undici anni di morte sono passati su di me
E la brughiera non ha atteso il prezzo della sua foga
Non ha atteso la ricompensa della sua calma
Per manifestare alla vita un pomposo rinascimento
Mentre scorza ruvida di monte a raffichi
Correndo ho superato l'immrtalitá dell'illusione...

*

L'acqua scavava lunghe fanciulle

L'acqua scavava lunghe fanciulle all'ombra della sabbia. Ci incrostammo nella notte. Nessuna angoscia ha resistito alla virulenza occulta. Lontano dalle pietre, nel loro centro. Le spine non hanno conosciuto ragioni migliori per annientarsi. Un frutto, il rimorso, come una capsula di luce. E al centro la corono con la corona di spine. Luce immensa che getta sulla spiaggia frutti non sopiti, in brandelli, succosi precursori della morte. Ecco tutta la povertá della campagna. I fatti inassopiti.

L'assenza di sogno, né grave né triste. Per sempre rocciosa e venata di epoche lontane, di ricordi vinosi e di corse verso la morte. Immutabile melancolia di coperte d'acqua che un dormiente di carbone stira per coprirsi fino al collo. A braccetto se en andarono le onde dai luoghi del penseiro e non lasciarono al gusto salino che il feddoloso ricordo del sole.

Brutta, la faccia cambió luci con il faro. E gli animali mostruosi ritorvarono la loro placida postura nel cavo dell'oblio. Tutta la desolazione immensamente fosforescente di una mano tesa a un tornante di mare.

Mezzanote per giganti in “L'Antitesta” 1933

domenica, dicembre 20, 2009

Blacatz e il Capitano

Il tema del testamento del guerriero che ordina che il proprio corpo sia diviso in tante parti e inviato o donato agli eredi da lui nominati è curiosamente comune a due testi abissalmente distanti tra di loro come il Sirventese di Sordello da Goito e il canto alpino "Il capitan de la compagnia".
Questa comunanza tematica non si può certo ricondurre a una traidzione testuale, per quanto frammentaria che unisca questi due testi con un filo attraverso i secoli e le classi sociali. L'identitá tematica è dovuta a ragioni piú profonde. Ragioni dell'anima e non del testo. Certo il lascito di parti del proprio corpo, per esempio e soprattutto il cuore, come gesto di valore simbolico e sacramentale, nel Medioevo, era relativamente frequente: Il re Alfonso X il Saggio lasció per volonta testamentaria il suo cuore alla cittá di Murcia ove ancora è custodito in uno splendido scrigno nella cattedrale, all'epoca della Prima e della Seconda Guerra Mondiale ha invece solo un valore metaforico. Comunque l'dentitá tematica resta lo stesso molto forte anche perché, appunto a rafforzarla viene un'altra evidenza. Entrambi i testi hanno per protagosisti guerrieri e soldati (per quanto i soldati possano ancora essere considerati guerrieri), Nel primo testo il legato corporale è di un solo organo: il cuore ed è dichiaratamente cannibalico o eucaristico, nel secondo il cannibalismo è presente come il non detto che permette al testo di sostenersi emotivamente sul terreno solido della rimozione. Questo anche perché, probabilmente la fede nell'Eucarestia nel primo novecento era abbastanza indebolita nel mondo popolare da non poter piú funionare da sostegno simbolico del cannibalismo rituale proveniente da strati archetipici e da bisogni simbolici molto piú arcaici.
Nel testo di Sordello anche i destinatari-eredi sono guerrieri, nella canzone i destinatari eredi appartengono al lato femminile dell'esistenza. Morire per il Capitano degli Alpini è rientrare nel mondo della Madre, per Sordello è restare in quello della guerra attraverso la sopravvivenza del proprio spirito guerriero ad altri membri della stessa casta. Quest'ultima differenza dipende dal fatto che sopra è appena accennato in partenza che la figura del soldato non è sovrapponibile a quella del guerriero, il soldato è una forma molto molto degradata di guerriero.
La relazione tra i due testi è forte a livello simbolico e permette una analisi dettagliata di come un archetipo vada trasformandosi e forse depotenziandosi nel tempo.
genseki

sabato, dicembre 19, 2009

Gianni Schicchi: "Spogliati, bambolino" (Levine)

Coro Piccole Dolomiti - Il testamento del capitano

Sordel
Planher vuelh en Blacatz en aquest leugier so,

Planher vuelh en Blacatz en aquest leugier so,
Ab cor trist e marrit! et ai en be razo,
Qu'en luy ai mescabat senhor et amic bo,
E quar tug l'ayp valent en sa mort perdut so!
Tant es mortals lo dans qu'ieu non ai sospeisso
Que jamais si revenha, s'en aital guiza no!
Qu'om li traga lo cor e que·n manio·l baro
Que vivon descorat, pueys auran de cor pro.

Premiers manje del cor, per so que grans ops l'es
L'emperaire de Roma, s'elh vol los Milanes
Per forsa conquistar, quar luy tenon conques
E viu deseretatz, malgrat de sos Ties!
E deseguentre lui manje·n lo reys frances:
Pueys cobrara Castella que pert per nescies!
Mas, si pez'a sa maire, elh no·n manjara ges,
Quar ben par, a son pretz, qu'elh non fai ren que·l pes.

Del rei engles me platz, quar es pauc coratjos,
Que manje pro del cor! pueys er valens e bos,
E cobrara le terra, per que viu de pretz blos,
Que·l tol lo reys de Fransa, quar lo sap nualhos!
E lo reys castelas tanh qu'en manje per dos,
Quar dos regismes ten, e per l'un non es pros!
Mas, s'elh en vol manjar, tanh qu'en manj'a rescos,
Que, si·l mair'o sabia, batria·l ab bastos!

Del rey d'Arago vuelh del cor deia manjar,
Que aisso lo fara de l'anta descarguar
Que pren sai de Marcella e d'Amilau! qu'onrar
No·s pot estiers per ren que puesca dir ni far!
Et apres vuelh del cor don hom al rei navar,
Que valia mais coms que reys, so aug comtar!
Tortz es, quan Dieus fai home en gran ricor poiar,
Pus sofracha de cor lo fai de pretz bayssar.

Al comte de Toloza a ops qu'en manje be,
Si·l membra so que sol tener ni so que te!
Quar, si ab autre cor sa perda non reve,
No·m par que la revenha ab aquel qu'a en se!
E·l coms proensals tanh qu'en manje, si·l sove
C'oms que deseretatz viu guaire non val re!
E, si tot ab esfors si defen ni·s chapte,
Ops l'es mange del cor pel greu fais qu'el soste.

Li baro·m volran mal de so que ieu dic be,
Mas ben sapchan qu'ie·ls pretz aitan pauc quon ilh me.

Belh Restaur, sol qu'ab vos puesca trovar merce,
A mon dan met quascun que per amic no·m te.

Il Testamento

Il testamento di Dreiser Cazzaniga
a cura di genseki

Il Testamento


Come fece un tempo Blacasso
Anch'io dispongo qui il mio testamento
Mentre sul prato ulula il lupo
Accanto al fuoco con buon mantello
Con molta legna nella legnaia
Cipolle e biada, patate e grano
Forti candele per lunghe veglie
Sano di mente e senza inganno
Questo ritengo vada disposto
Quando verrá la Dolce Dama
Quella che porta la lunga falce
Sottile e lucida come la luna

Voglio che il cuore che fu tanto ansioso
In quattro spicchi venga tagliato
E dato ai gatti del vicinato
Che sempre intesero il mio dolore
E lo calmarono con tante fusa
Quanti i suoi palpiti d'amor perduto.

Voglio che gli occhi che il sole accolsero
Lo custodirono sotto le palpebre
Fecero cuocere con i suoi raggi
Tanti pensieri ed orazioni
Siano interrati nell'orto di Enza

Germoglieranno a primavera
Come datura che inebria e stronca
Perché lo mescoli con l'amanita,
In libazione al Dio d'amore.

Tutte le dita le lascio agli alberi;
Non furon foglie e le invidiarono,
Forse potranno cadere in autunno
Sfiorate appena dalle libellule.

Il mio pisello: quel piccolino
Lo lascio a Edmo dal gran bordone
Perché ne apprezzi la tenerezza,
La delicata anatomia
Che sparse vita in bianche gocciole
Quando dovunque infuriava lo stupro.

I piedi poi li voglio donare
A tutti quelli che non sanno lasciare
La loro vita tanto tranquilla:
Con il lavoro, con la famiglia
Perché anche loro sappian godere
D'una gran fuga per i sentieri
Che van sparendo sotto le chiome
Dei grandi boschi o che il vento cancella
Soffiando ardente sopra le dune.

Le orecchie, infine, che hanno udito
Tante calunnie e maldicenze,
Che sono piene delle sciocchezze
Che in tanti anni hanno ascoltato
Le lascio entrambe a tutti coloro
Che non ascoltano le implorazioni
Di quanti soffrono e chiedono aiuto
Come castigo ben meritato.

Nell'annodomini duemilanove
Mentre sui campi infuria tormenta

Guardando i lupi dalla finestra
Con un gran ceppo nel focolare
Io sottoscrivo questo legato
E lo consegno allo Sfregiato
Perché ne curi l'adempimento.




venerdì, dicembre 18, 2009

Vox I

Russian Basso Profondo: The Lowest Voices

Questa è la prima parte di un viaggio nel mondo delle voci. La voce del basso liturgico, forse è un ricordo vivo dello sciamanesimo staroslavo, scita. Dio abita nella voce come nel pane, si corpo con la voce e nella voce come nell'eucarestia, nel figlio.

genseki

giovedì, dicembre 17, 2009

Dreiser Cazzaniga e l'amicizia

Dreiser Cazzaniga cominció a interrogarsi sull'amicizia in etá giá relativamente avanzata. certo fino ad allora gli erano mancati i necessari punti di appoggio culturali e teorici che, servendo da specchi piú o meno deformanti, gli permettessero di mettere a fuoco il tema. Poi scoperse i capitoli ad essa dedicati nell'Etica Nicomachea e il saggio di Montaigne sull'amicizia con Etienne de La Boëtie.

Questi sono l'oggetto di altre pagine della sua vasta e inutile biografia intellettuale di cui mi sforzo di fornire un vago resoconto. Per quanto riguarda invece l'amicizia come contenuto, ebbene, Dreiser non ebbe molta fortuna, questo è certo. La cosa piú simile a un'amicizia che ebbe negli anni dell'adolescenza fu la sua relazione con Beaumont. Di cui solo vent'anni dopo avrebbe scoperto la natura miserabile, dppia, codarda e malvagia, ma che anche quando persisteva a vivere in comunione con lui sulla base di un'umiliante equivoco, gli amareggiava sensibilmente la vita. Infiniti furono i casi di aperta ostilitá, sempre meschina e codarda del Beaumont e davvero incomprensibilmente ignobile la bassezza con cui, prono, Dreiser gli ignorava e, anzi si ostinava a considerarli momenti dialettici di crescita della relazione.

Altri amici per lungo tempo non ebbe. Una quasi amicizia la strinse con il medievista Enrico Sesti, negli anni dell'Universitá. E con Charlse Obana nel cuore del Cameroun.

Poi poco a poco la natura dell'amicizia gli si venne rivelando come vuota e fantasmatica. Comprese cioè che tutti in qualsiasi luogo e in qualunque momento: cioè proprio in questo momento e proprio in questo posto, tutti e ciascuno sono il nostro amico e la nostra amica; e che quando fissiamo qualcuno negli schemi dell'amicia, lo inchiodiamo con i chiodi del nostro affetto, non facciamo altro che costruire un fantasma con i frammenti del nostro Io che sentono questa necessitá di sdoppiarsi e di riflettersi. In questi fantasmi che siamo soliti chiamare amici finiamo per avvilirci o per eccitarci e per esercitare un frustrante senso di potere. I nostri amici per essere tali devono, soprattutto essere un vuoto, un nulla. L'amicizia è, invece, la dolcissima coscienza, di condividere con tutte le persone, e non solo le persone, la sensazione di vivere.

Un vuoto assoluto fu per Dreiser Cazzaniga la sua fantasmatica amicizia con la Señora Tejada de las Silvas. Non poteva, per quanto si sforzasse evitare di evocare questo tarlato ectoplasma con una frequenza pendolare.

Qualcuno di coloro che furono in intimitá con Dreiser Cazzaniga potrebbero, a questo punto chiedermi perché non menzione qui il suo sodalizio con Spadaro di Quittengo.

Risponderó, lo prometto in un altro capitolo della mia esposizione del manoscritto delle memorie di Dreiser Cazzaniga.


genseki

martedì, dicembre 15, 2009

Paradjanov - Sayat Nova (Il Volto della Sophia)

Promessa

All'inizio c'è una promessa. È la promessa che permette al cucciolo di drizzare la codina tremante come un'antenna per captare il mondo. È la promessa che permette l'innocenza e l'avventura. All'inizio c'è anche la fede che permette di credere alla promessa. Di credere che c'è una promessa e che questa sará compiuta e che il suo compimento è quello che garantisce anche il momento presente. La fede nella promessa attraversa molte fasi. Nella prima è assolutamente naturale, è come respirare o ricevere la luce attraverso gli occhi. L'ultima fase è quella della disperazione. Le fede nella promessa è, allora, certezza nell'impossibilitá che essa si compia. Anche nell'impossibilitá,tuttavia, la promessa resta al centro del cuore. Muta forma, si occulta, è negata ma non è rimosssa. Mai. La promessa non appartiene né al regno dello spirito né a quello dell'intelletto e neppure al dominio della ragione. La promessa sta nel corpo, nella carne, nel sangue e nel seme attraverso il quale si trasmette di generazione in generazione. La promessa è qualche cosa che sembra inerente all'organismo. Forse è quella che permette all'organismo di essere una struttura che si differenzia da tutte le altre. La promessa, in ultima istanza, è l'altra faccia della vita. La faccia che quarda alla morte costantemente come se la morte non fosse negazione, non fosse la negazione. La promessa si pianta nel cuore della morte, trafigge il corpo, lo inchioda alla croce dello spirito.

genseki

Il limone e il rosmarino

Solo un frammento di tempo
Ci bastò per esserne abbagliati
Invano ci saremmo chiesti poi
Se perdurare fosse nella promessa

Quello che importava era bruciare
E bruciammo, questo è certo,
Sapevamo bruciare, ceste intere
Di ricordi, di paesaggi, di lacrime

Bruciammo le speranze e l'eco
Bruciammo il calcolo e l'abitudine
Le carezze e i passi spesi invano
O quanti, quanti furono questi ultimi,

Bruciammo l'amicizia ancora in erba
Anche i baci bruciammo quando erano germogli
Bruciammo le radici e i torrenti
Le vele e il vento che le gonfiava

Bruciammo pensieri e disperazione
Come fossere carbone e diamante
Mentre ci asciugavamo gli occhi con le rose
E ballavamo su gli aisberg con Gertrude

Perché lo spirito è pura fiamma azzurra
Ma la promessa è solo in seme e in carne
Ci ritrovammo su di un mucchio di cenere
Con ossa terse e occhi cristallini

Ma proprio accanto stava germogliando
Sotto un limone il fresco rosmarino.

genseki

lunedì, dicembre 14, 2009

Lamento dei vecchi smemorati

I pochi vaghi fili ancora intatti
Che ci legano al mondo della luce
Vanno facendosi sempre piú sottili
E quanto piú sottili più dolenti

Cosí van susseguendosi gli istanti
Franosi mancamenti di pensieri
In una nebbia di dimenticanza
In una danza di ali e di fiocchi

Ci appare l'ora mosaico di rintocchi
E il sole che piú scalda è quello d'ieri
Domani è affanno d'esserci precario
La speranza è tessuta in filigrana

Sullo specchio d'ottone impolverato;
Vecchi restiamo avvolti in mille scorie
Eretti contro il vento del futuro
Che furioso vuol spingerci a ritroso

Solo riflessi ormai restiamo eretti
E lo specchio è un tessuto luminoso
Che si va consumando filo a filo
Memoria è regno di robinie in fiore

Bianco il Tuo seno come la ricotta
Lascia che il capo vi si posi ozioso
O Falciatrice dai piedini svelti
Quando gocciolerà l'ultimo raggio.




genseki

venerdì, dicembre 11, 2009

Autunni

Solo un pugno di autunni ci fu dato
E li abbiamo persi quasi tutti
Distratti dall'origine
O dal tramonto
Infreddoliti o timidi
I primi li abbiamo perduti
Per non sapere che erano autunni
Successivamente li mancammo
Perché non sapevamo che erano solo un pugno
Non avevamo freddo, allora - no!
Poi la ragione fu che ci rendemmo conto
Di quanto pochi erano quelli che restavano
E contavamo i milioni e milioni di autunnni
Che si sarebbero sfogliati
Dal grande loto delle stagioni
Quando per noi non ci sarebbero stati piú altri autunni
Oltre quelli infiniti
Immoti del passato
Che avevamo finito per perderci.

genseki

Nice

Anche il ricordo di quell'autunno
Finí con una foto sul lungomare
Tu eri pallida come le onde
Gli occhi all'altezza della linea dell'orizzonte
Il fotografo dava le spalle al Negresco
Tra due palme erano avvitate
Le tue scapole
Poco piú in lá del mare, appena un poco oltre
Viaggiava invece la tua anima preda
A cercare il branco di lupi
Cui era stata destinata
Come avrei potuto seguirti tra le nuvole
Tra pelo e zanne?
Lo sai un altro lupo
Ci aspettava quieto nella stanza dell'Hotel Gounod,
Accoccolato tra le coperte di pelle.
Come avrei potuto seguirti tra queste cascate di luce
Appena all'angolo del mare
Tra le piante di prezzemolo
Che le mani di tua madre accarezavano
Come tu ora accarezzi queste onde
Poco oltre il mare, all'angolo della vecchia bottega
Di assi si specchiava la tua anima preda di lupo
Il vecchio lupo
Quello di sempre
Con il suo branco di motociclisti
E le gitanes e i tuoi occhi paralleli alla linea dell'orizzonte
Le spegneva tra le piante di prezzemolo le gitanes
Tra le dita di tua madre.

geneki

Provenza

Per i capi frastagliati della Provenza
Pedalavo d ramo in ramo
Come fossero alberi di terra
Chiome di terra e roccia
Aperte sul mare che era cielo
Non ancora cartografato
E l'origano mi riportava a casa
Alla porta bianca, alle sedie arancioni
L'origano e il rosmarino dal profumo spinoso
Lontano dalla neve
Per i capi della Provenza
Frastagliati andavo pedalando
Con Bernardo e Rambaldo
E i loro segugi
E mi mancava quella sensazione
Di latte sulle labbra che mi gocciolava
Dal contemplare i tetti di ardesia
Dall'oblò del mio nido campanile
Perché quella di Provenza era un'altra luce
E in quella luce cercavo di dimenticare
Pedalando i pensieri frastagliati
Le punture dell'origano e del rosmarino
Fino a che tutto fosse solo latte
E bacio di neve baciata
Nel bianco senza più chiome

genseki

giovedì, dicembre 10, 2009

L'infanzia di Dreiser Cazzaniga

L'infanzia di Dreiser Cazzaniga trascorse integralmente nel barrio operaio, boscoso e umido detto Briggio. La città dai tetti grigi si estendeva come un mare pietrificato dietro alcune creste di colline luminose su cui vegliavano le pievi ora come ali d'angeli ora come vascelli dalle vele candide. C'erano odori sconosciuti nel Barrio di Briggio, almeno sconosciuti al piccolo Dreiser, come per esempio la cannella, altri che persistevano ossessivamente per lunghi periodi ,come quello della fioritura dei castagni, che aveva qualche remota somiglianza, nella mappa olfattiva e simbolica del piccolo Dreiser con quello della farina e della mollica del pane. C'era poi una stagione, verosimilmente la tarda primavera, in cui predominava il profumo di linfa delle fronde appena tagliate che venivano poste ai lati delle porte come verde adorno silvestre, omaggio a qualche divinità dimenticata che anticamente scendeva a benedire le soglie. Il barrio di Briggio era sovrastato dagli archi delle vie ferrate che si sovrapponevano e che conducevano questi luminosi serpenti di metallo verso le loro tane: i tunnel montani sui fianchi dei monti selvosi. Presto a queste vie si sovrapposero quelle autostradali bianche e dalle linee semplici e dirette. Tutte queste vie erano la ragione dell'isolamento di Briggio. Le strade servivano a isolarlo sotto le volte dei loro ponti sul fondo della sua umida valle.
A nord di Briggio, oltre i monti selvosi, si apriva la landa delle colline inebrianti. Onde su onde di trigo e vigne, osterie, cortili e piazze polverose delimitate da ippocastani. Un mondo selvaggio, in cui l'odore del motore non era ciò che inebriava i giovani, ma il profumo alcolico del fieno sotto il sole. Le ragazzine avevano le trecce!
A sud del Barrio di Briggio il mondo precipiava in ripida discesa verso il mare, sconosciuto deserto di simboli abbracciato dalla città materna rorida di latte.
A Briggio gli uomini bevevano un vino spesso che si appiccicava ai bicchieri, le donne vestivano quasi tutte di nero, i ragazzini formavano bande armate di lance e fionde per cacciare i cani randagi e battersi tra di loro. In realtà le bande poi erano due: quella di a monte e quela di a valle.
In esse Dreiser ricevette i primi rudimenti della muta disciplina militare che doveva segnare in una certa misura il suo modo di veder la vita.

A cura di genseki

Alfonso Cortés

Odor di Dio

L'universo ultimo di Cortés è un modello di ipseitá e, per tanto, di costruzione dinamica dell'io,

Questa risulta una costante dei suoi versi:

Yo soy un ser ávido y lóbrego, un profundo

Centro de gravedad de todos los misterios

dice nella poesia “Hermanos”;

Es que yo he de ser siempre un punto alucinante

Resuene el múltiple eco del universo?”

Si interroga nel “Poema quotidiano”:

Yo soy la roca en que será labrado

Un ideal dos veces primitivo,”

si autodefinisce in “Ararat”.


Essere avido, oscuro, centro profondo, punto allucinato e roccia non sono espressioni prese dalla letteratura, ma dall'esperienza: dall'angosciane intensitá di un uomo, di un io che si ubica, si riconosce e si compenetra nell'immensitá dell'esistente, del creato. Tuttavia, metre cerca la propria identitá, scopre altre realtá per mezzo di studi allucinanto della propria coscienza, o piuttosto, di autodefinizioni che rispondono a una piena rascendenza di se stesso.


La festa dei sensi


Trascendendo se stesso, Cortés si inventa. Lo stesso capita al suo coetaneo, al poeta messicano Ramón López Velarde, con cui puó essere comparato per il fatto che i due hanno molti elementi in comune e una equivalente altezza poetica. Entrambi, per esempio, sono eredi di Charles Baudelaire nello stabilire sottili relazioni tra le cose e impiegare l'olfatto come pochi hanno saputo farlo dopo il francese.

Nel caso del nostro poeta, questo senso risulta speciale perché egli è capace di trovare:

Un perfume de cosas que no son de la vida” (“Me ha dicho el alma”)

e capta quello che resta proibito alla maggioranza degli uomini:

¿Sientes? En este sitio en que estamos los dos

Huele a gas, huele a infancia y a Dios” (“La chimenea”)

Nemmeno la divina presenza puó sfuggire alla sua capacitá olfattiva. Percé essenzialmente Cortés è sensoriale. (...). nel suo contatto profondo con le cose, o meglio, con l'anima delle cose, non si tratta tanto del tatto e del gusto, quanto dell'olfatto – come si è detto – e della vista. Ma soprattutto dell'olfatto.

(...)

Il significato dell'udito, tuttavia, affonda nella capacitá di andare “oltre i sensi” che è una delle direttrici fondamentali della sua poesia. (...) così giunge a udire l'invisibile: “La morte è un silenzio (“Aniversario”) che suppone impossibilitá di esistere senza parlare e udire dal momento che la vita è suono.


Jorge Eduardo Arellano

Mexico 2009

trad. genseki

mercoledì, dicembre 09, 2009

Lucian Blaga

Canzone dell'origine

All'origine, alla sorgente
Solo in forma di nubi
Tornano l'acque.
All'origine, alla sorgente
Con nostalgia vanno i sentieri
Acque, sentieri, nubi, nostalgia
Quando domani torneró alla fonte
Acqua saró, o nube
O nostalgia?

Trad genseki

sabato, dicembre 05, 2009

Haydn - Symphony 22 - mvt 3

Haydn - Symphony 22 - mvt 2

Haydn - Symphony 22 - mvt 1

Alma Ata

Fu ad alma Ata che la vidi nuda Per la prima volta sulla moquette Dell'Hotel Rahat Venivamo dalla città bassa Dalla visita alla cattedrale di Zenkov Il Principe Timur aveva rienpito Anche i miei occhi del suo miraggio azzurro In cui cavalcava con i serpenti E le fiamme ballavano tra la segala Sulla moquette la sua biancheria Formava come l'immagine plastica Di una catena montuosa, innevata Nuda aveva davvero pelle e pori E tutto ben avvolto nel tepore Era come carena abbandonata Sulla spiaggia da un monaco naufrago Un discepolo di San Brandano Come un uccello senza seno, venere senza penne Le dita dei suoi piedi mi sorpresero: Avevano unghie! Sembravano impegnate a fingere Una solenne indifferenza O poterla volare, essere in caccia Persguirla nel cielo in una grandine Di sangue Fino a che fosse neve la sua carne E il suo tepore cervo solitario! genseki

La casa di Alfonso Cortès a Leòn


Isolati restavano i due picchi

Isolati restavano i due picchi
Nella solitudine delle dune
Anche la luna si situava al centro
Di tanta pallida desolazione
Non smettere di salire mi dicevo
Sanguinando di ciottolo in zolla
Tanti granelli di sangue seminando
Palme future dai datteri perlacei
Con gli occhi non volevo separarle
Quelle due cime, la luna, gli anelli di fumo
Anche i fiori erano taglienti
Come frammenti di specchi infranti
Petali dolenti scricchiolanti
Inchioda i miei occhi Dio Lupo
Uno per ciascuna delle cime
Saranno testimoni del dolore
Che non si espia di essere se stessi
Infranti nel confronto con le cose
lascia che piangano rivoli di vista
Fiumi di visioni scorreranno
dalle cime isolate picchi antichi
Per le pianure di anice e mughetto
Fiumi di percezione visuale
Laddove una fanciulla delicata
Possa raccogliere nel palmo della mano
La storia che fu vista e maledetta
Quando l'uomo era io nudo rabbioso
Annodato a se stesso condannato.

genseki

giovedì, dicembre 03, 2009

Ricardo Jaimes Freyre

">

Pellegrina colomba immaginaria


Pellegrina colomba immaginaria

Evocatrice degli estremi amori

Anima luminosa di musica e di fiori

Pellegrina colomba immaginaria


Vola sopra la roccia solitaria

Che bagna il freddo mare del dolore

Al tuo passaggio riverberi splendore

La secca e spoglia roccia solitaria


Vola sopra la roccia solitaria

Pellegrina colomba, ala di neve

Come ostia divina, ala sì lieve...


Come fiocco di neve; ala divina

Ostia di neve giglio nebbiolina

pellegrina colomba immaginaria.


Da "Castalia Bàrbara"

trad. genseki



Dreiser Cazzaniga e il "mobbing"

Dreiser Cazzaniga e il mobbing

Ripensandoci ora, sul limite dell'estrema vecchiezza Dreiser Cazzaniga si rendeva conto di essere stato, nel corso di tutta la sua brevissima vita lavorativa e dei suoi molti lavori, oggetto costante di quello che s suole chiamare “mobbing”.
Durante, però, quando il “mobbing” era in atto, non se ne era mai reso conto. Il “mobbing” scivolava su di lui senza graffiarlo, oppure era lui che si muoveva nelle nebbie del “mobbing” come in un mattino cristallino di un gennaio solare e montano.
Si chiese il perché di questa strana sua scoperta senza giungere mai a una conclusione che gli paresse soddisfacente.
Può darsi che il “mobbing” fosse così continuo, fin dal principio e che non avesse mai avuto la possibilità di confrontare la sua vita lavorativa minacciata con una vita lavorativa normalmente serena.
Questa ipotesi, tuttavia non spiegava affatto come fosse possibile che ora, invece, ritirato tra i fichi d'India della Sierra de los Puros , in compagnia di tre galline sterili e di qualche avvoltoio moreno se ne rendesse conto. Ora che non aveva più nessuna possibilità di confronto!
Forse, il lavoro era per lui così privo di importanza esistenziale che egli lo attraversava come in stato ipnotico.
In effetti aveva lavorato poco, e quel poco con tanta ingenua leggerezza che la cosa che ricordava di più delle sue occupazioni, era il viaggio che gli toccava intraprendere tutte le mattine per raggiungere il posto di lavoro.
Aveva sempre lavorato come pendolare estremo e polimodale. Ebbe lavori in luoghi freddissimi e nebbiosi, irraggiungibili con i mezzi pubblici, che seppe sempre raggiungere, tuttavia con una fantasiosa e devastatrice combinazione di sistemi di trasporto, treno, rimorchio, bicicletta, passaggio del collega. Intervallati di attese interminabili.
Così, però, si godeva l'autunno, seguiva la variazione di colore delle foglie di un certo albero con precisione assoluta, calcolava la fioritura dei ciliegi, sapeva dell'apparizione delle primule sui cigli di molti prati.
E non si ricordava di avere un lavoro.
Giunto sul posto di lavoro, era troppo stanco per lavorare. Lavorare era allora per lui sognare di poter dormire.
E in questo sogno di giungere a sognare si rendeva conto, per esempio del lampeggiare pieno di odio degli occhi della grassa pescivendola Donatella Sbardello che tramava per farlo licenziare con ignominia da una ispezione all'uopo convocata.
Probabilmente gliene sarebbe stato grato.
Avrebbe anticipato il suo ritiro, con una vacca però e tre galline, in una valle alpina davvero vaginale.
Come Bosco Cappuccio di Ungaretti, dove dormire finalmente e vivere di latte e uova nell'odore acre della legna bruciata del camino.
Sicuramente anche il direttore Nespolino doveva aver tentato di farlo fuori, l ricordava mentre aggrottava la faccia castagnosa.
Egli però non cessò mai di vivere al lato del “mobbing” di viaggiare, sognare di dormire e leggere, leggere leggere.

A cura di genseki

mercoledì, dicembre 02, 2009

Le Contemplazioni

>

Ho colto questo fiore per te sulla collina

Su di un'aspra parete che sul flutto s'inclina

Che l'aquila soltanto conosce e frequenta

Tranquillo in una crepa della roccia cresceva

L'ombra bagnava il fianco del cupo promontorio

La cupa notte vidi, ove il sole tramonta

Erigere, qual arco di trionfo vermiglio

fatto solo di nubi un colonnato immenso

Vidi vele fuggire fuggire sul lontano orizzonte

E casette nascoste in fondo ad un imbuto

Con luci tremolanti per timor d'esser viste

Ho colto questo fiore per te mia dolce amata

Pallido non possiede corolla profumata

la sua radice fragile sulla cresta del monte

Sol l'amaro ha succhiato delle alghe celesti;

Così ho pensato: - O fiore dall'alto della cima

Alfin dovrai cadere nell'abisso profondo

Dove l'alghe, le nubi e le vele scompaiono,

Muori allor su di un cuore abisso senza fondo

Appassisci sul seno ove palpita un mondo

Il ciel che t'ha creato per sfogliarti sull'onda,

Ti fece per l'Oceano, all'amore ti dono

Solo un vago chiarore rimaneva del giorno

Morente mentre il vento scompigliava le onde

O quanto ero triste nel fondo del pensiero

Mentre fantasticavo ed un vortice nero

Nell'anima m'entrava con brivido notturno.


Isola di Serk Agosto 1855

Victor Hugo

Les Contemplations


trad. genseki



martedì, dicembre 01, 2009

Pietre

Pensiero

Il vero nerbo è la veritá del pensiero, Solo se il pensiero è vero lo è anche il sentimento.

Hegel
Lezioni sulla filosofia della religione
Parte II cap.1 Sez. prima